Sono nato all’ombra della cupola, sotto le vertebre mediterranee, coscienza straripante azzardamente insediata a rizoma nel terrestre, riottoso. Svalvolato, formato da DSP e squat party sono rinato affamato dal fiero pasto rinnovato del patto di sangue in formato .exe postdisintossicazione del verbo “to play” (ombra speculare, bardo e vescica natatoria dell’imperativo categorico “IO SONO MORTO, STICAZZI”, fratello forcluso del Nome-del-Padre e del giullare di corte). Mi sono spostato, dalla punta al tacco, a tappe, vedendo nella capitale il capitale umano del mio cranio per poi tornare a ricongiurare come i Pazzi la geografia del momento, a malincuore. Calibraticamente camuffato da fato, svampito memorandum del mio samsara fatato, a volte delfino di corte del mio umore felino fortissimamente volli e vorrò, quindi datemi un fuoco citazionista al massimo, fateci miti, non siate timidi, cantilenate. A mia madre e mio padre devo le membra e lo spirito, al mondo tutto quello che ne consegue, al suono, all’amore e alla poesia (malattia genetica metaforica, terzia via smoderata dell’inettitudine del vivere completo) che è tutto devo la vita mia, qualunque cosa sia e ovviamente la sua scaturigine.
Sonar
“O cara. O padrona morte. O serenissima morte. O invocata morte. O paurosa morte. O indecifrabile morte. O strana morte. O viva la morte. O morte che è morte. Morte che mette un punto a questa saetta vibrante.”
(O cara di Eros Alesi, da Che puff. Il profumo del
mondo. Sballata, Stampa Alternativa, 2015)
Iniziai ad appassionarmi in maniera più profonda alla poesia intorno ai vent’anni di vita. Navigando tra i classici, seguendo l’ago delle pietre miliari che hanno contribuito a costruire l’idea odierna di opera, mi sorse il dubbio dell’esistenza di uno stilema predefinito: un canone operativo della bellezza possibile, una traccia madre da seguire per riuscire empiricamente nell’impresa poetica. Fu semplice per me credere nell’esistenza di questo algoritmo o codex, sedotto e rassicurato dal campo magnetico della reverenza storica che legittimava quelle voci, quello stile, quelle forme di pensiero. Era la strada più semplice, quella più ovvia.
Assorbivo l’intero apparato scolastico e universitario come un corpo dottrinario, accumulando libri e riviste di critica letteraria, interventi di figure cariche di autorevolezza che parlavano dell’amore, della vita, dell’infinito esistere secondo archetipi già riconosciuti: la fragile corazza delle farfalle, la lavanda disposta in vasi di ceramica di una bellezza ordinaria – dunque rassicurante – e la perfezione metrica, un abito bianchissimo.
Ma come si colloca, in questo panorama, ciò che sfugge ai precetti del canone comune? Cosa succede quando la bontà delle voci si contamina, quando lo scarto quadratico prende il sopravvento deviando la traiettoria verso nuove forme a geometria variabile? Esistono voci più difficili da legittimare? Esistono accordi stonati che vale la pena ascoltare?
Reagendo agli stimoli di questi interrogativi ho iniziato a indagare sul sapore delle parole di figure marginali, puntiformi e opache, situate negli spazi liminali della biosfera culturale. Introversi, reietti, viaggiatori, freak, festaioli, insofferenti, anacoreti stiliti della sintesi valvolare hanno risvegliato in me un riverbero di ciò che Mondo Beat già negli anni Sessanta andava ad introdurre: la massa della controcultura. Una voce poderosa, ruvida, in opposizione diretta al cinguettio della norma, un corpo alieno che si propaga con la forma di un ruggito, un’onda verde e fosforescente.
Tutto questo, seppur romanticamente eroico, comporta il posizionamento automatico in uno stato di perenne conflitto con il resto del mondo, l’abituarsi a essere arrabbiati, tesi, nauseati dal contatto col vuoto metropolitano, incorporati dentro dei felponi, armature-talismano per un freddo che viene da dentro, originato molto lontano nel tempo.
Sonar è un progetto letterario coagulo di varie contaminazioni idiomatiche, forme e registri. Un susseguirsi di spiegazioni, postille, elenchi, memorandum, estratti che negano se stessi o si spiegano e si confermano, in un vortice epilettico, in tante falcate di sentenze logiche che si chiudono in una verità semplice e spietata. È un movimento ittico, un cefalo distonico che si muove dall’acqua all’aria, tuffandosi ad ogni iterazione dentro un mare diverso, in uno shift dimensionale, in una sommatoria di universi.
Questo non è un libro da mangiare con la forchetta, è materia che sfugge dai denti.
Si offre piuttosto per un contatto diretto, senza utensili. Scivola, elude la presa, resta parzialmente indigeribile e solo una porzione minima, decisiva, concentra il vero mentre il resto vibra in una zona opalescente. Le scene descritte si dipanano attraverso risonanze morfiche: immagini condivise dalla mente collettiva affiorano, vengono catalogate, interiorizzate, filtrate, quindi restituite per essere nuovamente campionate e riattivate nella memoria in una loop station che suona nel lobo temporale.
La materia digitale, eterea, in cui atomi di informazione transitoria si agitano legandosi in molecole, anelli, strutture temporanee di catene organiche polimerizzate definiscono i contorni di aderenza, un movimento minimo che trasforma la Beat Generation in Bit Generation. L’emotività dell’autore è scandita da un regime chimico-centrico, un lessico medico e biologico, una fisica delle reazioni agli stimoli della vita. Come una funzione trigonometrica a cui un punto collocato su una delle assi è direttamente causale al punto sull’asse speculare. Questo medium di testimonianza pratico e descrittivo arriva sempre a un punto di cedimento: una confessione leggibile, umana, in cui la maschera ultrassemica cade e il periodo assume il più innocente e diafano dei toni: mi manchi, ti penso, sorridi.
Il corpo è centrale in tutta l’opera. Un corpo che ha fame, che smania, che sente e che poi finalmente evapora. Il corpo che può essere una maledizione e una condanna ma anche un portale di percezione primario, l’unico tramite indelebile tra la mente e la realtà, l’unico e ultimo ostacolo allo scomparire.
Qui si spiega il titolo: Sonar. Un dispositivo in grado di emettere onde sonore per tracciare quel che si incontrerà, interpretando l’onda sonora che torna. Ho l’impressione allora che quest’opera sia un sonar vero e proprio, che lancia un urlo di alta frequenza volto sia a segnalare che a mappare il mondo circostante, come per una prova di esistenza, come una sorgente di verità, in questa Firenze che allaga, l’autore sta creando la sua via di salvezza dal vuoto imperante.
È un fuoco marino acceso nella speranza di ricevere un’eco e, al contempo, la ricerca di una strategia di fuga, uno scomparire per evitare lo scontro con una realtà opprimente. In questo libro non sento il profumo del futuro, è una scrittura del presente e del passato, una cronaca che fa digrignare i denti perché contenente tanto di familiare a tutti noi impenetrabili lessico-maniaci ma esposto con rara cripticità. Il linguaggio si sovraccarica ed esplode in evidenze storiche che la poesia non rivela mai, che maschera ed edulcora, in un continuo gioco delle tre carte.
In questo libro ho trovato tanti spunti di collocamento, come fosse un manifesto generazionale di qualcosa di non manifestabile, qualcosa di solo percepibile come vivo e pulsante, il senso sfuggente di un popolo abitante i bordi che ha bisogno e al contempo paura di dire quel che ha da dire.
Come un’entità indipendente, primigenia e sorgiva della parola, qui si staglia la voce della controcultura che opera ad alte frequenze, sospese tra due mondi. E quanto più essa dà forma al problema dell’autore, nella sua evidente condizione di mortalità, nelle sue debolezze e fragilità umane, nel suo rapporto con la tangibilità del suo proprio corpo fisico, tanto più emerge, limpida, la caratteristica primaria celata, madre impura della sua poetica: l’eleganza.
Neri Barnini
Preamp
la sostanza può essere distorta
può essere multiforme e sfacciata
(può volere dire tutto) perché in fondo anch’essa
dipende dalla dissuasione, dal libretto, per
s o t t o l i n e a r n e
l’importanza, la sua reazione nei nostri marchingegni
ne consegue l’alone di sacro o profano
si appisolò come un fibroma
sotto la pressione dell’interno
– Il punto è che non so neanche come spiegarlo,
mi è mancato il respiro, l’ossigeno.
(ma nulla, la folla pioveva inorridita e imperterrita
esaminava quel grumo precipitato dal dirupo)
– Vedete il punto di contusione, il livido?
ha le vertebre tutte attorcigliate…
una volta che la possibilità si riversa in positivo (+1/
desiderio/aggiungere/connettere) essa può essere
contraddetta o negata in un sistema di rapporti,
che è fatto di o aggiungere o aggiungere-togliere o
togliere. però una volta che la possibilità si riversa
in negativo (-1) non esiste più una continuità tra gli
elementi, la possibilità si nega totalmente-
il desiderio-movimento positivo (1+1) si scontra contro
la sua stessa negazione, il cui (+1) rappresenta (non
totalmente, per forza di cose) specularmente (in senso
opposto) il valore-Altro di ermetizzatore del dato da
una parte (-1)
carta bianca/scritta sul muro appena imbiancato,
tanato-circolatori da riscuotere, conformi – afasie a
specchio, ricercatori di colle, accollati, miei simili.
cari discendenti e ascendenti, contemporanei ed
antichi, correggere le storie dà accesso alle aporie
degli errori, al moltiplicarsi dei risultati, ai lavorii di
lana della commedia. il difficile è riscrivere le storie
diverse, rifarsi nuovi a prescindere dai risultati,
sparpagliare le operazioni, fare le trazioni/attrarsi
non garantire nel resto delle cose una proprietà
che non spetta. per la paura
dei rapporti percepiti agli antipodi. tabulati
in schede.
perché è l’alterazione, che traballa, fra i nostri denti
a fare da schermo fra i mezzi pubblici a trasportala
quella v/nostra solitudine che ci accompagna.
uno vorrebbe (come al solito) garantire l’inerzia
senza scadere, ahimè, in modo mai insolito,
nell’insoluto e nell’accettazione.
[infissi]
una: il parto del dubbio:
io espulsoscarafaggio allontanato dal giorno
che scorre tra i semafori come un miraggio rosso
la notte
e su strade in bilico come spettri vagano
dai terrazzi, dalle case. travasati per le vie:
sogni di finestre stanche:
(sogni con gli occhi a mezz’asta
[papiri]
(nei posti che ci videro un giorno o l’altro
chiuderemo i discorsi interrotti come le ore
dimenticate nei posti che ci videro muti e in
transito
(dove ora ci sono solo cancelli binari casse di
nostri ricordi in segni celle apposite nei deposito
bagagli guarda hai qualcosa sotto la scarpa e
questa cresceva a dismisura come con la febbre
precipitiamo nel buio sotto delle serrande nelle
nubi asessuate dei ristoranti cinesi
(Era perché appena respiravo – e con un certo
realismo di accelerazioni metaboliche –
ha cercato di guardarmi negli occhi.
(moltiplica)
questa sfera
di lava periferica,
queste immagini asintomatiche
che ti ritrovi. stampale
in ponti e fluidificazioni come
concatenazioni
come contaminazioni e zone e nessi,
[rotaie]
una zeta di rosametista si infrange sui campi
fagocita i monti ed io
sul parapendio
di metallo indago il suicidio delle lucciole.
poi il pensiero si irriga vaga su una spiga
di pianura insanguinata
(e sulle scale mi muore il giorno
[reminder di stato per perfomance]
la presenza dell’ente-aggregato-
composto
il suo dominio. di scambio e
stalattiti
sussistente unico
e modulo in rapporto più assimilato
al moto ondivago ad una fisica degli stati (a x-y-z
eccetera
cioè formula-insieme/più diviso
per meno)
prescinde la sua adnoproiezione di valore
introiettatante in un
complesso
arbitrario. quindi si può
negare
l’atomo in base al suo numero catalogato
in una delle infinite inventate tabelle
possibili (in una
delle infinite inventate tabelle possibili
dove CARA-PACE è circoscritto alle lenzuola rivedo
le modalità.
allora è sintomatico immaginare un’estinzione che
porti in sé il pianeta.
dissolversi nel destino dei sistemi.
confondere il diacronico.
(ci estingueremmo di merda, se esistesse un modo
buono di farlo.)
siamo l’evacuazione di un barometro.
/lo iato inconsistente. la schiuma di un universo altro:
magari scompariamo senza che nessuno se ne accorga
[reminder di stato per perfomance]
è lo spazio si frappone fra argilla e contente e
il riverbero contenuto e rifrazioni millisecondi.
autoreferenzialmente sospetti
una teoria del radicato doppio. radiali. passa lo
specchio,
diamonica dell’H2O
ridotto ad una fisionomia un fisioma
che non importa del volume se si satura nei minerali
si s/carica
– io riesco a piangere solo se qualcuno mi guarda… –
Trasduzioni catecolamine
scende le scale a chiocciola guardando i fossili sotto
ai suoi piedi trasformarsi da trilobiti a mattonelle di
marmo fino ad arrivare al portone e accompagnarlo
con la mano intirizzita.
è desolante sentire di aver perso ogni capacità di
comunicare con un essere umano, con i propri
condomini si limita a scambiarsi ciao circostanziali,
a volte dice la parola sbagliata pochi secondi dopo
aver pensato quella giusta, come se i denti non gli
appartenessero, o la loro operazione;
graziano pensa soprattutto per questo che sia bello
alzarsi la mattina presto e camminare sui viali pieni
di rugiada guardando le saracinesche dei minimarket
e sentire il cinguettio delle cicale per andare in quel
discount di merda dove lavora da oltre vent’anni.
vedere la casilina vuota. e il vuoto gli dà una pace
immensa. ama girare per le strade sgombrate e senza
nessuno, sono perfette amabili quando addirittura
sorde di suoni, magari lui stesso fosse invisibile e non
lasciasse nessun rumore o impronta. vorrebbe tutti
lo vedessero come lui vorrebbe riuscirsi a vedere, nel
senso che fa uno sforzo immenso a mettere i tasselli
della sua vita uno dietro l’altro da dopo il divorzio.
vorrebbe vedersi chiaro, definito, accogliente, per
come lui è davvero, o si sente, o spera. e ci prova
davvero ad esserci nei propri panni lui davvero ma
proprio non ci riesce. gli piace ripetersi che è da un
punto che la sua vita è a pezzetti. ma non è così.
gra non vuole più spiegarsi questa sensazione se non
impasticcandola, dopo aver rincorso sé stesso miliardi
di volte sulle corsie delle ASL a tempistiche cosiddette
welfare finalmente potere dire “ho l’ansia.” con una
diagnosi totalmente sbrigativa-promozionale e a dosi
elevate questo è praticamente un lasciapassare, nella
testa di graziano, che lo esalta.
adora le strade vuote quando sono vuote le strade,
tutte sgombre dove l’unico pesce lesso rimane lui.
per questo gli sembrò intollerabile l’aumento
graduale del capitale umano sul tram. gli sembrò
tutto insopportabile improvvisamente, adesso non
solo intorno a lui le maniglie non sono splendenti, ma
i loro riflessi lo scannerizzano a raggi x sotto le sue
scarpe da lavoro, sotto il suo maglione dove ci sono
solo codici a barre e scheletri, nonostante nessuno
davvero nessuno si capaciti di lui, si ripete ogni
secondo della sua vita.
[cine-]
“nagorno karabakh,
mugadende.
umbe-umbemetuwe karabakh-imasu.”
così foschia di feltro e fentanyl nelle sue lunghe
alterazioni chiamava dalla notte inventando per
questi un più antico (nome di quello proferito subito
prima) nome e vecchio evocato e rotto condividendo
le catacombe con altoparlanti riprodotte grancasse
sode grancasse grancasse che sferragliavano dentro a
questo Pantheon per prodotti di pulizia smesso dietro
alla vecchia 115.
Un rito veniva svolto tastando con lunghe maniche
sgualcite, microbi di eternit fossile rimasto a guardia
di macerie, scarti in mattonelle, schede madri,
catalizzatore-ponte di un ambiente interno (spazio-
tempo sacro interno) che cantava che pareva avesse
nulla a che fare con quella lunga partita a scacchi
a cui X era costrett* / ingenti dosi di anestetici
dissociativi / ricerche a 41 gradi centigradi con le
pupille dilatate nelle budella di uccello /
“ma non sono interessato alle sue abluzioni” cavallo F7
“…è la polvere sacra che gli parla”
“Possiamo quindi ritenerlo una fonte affidabile e utile
alle indagini?” Alfiere C5
“ti ripeto: non sono interessato alle sue abluzioni…”
aggiunse e scrollò le spalle, concludendo in un sorso
la vodka di patate,
poiché quella in grano non era con esso
più disponibile da secoli.
(era quello che davvero lo fregava, l’effetto topo-da-
laboratorio, research-reward, la febbre
fino a non fargli neanche ricordare cosa
davvero stesse cercando.)
il palombaro si conficca nei muretti appoggiati
contro la pianura ridotta a scaglie, bucherellata,
dal finestrino fatta scie insanguinate, intermittenti,
con la punta del dito arti in cemento armato che
diventano materia lontana, esopianeti antropologici,
paludi di iridi appassite. i polmoni allora gli si
svuotano sospira meccanico: datemi un attimo, il
punto è inclinato, è gasolio che schiaffeggia. si siede
e si risiede, passano i minuti in un attimo e medita
sulla meta (lui) cioè a metà del viaggio. e le stazioni.
la concepisce (in luogo da? oppure per/fino?) dopo
le maggiori si fanno vicino il nome bianco che lo
attende sul blu in stampatello si addormenta alta
tensione spera che la pianura si ingrossi si dilati si
estenda. gli orizzonti avrebbero-hanno esponente
disumano, lontana circonferenza a spigoli, le strade
si biforcano e moltiplicano, le stazioni si allontano e
spintonano, rimarrebbero solo nomi rantolati dagli
altoparlanti in distorsione, al livello del mare:
[maggio è un mese troppo caldo per i fucili d’assalto]
maggio è un mese troppo caldo per i fucili d’assalto
stanotte hanno entrambi un nodo alla cartilagine
per campi minati le tarme la gola in fiamme e la
avrebbe potuta immaginata in uno stampo sopra le
vie del centro barcollante verso un anfratto di case
dove baci per una volta con forza contro il portone
di tali passanti nottambuli un grinder e dell’erba
fortuita ed imboscata così aperta-manifesta-visibile
appoggiata sulla fortezza da basso in un circolo
di palchi di americane influenzato dall’alcol forse
durante Yellow submarine un verso in proiezione il
pigmento il grado la gradazione parla se sia più o
meno il caso ma guarda non mi sembra spezzando
il silenzio di un’improponibile conseguenza dettata
da un segreto impulso e pentita poi forse non affatto
e no dice S (l’elemento) in un vestito verde acido
guardarsi dritti negli occhi nudi spostarsi i capelli
ha ahimè davvero delle sue implicazioni se a volte
si distrae se ogni tanto con quei righi di eumelanina
tòrta ci compone una lassa immaginata a voce alta
detta in testa in una matassa per distrazione cronica
perché la sua è una condizione terminale/cronica per
casualità, groviglio situazionale cioè detta non tanto
intellettuale cioè detta senza tanti cazzi gli andazzi
da cui lui a lei sembrava totalmente dipendente
e viceversa erano forse in ogni caso frutto di un
concentrato di un insieme di leggi interne DALLA
BANALITÀ DEL CENTRO. E non sapeva
spiegare bene né regolare non si sapeva bene spiegare
perché questa lo contorcesse fino a quel punto
se al badare alla balugine alla linea fatta di curve
totalmente cadeva dall’asse cartesiano di una tua più
peggiore caratteristicamente distinzione il profumo
che È (senza mai sul serio afferrare le meteore
autoprodotte) e che davvero voleva sentirla con tutto
il corpo abbracciarla dentro urlarle contro che può
urlarmi il suo mondo dentro senza esitazione che
sono pronto adesso ad accogliere questo composto
senza distinzione questo concentrato di saccarosio
e ammoniaca per poterne fare un disegno generale
mappare le molecole vagliare le citomembrane e
di non avere paura allora dell’atmosfera carica di
pioggia di grandine di un fulmine che tutto si può
controllare della sua (anche tua) interna occasionale
non tranquillità ribaltata apparente che davvero
voleva abbracciarla fino a che non gli si incrociassero
tra di loro le costole che vorrei toccarti e che
altrettanto desidererebbe essere qualcos’altro perché
si sentiva dentro ad un libro scadente qualcosa
di desueto al massimo totalmente retromediocre
e spicciolo un grottesco ninnolo vittima del suo
vittimismo e che possiamo anche comprendere un
poco le nostre reciproche posizioni senza scadere in
una dama immobile con questa che si lascia immobile
sulla punta del letto come certi animali fingono di
essere morti e nella sua apparente immobilità pareva
aveva paura di lasciarsi andare che con poco poteva
frantumarsi a pezzetti senza volerlo
ammettere trasparente inconfondibile ridicolmente
lapalissiano e la scissione
gli sembrava insopportabile
a tutto tondo
Pressioni acustiche generate (o il corpo G.)
sentire millenni come una cosa da buttare. pure
escoriazione. senza le danze del kerosene. pensare
di continuo alle cose da poco, alle cose di cui si
necessita, alle cose concrete e di fatto. divorate.
in questo è vero anche che si pensasse davanti al
manufatto si invidiasse la mano e non il fatto, si
aspirava cioè alle lettere trasfigurate in una figura
geometrica. non si dice cioè quello di cui si sentisse il
bisogno in modo (non) assoluto con microonde
o microbiologie di
metodi,
si arrabatta all’ultimo momento un modo per alzare
ed abbassare le spalle, avendo marchiato l’atmosfera
nei microchip, nel fascino
del vedere vedere i cerchi e la merce che si smercifica
per finta fino ad una fine finta
/
c’è qualcosa
comunque. che bussa sui caschi.
ci potremmo contaminare di nuovo.
la massa aumentava di BPM e da dancefloor
calcarenite diventata dolomia travertino
conglomerato, si fissava nell’ossessione diventava
diorite granato una stampante. si scandaglia leggera
nel semantico del basso abissale affamata in modo
fatalista di pararcheologie al contemporaneo di un
modo tutto transistorizzato di declinare gli oceani
infestati e attribuire il sacro alla decomposizione
della fine del credo
un tempo sostituibile.
era bello, se mai è mai stato manifestato, sarebbe
altrettanto fosse ancora
praticabile allo stesso modo, ma sarebbe ficcarsi
in bocca
un cadavere
ricercare l’opaco due volte esattamente così.
una Rivoluzione per quanto impossibile non può
avere momenti adatti
infatti il nostro dolore è il sintomo di un sintomo. più
insofferente, quello che nuota, dente dal cemento
disarmato dai nostri remake nella volontà e
riprogrammazione programmata,
che oscilla nell’idolo e nel ritratto (
[f]
poi capodanno drammatico sui generis in senso
cinematografico capodanno aromatizzato al
bicarbonato e basi. biologiche adrenalina. muri di
casse appesi, visual. un calendario priapo
proprio seduto al limite del ridicolo fissando il muro,
stravuoto. ceppi disorganizzati in colonie
batteriche formiche tamtam su casse di birre e vodke
a prezzi popolari, fascette e bulloni,
Bologna Centrale, in anticipo sull’evento del 6 a
Carpi capodanno analogico, programmazione
intera anni 90 (una proiezione) da cc a cc che vive
nell’inevitabile – il mantra rock ‘n’ roll hardtek
che ci balla nel cervello. – senza giustamente
includersi quartieri stagnoli e duemila euro
d’ammanco generali generalmente non bastavano i
vostri crani in bamba a vapo bpm che
invadono parte di Prato, pulizie delle strade,
antifrasi, giorni dopo il breakdown, immobili
ma… ora gli si vede l’anno
(spifferi sottocassa, Modena 5 gennaio)
“che bello (in questa giacca viola) questo 2024, (che
incontro) già pieno di sorprese (dopo
una serata)”
annuendo in una gara di smog in solitaria,
Marlboro Philip Morris,
e le serrande che sbadigliano tutte rosse sui portici più
recenti
DI SOLDI NON NE ABBIAMO
È UNA FALLITA
COSTRUZIONE
un mattone cade uno a uno –
deposito cauzionale causale nel cuore del lavoro
il lavoro stesso
che amplifica l’INEFFICIENZA
LA MALDESTRA CADUTA
sembra semplicemente questo
i comuni non approvano certi piani di
rianimazione dall’alto
che non siano dominati soprattutto dal cattivo gusto
per il buono
non approva il più sincero disagio
(perché forse ci rappresenta
(PERCHÉ FORSE È VERO CHE SIAMO E
NON SIAMO
tirando bestemmie se cadono
nei puntini puntini
per una totale comparazione presupposta
di tropopere urbanistiche incompiute (PERCHÉ È
VERO CHE SIAMO
IL SUO PIÙ VERO PRODOTTO.)
(QUANDO UN INTERO
PROGETTO/ di getto DI’, DAI, che
sognando una vera alternativa
È ASSORBITO
NELLA PUBBLICITARIA. CON UN SECOLO
DOPO
si possano cavare le travi di un intero proposito
PARLARE – DETECADI, RIESUMA IL
FUTURO DECORAre
ADATtare
no
questo imperativo DECOLORATO IN
PUBBLICO SEDOTTO NEL NON E
DEDICARE
A TUTTE LE ACCUSE DI RIMPINZARE
LE NON DI ALTRE PARTI, LE MIE PIÙ
SINCERE E LORO? Rigettando/arrampicandosi
nelle
registrazioni private
ipoteticate gettando le basi per) una cavità-buco un
nulla-niente
lontano nella
gentrificazione.
(non un capannone abbandonato in cui montare le
feste.
(un buco pieno di insetti
(dove i tossici ci si fanno le pere e ci muoiono dentro
con una disarmantemente semplice sincerità
(li guarda fuori dal mausoleo delle scuole che bello là
c’era finalmente una
cavità coperta di merda e grumi e
malattie veneree
che diventava sempre più lontana dalle case
farmaceutiche
dalle anatomie bancarie del centro
una bara di cemento e scorie CHE
DIVENTA DAVVERO
lontana(
Condizioni ambientali
questa città si immagina carica d’odio perché sì.
iniziamo ad urlare. sulle nuvole che
una via alla via Pandolfini
genericamente
centrale insomma quei marciapiedi stretti non
contengono. non bastano più.
perché allontanano, pesano,
ingombrano.
perché quasi non si camminano.
e non esiste rancore più grande di quello dedicato a
chi si ama.
della genesi infine.
quello di quelli a cui si dedica con tenerezza il
proprio peggio più orrendo.
presentando questo riserve
pieni di certi crocifissi di silicio
smolecolando ragnatele
ho la nausea stop vi prego
cantieri di student e botti e botticelli e quartieri
colonizzati svendite che ci gira la testa
che si formattano monocoloidi omeostasi questa
stemeocasi di antiche cantine
intestinamente automatizzate,
formaline internostrutturali,
teoremi pitagorici e circolatori
l’anatema, la crema a colori
il sillogismico, l’antisismico le scuse che
tonfano incompletamente che
(se dovessimo scegliere nuovi modelli planetari
sarebbe un
“non scegliamo più”
scegliamo di scegliere: e pace:
la voce (aggettivo e non soggetto:
(quindi POTER non DIRE:
VOCE ma solo vociare
quindi dai citiamoci
(no, gente, guardate (aggiungerei, se posso)
facciamo il vero per dire
la simbologia annullata, agglutinante, non soffitta
discordata e saggistica
non conta quando si dice, è vera è disumanizzante
(ecco, adesso calano vene
drenate in pompa.
non voglio uscire per stare in mezzo alla municipale
agli sbirri alle telecamere
) ? che immagino? (che? cosa? lasciatemi sparire come
una cosa posata una posa cosata una sopa catasa una
rosa dosata alle coperte sfatte davvero
stasera
non esiste.
(ogni tanto uno si dedica a farsi ribrezzo. si può. ed
oggi che
(dite (poi; con il cardiometro nelle labbra) (come ci
avevano convinto)
(di poter davvero spiccare
(come dicevano) il volo –
senza calci in culo)
sì vai, ci vedo. stiamo sdrinkati a sussurrare
con la bocca tutta incartata. tritata recitandola
“è dormire con la testa appoggiata su tutte queste
menzogne e materassi ”
la chiamo ottocento (800) euro di debito perché ho il
figlio tossico mi sono arrivati degli
albanesi sottocasa per 23 anni di seguito finalmente
siamo riusciti a mandarlo in comunità a
calci in culo per ottocento (800) euro di debito la
chiamo a seguito di un distacco di corrente
un ammanco nel saldo bimestrale cazzo non si
accende il display rivela un’anomalia una
mamma di 55 anni che piange sulla mamma di 75
anni con gli abissi nel conto corrente
interferenze audio il collaudo definitivo di un ko
attivo/moroso “perché MIO FIGLIO SI
DROGA” riguardo il punto di riconsegna sopra un
cassetto oramai non più non vuoto senza
cedere dal back office un saldo per un punto di
riconsegna che ancora segna ko attivo/moroso
e gentilmente Le concedo di uscire con dignità dal
telefono (di avere amnesia dal terzo tentativo
che ancora segna ko attivo/moroso.)(
su borgo pinti come una bandiera
anarcoinsurrezionalista
con la visuale divisa in tre di kappa
e teologia
(di / visi / a mezzo
spaccati – a terra come fioriere e disturbi
della personalità)
mentre ci mentaltaleniamo siamo al pulpito di un
discorso
della parentesi graffa do virgole:
atti apostrofi
vangeli
come una goccia superflua, che domina, vai in pace
mentre non guardiamo la strada, per scrivere altro,
sul toccaschermo
l’elusione, la delusione, il fondino con lo schicchero
che istriomettiamo… aspettando un messaggio
con Firenze che mi allaga.
continuamente.
tentando di restare a galla sugli arcipelaghi
prolegomeni
convenienti alla tecnica mista si sta ad una sincera
ricongiunzione, all’automaticità,
al fumo delle sigarette, agli
inestetismi.
un gatto miagola disperatamente alla porta di casa
e tu che anche se insofferente,
aspetti alle 4:04 e
(alle 4:04 dopo i viali abbiamo i molari agli antipodi
entrambi, nella stessa localizzazione in senso visuale,
ma scambiando per errore la mia lattina con la tua
acqua e zenzero
blatero su un tizio che è l’artista che diventa bambino
e finalmente può giocare di
nuovo
senza regole,
perché in alternativa seguiamo le istruzioni, buttiamo
tutto in un cestino e finalmente spariamoci le cervella
fuori dal cranio.)
perché
e il processo di traduzione è un qualcosa che ha
ancora più di un progetto
dell’eiaculazione.
ma seguo
nella traiettoria
le tue palpebre di das
di poesie
passaporti varie identità
lacune, falsità. la luna che è tera-,
gigantesca.
(sai?)
aspettando, in realtà, se è questa, sai che ti dico… ora,
con le circonferenze oscurate
guardandoti meglio, sotto la Loggia,
zitto con gli alfabeti finalmente ridotti
a muzak.
nel nome dell’incompletezza, dello spreco,
dell’ossimoro
(se posso continuare ad ammirare i parcheggi) in
irrealtà e
per una volta in realtà dico, in nome d’Io:
senti
se mai vita mi negai
ANNEGAMI.
SONO STUFO DI DOVERMI GIUSTIFICARE
IN CONTINUAZIONE. NON SONO ALTRO
CHE UN BAMBINO CHE PIANGE. HO
PROBLEMI COL MIO CORPO PERCHÉ
FACCIO SCHIFO AL CAZZO. HO PROBLEMI
CON LA MIA SESSUALITÀ PERCHÉ SONO
(SOLO) PER UN QUARTO FROCIO. HO
PROBLEMI CON LA DROGA PERCHÉ È
BUONA. TROPPO. E NON HO FORZA DI
VOLONTÀ NEL SENSO STRACLASSIC.
PERCHÉ NON MI FA SENTIRE NULLA
NIENTE/ TOTALANEDONICO
TOTALMENTE METEOROPATICO, A ME,
CON UN AMORE SPASTICO CHE MI
TRALICCIA IN CORPO. PERCHÉ È
ESSENZIALE ESSERE PRATICAMENTE
AMBIVALENTE! IL PROBLEMA È CHE AI
VOSTRI DEVO CONTRAPPONGO UNA
QUOTIDIANITÀ FATTA DI STORTURE E DI
ELETTRODI DI COMPOST IL NON POSSO
ALTRO CHE, IL NON SONO ALTRO CHE/ LA
DEFORMAZIONE LA VOGLIA CHE MI
MANCA DI DOVER SEMPRE ESSERE
SEMPRE SEMPRE SEMPRE IN
DEFINIZIONE
NON VOGLIO ESSERE NIENTE.
VOGLIO ESSERE DEPURATO
COME UN CANCRO.
COME DELLA FORMALDEIDE,
O DELL’EROINA,
DEGLI ANTIBIOTICI.
QUESTO PASSA. SI PASSI PURE NEI
PALAZZI CHE SI SCRUTANO AL BINOCOLO
NEI CUBICOLI
DECIFRANDO NEI LIMITI DELLA PSICOSI
IL LORO FONOGRAMMA CORPOREO
E ACCAREZZANDO IL CIELO.
E VORREI ABBRACCIARE LA TERRA
E TUTTI I SUOI COMPONENTI
e invece BACIO QUESTO FILTRO DI MERDA
E CATRAME
SUL BALCONE
che amo immaginariamente a distanza il prossimo
mio
almeno più di quanto io con la dismenorrea al
cervello al terzo pacchetto da venti, digiuno da giorni
al momento ami me stesso)
mentre sventoli le incudini di una biper allo sfascio
offri l’ultimo tiro di coca base che hai
sull’acqua,
da mezzo litro (mezza riempita)
al primo che passa e ti fa un
cenno.
dici “mi
piace
la
tua
risposta”.
declinando poi gli lascerà un euro ed un centesimo
greco
sulla mano
dopo averlo visto anni prima che nuotava
in una fontana pubblica.
sorride quando se ne andrà, aumentava
nel fotogramma. i
denti tutti dritti.
qualcosa che si può confutare con l’esperienza.
ironico pensare alla Street di Torino 2008
in un falso ricordo/ generato dallo
scrolling/
rilasciata fra la branda di cartone riciclato
e coperte della caritas.
guardando indietro attraverso il tutto a 99 centesimi
(ora tutto ad 1 e 19)
(offri l’ultimo sorso in fondo al vino
dove c’è la radice quadrata di due
o il pi greco, la spirale, Piazza della Vittoria che
si inizia a sgretolare,
via Nazionale…
piazza Indipendenza
ed entra nella sua camera piena
marzo ha appena aperto le finestre
sono cartine corte spaccate a metà
e grattacieli disegnati con la ma
cchina da scrivere ricalcati a ma
tite senza punta. latte silicone profilattici
fumo marocchino della stazione
un paio di mutande nere e muco
di fazzoletti spiaccicati a terra.
titoli. pattumiere. fossili
nel mezzogiorno della sua camera piena
di ingiustizie inventate autoindotte
come un’emicrania succube da
-gli alibi e sbavature incorrette con pigrizia
il cui disordine (stava notando/guizzando
finalmente un poco
a poco a poco, nel mezzogiorno
giorno della sua stanza erbacea, questo
in superate sezioni polari
PIANO PIANO si allargava
gli oleandri in infiorescenza rosa bianco le
furghe non e camperizzate
sopra le botteghe dei metal meccanici
/insorgiamo contro i padroni!
(Falce e martello) (totally démodé)
pezzi “HC” dalle outline in cancellazione e
sognamente a caratteri cubitali
a bomboletta.
contro l’auditorium della scuola
elementare
toner esaurito incastrato lì per lì sembra perdura
perdersi nelle cartomanzie,*
immagazzinando domande
chiedendosi automatizzando il perimetro come
mappassero la terra gli antichi.
poi combatti la gravità scollini
oltre il pronto soccorso,
interroghi le implicazioni pratiche di un sanatorio
in cima all’urbanistica monopode
arrivando in cima
comodi con cura, grattacieli sullo sfondo
le violenze dei raggi ultravioletti sullo sfondo
liquidatori una contusione delle tempie misura 30
gradi sbalzi che ballano cateratte quando
prendono il numerino e fanno la fila, speculare
spurga l’innecessario ticchettando le dita
al dono della stella
terrestre: fondi/ fiondi
elimina un bottone –
e tirato il sangue dalle infermiere –
scendi girando la testa
ricorrendo giù sotto la pendice come fosse una festa
di fiale bollenti.
vedano pure si dice la maschera superstiziosa splende
come una lente la cellulosa dalle cellule sapide
il sudore giace già in fronte, a maggio inoltrato
spirale-rondine, immagine-mare
oggi amare amare il sole:
felino con coda a punto interrogativo
chiede cibo sotto gelatina. è cieco fantasia gatto due
muove vibrisse e sogna spossatezza
e penna deltoide corrispondente che senza tappo
non lascia dietro di sé, oggi, una formula
o un segno di addizione.
scaffali svuotati. corrono su
e giù come lune salarie
evitano il nulla che accompagnano
come un atto di superstizione. per non concepirsi.
arrufandosi la faccia
si mette a lavare il pavimento e i piatti per volte due
e nutre, due volte, uno il gatto spossato e
due quello con la coda a punto
interrogativo
no maybe it’s a malfunction in your buffalo
mozzarella.
insight dei 30 minuti 30 di stop fra una fermata
that’s how they work in Italy you said.
se in San Lorenzo / specificando / quartiere centrale
mercantile la pelle viene dall’India non è
perché i bufali non siano arrivati in Europa.
o processi.
NO NO that’s not a bufala
è il risultante del globalizzato e omicida della scatola
di sardine, assassina
della stessa cultura che ha sempre detestato.
e se nei capitelli – circensi alla riproduzione
when you go to the market 20 euro for a product
for a THAT’S NOT the same line
different fabrics / that wasn’t
that’s not the same leather neither leather only data
the style is only the same.
that’s
no
blues
for me. / Blue ICE/ or green or whatever
, sometimes is green sometimes is the younger one
completely drained
but that’s not the changes.
the same thing
happens to your eyes.
in young ages they were a pretended blonde, then
darker, then a white that
used to be. We used to be validated as well tanned
negotiated
train card 36 for a couple. per un’estensione hydrofoil
adduci two hours
tips for tomorrow: skip no good available i’m gonna
ask the askable right now. let me say how it’s easy
waking down and walking up and down
here within everything could change. and it’s a
SUGGESTION
presto cava il narcan dagli astucci di
scuola
scuoti queste scorciatoie di
sughero in piena
e tappi di indigestioni imbottite
di manichini.
è una frettolosa quantità in gioco
venti minuti (venti) staffetta-tipo calcolando a piedi
Ponte al Pino-Statuto
un riferimento dato che non
sono
quarantacinque numeri né cinquanta o due o
cinquantadue
né due né una sola, né un’ora tutti in binge catalettico
né una suola
numerata di radici edifici di lobi
senza giunture
orologi pure in freezed e vedi sto sudando / lo vedi /
sono quelle
non-so-quante queste non-so
lancette più strette
che dividono
le lancette
(venti circa (le stesse tra casa dei miei genitori e le
Cure quartiere
itinerario con la coca nel calzino
paramedici biancorossi
bombardiere a sfera dell’interrogazione retorica.
sembrano quaranta milioni di unità di misura diverse.
e misura. assicura la quantità di
materia che
chiude.
è obbligatorio, presto per il tempo che sgocciola raccattare
il cencio dalla nettezza
con le mani
manco fosse umana la lingua sfilata di getto
papilla dopo papilla presto
va tesa,
cazzo allungata è un caso che pensi che sia qui a fare
una goccia di pioggia, un trip,
va analizzata
non deve che si nasconda dietro la mandibola
ancora.
e sei quasi blu.
ma apparentemente questo fenomeno
è la legge di doppler
è la frequenza nel sistema di riferimento
di chi ascolta
due minuti dal contatto idroscopico, di venaloxone
somministrato, che già rattoppata alzata incazzata
hai i brividi perché si sente cagare addosso le viene
il vomito e
[se ci scambiassimo la pelle]
inquina pure questo muro…
fino al profondo
feriscilo, ma si, tra di noi
non c’è che lo scheletro di questa casa
per te ormai adulta quasi
coetanea
a ventimila soli, al piano temporale,
a un pianeta.
vedi
(l’oceano che gli blocca la retina
mi fa da trapianto. è così buffo
quando scorrazza, tutto immobile
circondato di quella sua lana, in lui
arcigna e metallica.
anche i passi sono diventati
microscopici, invertebrati,
lo vedi come sono piccoli?
e se lo chiamo lo chiamo con un nome inventato
preso a caso dall’etere
non risponde manco, affaticato
mica mi corregge)
da qui sotto sentirla, fidati
compensa lo sciopero dei campi telefonici
i codici morse SOS
x/y che scappano dai miei
scompensi di vuoto…
non ho mai contatti più lunghi di un hertz,
lasciami ascoltare qualche
tua forma d’onda.
Io…
(al medico in risposta alla presenza
di macchie, distinti coaguli
non essendo mai stata paziente
gli risposi: le lastre, dottore, pulitele
prima.
direttamente
perché amo follemente le cose trasparenti,
quelle che non vanno spiegate,
dirette.
sento di amarle così tanto da
amarle davvero.
se vado presto alla Coop, alle poste
l’aria che vibra le estremità
è una gioia sentirla come ai vecchi tempi,
ovvero con tutto il corpo.)
(ma diciamocelo.)
ho le ossa che ormai galleggiano, caro
non sono che un fantasma se
ti incrocio,
a me non tange se traballa
la terra
-sono romagnola (io.)
(se vuol dire qualcosa
(ci sono nata.
il ballo ce l’ho nel
Sangue
ricordi quando andavamo a fare i giri i sabati e non
avevi scuola?
Che eri il mio minuscolo sosia, un microbo.
Che dicevi sempre sì.
Che eri alto in
questo modo […]
Rilevamenti
magari (momentaneamente) (retrovivando sotto
la doccia) (a memoria) faccio solo il
gradasso
perché mi impiastro le piastrine, sono un corpo
gassoso contro solide atmosfere. per questo
mi espongo
ora davanti a te,
perché vorrei - togliendo i vasetti di yogurt
greco
dal tavolo, prima di colazione mi sento
perché vorrei - (e non lo dico così, per
dire, in vero,
davvero, non ti chiedo tipo regalami la tua spina
dorsale. o niente
(che sì, sicuramente sempre dovutamente
evitando
totalmente i collanti e il glutine (
che cercando combinazioni da termometrovisual
sulla punta
della lingua la rappresentazione
del corpo col corpo
perché non abbiamo idea (anche se
sicuramente
tu non ignori, anzi, al contrario
del sottoscritto, sfogliando
col dito e il fanale che ti porti addosso sul banchino
del mercatino queste gigantografie di
membrane stampate, sai benissimo
bioluminescenza non come me che
Mapplethorpe nasce a New York e ci siamo noi come
tutto il resto noi
materializzati-nati dal (magari, almeno dal mio
punto di vista,
che
sembra di sognare, nella causalità
o negli effetti della casualità universale, nel puro
culo. magari
in “realtà” evidente) non-
si-sa-
come-
adesso – e
probabilmente un’altra conoscenza che
più possiedi di me è che il corpo va prima vissuto
e spremuto
rigenerato e poi rappresentato che è
un impegno poter sorridere e impegnarsi –
ma guarda che bello
qui
ci sono le
poesie di Mao (le pubblicità del ventennio degli anni
in -anta e del boom economico (e
je ne parle pas français come so très
bien dire soltanto
(che me encanta signora che la
produzione industriale sia stata
scambiata con altra produzione
industriale, davvero,
pur mantenendo gli ordini simbolici, che fanno a
sgranarsi tali e quali, iperreali – e questa è proprio
una tragedia (?). (d’altronde, quando
parti,
dici, con le valigie piene,
con la fibra sintetica che ti copre il delta di Venere,
che
giù
vai à la recherche, à rebours a tutt/
con una tua cognizione del dolore naturalmente
propria e salda,
senza Satyricon
(perché non vedo in nessuno dei due un cliché solo
tutto bohémien fuori tempo massimo
inventato- anzi,
siamo particelle, elementari, vive, vibranti, un
teatro alla Samuel Beckett, un volume di biologia
a colori del ’65, una corrispondenza cifrata, un
fumetto erotico, le poesie libertine di Apollinaire,
un manuale di savoir-faire, mikrokosmos, l’antico
e il nuovo testamento, un corto maltese guardato
in lingua originale, così, una sera per Fluxus e
sghiribizzo, i Simpson, un libro d’arte, un atlante, un
film Nouvelle Vague, dei saggi sul Nouveau Roman,
materia viva clima
tempo movimento.
perché possiamo (
Itaca che traballi il cuore) ti prego stai attenta a dirmi
queste cose…
che surrealmente pari provenire
(giuro) da un altro posto, ripeto,
totalmente fuordimensionale in senso
bello bellissimo.
che faccio rumore con il tamburo di latta che
comprendo.
(e non voglio perderci nei classici perché sto provando
a stare in bilico sui bilici,
è la prima volta, e comunque sappi
(ti asciugo nelle testa
con la mia muscolatura s t r i a t a
se ti viene da piangere quando saluti
librai,
accattoni,
avvinazzati e portalettere,
fontane
e giostrai (se ti viene da
piangere quando guardi i fringuelli ed è prometto,
(che poi/
che adesso/ che altrove/
che senza sigarette proprio non ci riesci a stare
sorridi il braccio mi pizzichi guardo i miei lividi
come nel sublime delle diapositive.
(incenerisco gomma araba. forse
vorrei davvero le
tue parole con le mie
parole per
fuse come una fusoliera, una fusiera come fusa
scusa se ti chiedo scusa,
una dopo l’altra.
è che sono umano. sono-mi sento
totalmente imperfetto.
come è giusto e normale vorrei ascoltarti senza voltarti.
vorrei abbracciarti forte.
(come? la dottoressa Paladini direbbe che
non è problematico,
al massimo si può fare tutto tutto in un colpo
andando sopra al Palagi
(e oggi che sono solo e torno ornato ombro mi trovo
della tossica
superpetroliera
.mi manchi. e ora che siamo attaccati ho
l’alzabandiera e ti sfonderei
la gola e il culo e la cavità. insomma ti
riempirei
tutta. e questa è / non è letteratura (se non in senso
snaturato-e-testimone.
dimostrato.) è
non so, praticamente un orgasmo.
(ho paura sparisca quindi mi liquidi quando come hai
detto carta
canta che dici?(che non ho niente,
(però va fatto ora
(oltre che oltre alle già proprie sicurezze
personalmente, sarai sicura al 100% di non/
perché forse sono troppo inadeguato dico (niente di
niente di qualche rimasuglio addosso.
e questo non vuole dire che stia rimandando il fare
’sto cazzo di
esame.)
sono solo un coglione che non ha
sentito la sveglia (una scusaeternopuerile
perché la notte prima ero
strattonato dall’inverso dalle paturnie e fine.)
fin dentro. e andrò domani
con una certa sicurezza ripetuta, non quella sulla
paura degli aghi, ma se
semplicemente
in questo momento dato che sei così gentile e
splendente stia
da starmi così, a supporto?
che è ovviamente un’altra questione. che
forse
dovrei avere un
pochino più di fiducia in me. che occhi carini che hai
sono verde e
marrone.(e ti prego di credermi
se ti dico che è acido e corrosivo è orribile
il rimorso della sfiducia minima per pensare questo
e pensare questo perché non ne ho davvero
nessun nessun motivo, anzi scusa
perché dovresti volatilizzarti al di là del
principio? insomma perdonami però ancora per
ora spero tu non mi faccia male.
perché
sono
debole)
fissandomi nella mente la proiezione delle
piastrelle
(confesso, cercando, ozioso, lo ammetto, fortissimo
di non trovare del sesso nel tuo broncio scherzoso
(in questo momento (
ti seguo le autostrade del corpo – un nodo
invisibile –
vene ed orizzonte-epidermide – inchiostro
a pigmento e dose controllata,
figurativo anabolico.
(che se potessi sintetizzartimi il rilascio dei tuoi
feromoni forse e sarebbe
blasfemoprofanoassurdo usarli
impropriamente non in senso
sacro o religioso non in senso di falso e vero perché
non penso sia vera quest’ultima linea.
(penso ci annoterei di tutto. con i tuoi feromoni.
li leccherei e li scriverei
(come con un alfabeto
simpatico (qualcosa per curarmi lo sconforto.
e vorrei anche/ che con/ e ti/
te lo ripeto tutto strafatto/
(perdonami (per l’appunto, reitero-ripetendo),
che certo, ovviamente ci tuffiamo nella colla dei
collage della terra
e lo ripropongo stradapercorrendo il 70-oggi
documentare i documentari,
divertirci dicendo/
non è desiderabile l’ingombro e altrettanto
non desidero rappresentarlo.
questo te lo riconosco e – quindi,
qualunque cosa
per me, insomma per me ora va bene. non
vorrei
esserti entrante. nella maniera impropria. e quasi
sicuramente e
soprattutto sarebbero equivalenze
agli stessi oggetti che toccheremmo con noi, il
tempo qui in un’illusione lineare
ed irripetibile,
giocare con i significanti come fossero
cosa-stabile e con noi.
(è la mia tendenza a scaldarmi. non volevo.
ma guarda che quando dicevo che il collettivo
è una risposta storica (nella
stessa frase invece,
sottolineo, contraddicendomi e citando Deleuze
giocando con le talee di pothos in camera tua che la
storia è
un pasticcio di antico e puramente ora, (ma anche,
visto
postumo, forse ormai
completamente
esaurito come fenomeno in senso di medium, il
collage dico,
facciamolo come una scusa per
stare insieme, davvero.
l’idea che dicevo era assolutamente non riferita
ad età o percorso:
non penso che zeitgeist sia/abbia solo una
soluzione. capisco perché ti sei infastidita.
che senso ha, a questo punto la targa o la scritta?
forse
non ho bisogno di enciclopedie
se mi sento gaba adrenopinefrina
endorfiserotonina
anche semplicemente sul tuo pianerottolo
di casa sotto le scale a parlare e
su/ti ricopro
le gambe di saliva, mi riempi di
saliva le dita e
non ho ancora
voglia di appiattire gli encefalogrammi, di
dormire
(Alla Normale studiano fino alle una? La notte che
mi sembra assurdo pure tu preferisca
senza anima alcuna,
aperticatalogando a mente il vasellame e i
tarocchi di fine ’800
e i putti sulle mura dell’uni tutti puramente
scolorati
ci abbracciamo forte ci tocchiamo
è tutto è assolutamente esaltante.
ti espongo gli scazzi della mia vita, i miei
andazzi
ci ascoltiamo con passione, ti deliro addosso
con passione
/-non penso sarebbe fattibile, per me-
-io lo farei.- dici, e dalle
pendici della mia
anedonica accidia quindi, ti dico: chapeaux.
sto parlando semplicemente del fatto che.
non ho neanche una triennale.
davvero.
dio cane.
nient’altro.
sono al momento senza ironia, perché
è troppo millezzeteggiante/
io, lo ammetto, penso,
di rimanere in aula tutto quel tempo non
sarei in grado. /
(-una doppio malto? che strano…-)
(il sole spalla i muri bianchi, surrenali, percepirti
ha come l’effetto di enteogeni morfinici di
potenti psicostimolanti e mi sento addosso
l’adesso-addosso. brindiamo,
beviamo –
vorrei ci sputassimo ancora in bocca
fino a ridurre la semiotica a semi.
(che il Reale è ciò che abita nell’osso della
rimozione attuale
nell’oggi (non tra noi, che l’ununderstandable
puramente
religioso-sensoriale-animale è bello
perché sai che tendo a deragliare
nell’autocompiacimento
nella tesi asemica… che puzzo di tristezza
ma tu non senti gli odori e forse per
questo riesci a starmi
vicina.
(che siamo la civiltà dei codici e del segno puro
ed infinito dove la prerogativa è:
LINGUAGGIO.
(poi chiusi i discorsi ti stimolo poi mi stimoli volpe al
girasole
che ti infilo il mio occhio nelle
vene-nodo-gambe-bocca
e mentre ci baciamo e ci rotoliamo nel tuo letto
ad una
piazza…
e basta, ora ti infilo le dita dentro, due
ti pigio il monte ti circolo il clitoride
e ancora ci baciamo e rotoliamo.
(sarebbe troppo facile una formula geometrica.
il dodecaedro per questo sistema-qualcosa? costruire
una direzione, (?) facciamolo, no forse, se ti va se vuoi?
non so, vedremo che succede se
desideri-desideriamo… non perderemmo niente
come elementi in un rapporto di elementi, di cosa in
atto, continueremmo
come a depositare forse un nucleo, con pazienza,
qualunque cosa diventi senza forzare niente,
senza correre a sinistra o destra.
spiralo tre monete sul
pianerottolo e l’I Ching
che mi hai fatto scoprire amato
dalla Rosselli, che altrettanto
mi hai
fatto in pratica scoprire
/che francamente sto arrivando a
maledire
’sto mio cervello, così disabituato, che
troppo contemporaneo, scut-uppa le frasi.
e fumo la settima sigaretta nella perpendicolare
della terrazza (in due ore) come i re
di Roma escluso Noyz Narcos, in via
lungo l’Affrico tornato
da Pisa-Firenze, da te/
mi butto la cenere addosso,
prova forense di
una caraffa di varichina e voglia di vivere che mi
dà
la Edmondo de Amicis a Campo/Coverciano…
ma
immagina
i
conigli
alla.
caffarella
e mi fumo subito via il vuoto di dosso, schicchero,
lo lancio oltre la piccionaia: forse eutopico mi si
compatta il petto come ghiaia
(in poche parole
: ti penso:
pensare di guardare un Grand Budapest Hotel
straclassico / orizzontali su
un tratto di mare dalla Corsica a Zena
nauseati
dagli oblò e dai gin tonic troppo costosi
dal digitare per noi che torniamo appoggiati alla
salsedine avvitati dal tratto
Bastia-Ajaccio, in inviluppo, avviluppati.
questa è l’assoluta perversione di essere infelici a
déjà vu.
tagliati i pistilli acerbi al Clos (con i polpastrelli
braccati dai guanti
(chiamando gli operatori prima di Settembre
(lavandoci il fango dalle tempie con un tè
alla menta
abbiamo finito a scassarci il petto (attraccati al Porto
Antico)
st-attaccati (dietro via Irnerio alle Salentine) a
rivedere (con il mare agli occhi)
che (lì lì. con i colori a zig
zag.
accecati dagli zeppelin) prenderemmo il
ricordo con un termometro (sussurrandoci addosso il
niente urlandolo in dolby-surround
ore 1:26 ritorno
quattoquarti tamarra per rima ti attraverso le radio
nazionali valute senza filtro
e piuma o sgabuzzino
passiamo accanto ai tavolini appiccicosi di alcol
su note
soft jazz o tech-house giochiamo carte
senza croste calate ricollocate nelle phase esegia
nelle rem e dizioni pelle tua
su pelle mia magneti ricordi dialettiche
/nel tuo (eravamo ai tavolini
appiccicosi di alcol attraverso le radio del bar con
una birra media in circolo)“non sopporto proprio la
musica inflitta.”
dicevi stizzendo le dita
incastrata proprio dietro un pianoforte
(e ti seguivo nei discorsi
pure se hai la clavicola che sporge
dal tuo abito di fiori succintilucenti ed attillati che
incorpora
(che in questo legame covalente
e lontano
riassorbi il Mar Ligure e il golfo
nella contemporaneità in cui se dovessi
infliggermi una frequenza ora
sicuramente sarebbe tua:
ti faccio un prospetto retroattivo (amore;)
uno sguardo prospettivo per cogliere i tanti lati delle mie tabulate
contraddizioni
(fatte di minimi mimi, cianotici, tutti fogati di pezzi
di cuore
accozzati, di colla raccolta, etilici
di acetone di mosaici hard-dance e d’autore)
questo lo presento poi come una ricevuta in regola,
tutta timbri, a toner/oppure sotto banco. anzi
questa la porto quinquennale in un piano
di crescita inalterata diciamo annuale,
pure mensile, giornaliera,
al secondo/
a seconda di come va il vento, tesoro perché.
io. non sono quello che sono al momento
perché tendo alla variazione
posso presentare un acconto, magari anche per un
non-impegno bimestrale, non-accollo bisestile,
un impegno saltuario,
cuore mio io. se ti porto un piano ridotto ai minimi
termini
fatto apposta per funzionare
easy
senza turgidi cavilli o nubi di
catrame vigliacco
potrei incollarmi, come mio solito, un francobollo
in fronte, essere spedito,
lontano
riportato a mittente perché mai stato mandato
(ma lo so, infatti, ti dico non a
caso:)
che se queste condizioni ti troppo condizionano,
mia bimba girovaga anatomo-geografa
puoi pure gettarmi in un mare di geroglifici o
lasciarci scoppiare il fegato sotto al materasso.
che in un certo senso ’sto discorso tradotto
in fluidi se te lo sussurro versando queste mie/tue
insolubili contraddizioni
(perché sono mezzo peota/mezzo perito)
vedo in vitro come arduamente ti mescoli.
scusa comunque (se sto tutto
scoppiato;)
se cumulo queste carte
tutte bianche. ma se ogni tanto le imbratto, per
ricordarsi,
corrisponderei cinque miliardi di post-it
(a te) con un ritratto citrico del mio viso.
affermare con certezza che quel dolore
è stato il dolore più grande ma non lo è.
perché al contrario di come molti dicono i dolori
[sono tutti uguali.
o i dolori che sono stati dolori per me
sono stati identici in tutto.
(o ieri davvero ho pianto l’anima dagli occhi)
/ e alla fine è passata da poco mezzanotte
da quando eravamo tuffati all’ultimo giro
nel cloro nella scolorina del forte stand di
maglie bancarelle ragliediketamina
/ mentre scrivevo con la tachicardia questa misera
enciclopedia
sulle cose pomeridiane:
(e mi sono pure tagliato come un ragazzino sotto
SSRI da solo a casa mia,
con delle forbici che erano già
sporche di me
quel pomeriggio)
(dopo che per
ricostruire le
frasi
urlasti che davvero
era ora di farci ciao
scrivere (in maniera; così) scrivere davanti
alle circolari del tuo bacino da
dietro
(posizionate) sotto le prese da cui ti terrei il corpo
in salotto si forma un triangolo scaleno
dal tuo capo inclinato e il pugno su cui sei
appoggiata.
alla tempia. sul tavolo / davanti allo specchio /
a scrivere le parole crociate /
(in un bagno intassellato/in questo caso dopo esserci
prima dell’ e/ci laviamo i denti sono preso da un desiderio
di venire sul neo che hai sull’ascella e ti raccogli i
capelli-onda. sei
appoggiata al cloro
alla tua matrioska di cerchi nella melanina
dello stroma – via-via/via
questa preoccupazione
(questa totalmente (che ogni tanto) allucinata
impressione di potere fare altro ma non in senso
diamine. bisogna
che tanti inciampi sbam e non
volevo scusa
alle sostanze dovrei dire adieu
per un po’. questo non c’entra nulla,
ma non c’è
(che mi sento un raccattato (un
bisogno che mi insegni se non vuoi.
ti faccio e ti abbraccio. per favore,
non posso vederti triste così. sorridi.
lo abbiamo visto nella riproduzione di
fotogramma e fotogramma
si può fare senza parlarsi da dentro
o baciarsi con delle maschere incollate
al volto.
quel cartone su Erikson fatto in Cechia
so che ti ricordi
rovi api borghi medievali
supermercati improbabili
posti liminali una foto mentre lecchi una caramella
e santa sia la pianta del
piede tuo
36 attaccato sulla sedia adiacente ad un albero,
che cazzo
sei troppo bellissima ti ripeto che sei un angelo,
ti vorrei venire dentro:
mischiare bene tutti questi nostri fluidi
ce lo ripetiamo
ammiro la spalancatura delle tue cosce rosa
e non possiamo e quindi lo tolgo in tempo ti spruzzo
addosso saltiamo e
dopo beviamo limoncello in un bar della campagna
toscana.
è diventato legno, guarda bellezza,
è come ti cagassi
davanti, scrivere così.
può succedere in una casa, per una volta tutta
per noi
(perché siamo giovani-squattrinati
(mentre risolvi i cruciverba – mordendo
la punta di una 2b come ti)
di campagna con un bagno
(morderei la bocca (e quella
sulle colline con l’acqua che abbiamo
lasciato aperta, (come
si discuteva – seulement pour dire,) di bagni ne ha
perfino due.
questo significa che al diavolo, dai, come
sappiamo dagli estratti estratti dal
nostro mangiare non vogliono diredire a volte queste
incomprensioni
che a volte può capitare di può essere
un errore umano non è necessario farci
frizione darci del dolore prolungato adesso
(quello che anche io, misto al dispiacere, mentre parti
dalla stazione
senza neanche volermi dare un bacio
se non manca poco a forza, sento) che
(ti chiedo scusa, sì, si può tendere verso l’alto nelle
nostre linee instabili,
vorrei accoglierti con tutta la gentilezza del mondo.
e dovrei dire, ne prendo atto, che in questo caso come
tutti
se ci si può mai prendere come
caso isolato, di abissi ne abbiamo e possiamo,
averne in due. ) (
nella valle dei Re e nei bar
altro glicòlo ancora
abbracciasi
database convulsi agli ingressi
delle nostre bocche. frugate con la lingua
sul ciglio. lettoguardo, spogliàti.
cercando sotto alle tazze sporche
lasciate nel lavandino ti cerco con il frenulo.
lasciate sul divano
sulle finestre
sui comodini
dietro ai gatti randagi
le parti
delle tazze sporche che abbandonate ovunque
nei mozziconi che abitano
i propositi
che ha lasciato
ZIGZAGARE
ALLA RICERCA
DELL’OGGETTO)
e che sì (se sì, si chiedesse)
che ora sì che vede
che è
come una schermata “just this”
e pezzi di pianeti terrestri
scusa sono sfasato
mi vergogno profondamente delle mie
(r a
g
go mi
t ol
a ndo mi ti)
non vorrei sembrarti dolciastro e stucchevole
brucia grattare la spugna delle narici
ora (dicevamo)
dell’odore che sintetizzo dallo zero della tua assenza
parlare se cito Proustotalenostrelinguetoscogalle
desidero. essere un trattato che
lei porta
≥>>>>>>>>>>>≥>>>>>>>≥>≥>>>>≥>>>>>>>>>>>>
vorrei ancora entraruscirentrarti
mescolandoci olanzapinamente in delirio
sfilarti le magliette dai colori semplici e a tinta unita
toccarti il triangolo della voglia-fosse
che ti inturgidiscono la coppa
dai tessuti non e / trama/
che semplicemente del tessuto geologico
ci delimita che coi nostri umori versi.
riversi
voglimi
pure se attraverso le strade nella mosca cieca
della cecità delle garze putride del mio male
-imbarco gli stop incrinati e riporto i risultati di
una macchina difettosa.
voglimi
che forse non dimostro correttamente
questo mostrare come quanto vorrei
mi volessi
non mandarti via.
questi fogli rimangono fogli
ma se ti va dammi una parola gentile
oggi ti prego pillola pupilla
ci sono strade a perdita d’occhio e
il caldo incrina le vertebre. vertebra
dimmi che mi vuoi
ché non ho la forza
in questo momento di dirti ancora quanto
vorrei facessimo come una lista
dimmi voglimi anche tu,
e ti direi che
lo faccio già.
sì
lo confesso anche perché se sono tutto un
rottame
di idrossidi idrocarburi in sale di malinconia espansa
guardami non valgo niente
non ho niente da perdere se non ogni cosa
non ho niente se non la pura necessità
di aggiustare il tiro
e il bersaglio contribuire
ad aumentare la dose dosare l’aumento
in pratica posso fare anche il 100 percento per
farci del bene.
guarda non cadrei più negli stupidi burroni aguzzi
della mia tristezza zigrinata
endocrina e senza motivo.
voglimi
guardaci come dei
monumenti e delle probabilità che possono accadere
mi piace vederli nei
cerchi lucenti
marroni che ti si incollano.
non c’entri, no
lo vedi che sono sbagliato,
un errore che vaga in circolarità.
difetto ancora solido gassoso
senza vie di mezzo.
guardami,
osservami ancora come un prodotto della
tassidermia
/ quindi con interesse / che sono vivo in realtà
vivo per sbaglio e vivo soltanto come un
misero sciorinatore di pasticci e di
biologie senza senso.
forse faccio in tempo
a farti alzare il collo
che oh scavo un verso nei megafoni
/ una promessa che darà tutto ci diamo
allora guardami-
è una dimostrazione inutile perché l’unica
cosa che so fare
questa solo il solo attaccato
alla penna modo
per sentirmi me organismo.
non gettare l’indifferenziata
il mio teschio
che su di te pazzo fantastica
anemoni orologi girotondi
di pelle e di umori umami
inestimabili.
amabili sono le piazze dico quando ricoperte di sassi
in fiume e metafore di critica e cinema
le mani nelle nostre mutande
volano sotto gli alberi corvidi riconosciuti dai
telefoni cellulari
compriamo al discount un pasto
pronto
da ficcare in un microonde accanto agli ingressi
morsi dalle nostre ghiandole
bagnando entrambi con qualunque
derivato
il sapore disinfettante
del tuo trattenuto sopra, nei premolari combinati.
(che
qui (commento per me
esploratori
espletati con anima e
corpo
(addotto che nel cassonetto mi ci sarei lanciato
da solo
(guardami con
che mi bolle ’sto sangue sgraziato lo
vedi
oltre 100 gradi diventare antimorte terribilmente vivo
sto esplodendo. fine del tramonto. transenna. angolo
acuto. impennata
ricolma e incendiata caffeina in colombi e nitrati
detergenti reagente teravadico regina.
soliloquio inutilmente questa
desolazione
stupida e vana e insensata per divertimento
guarda come sono sfatto, inconcludente
amaro esigente geologia metodologica di mettere le
frasi
una dopo l’altra. ridiamo
oggi
è settimane che non ci vediamo,
mi sembra di non sapere
di che scrivere
mi sembra come se c’entrasse.
e mi sembra che quando mi sembra di non sapere che
scrivere sembrandomi che sia perché non ci sei
mi sembra di volere vederti o di morire
è un modo
sincero
con cui posso dirti che ti voglio davvero
di questa estate desidero le fragole regolate al
plutonio
singolare il plurale ho desiderato le rapine
le panchine
di questo titanio, l’armadietto, il teschio
io di quest’estate desidero le passeggiate senza
muriccioli la parvenza degli aculei trafficati nei
dorsi e nelle precipitazioni condensate e come anime
senza guscio nude e palpate con le nostre schiene
ossute dalle intemperie precedenti io di quest’estate
desidero la sabbia fatta di lavagne e di maniche e di
sale di quest’estate desidero il mare e i doppifondi
che ci siamo regalati dentro agli scatoloni che
abbiamo adattato ai nostri traslochi senza meta
per non andare ancora da nessuna parte vedendo
seguendo un atlante
traslati da inchiostro e panifici e bici
ci osserviamo stupiti dai cateti non corrisposti ci
spostiamo
delle nostre figure le paure non
raccontate ed emessi come bollini di quest’estate
desidero un abbraccio che ci appiccichi e ci
translucidi come lucidatrici ci collezioni come
rondini rotonde e dadi ristretti non ci spedisca nelle
nostre morse di codici postali e cadetti civili delle
nostre guerre senza fucili.
e mi squassi e mi declassi a volte e mi migliori e mi
osservi e mi interpreti
ed io
di quest’estate desidero i baci fatti da viscere
e polpastrelli e gioielli impreziositi e bacilli e unità
contrattili, io di quest’estate desidero la polpa
dolciastra il sarcoplasma assaggiato che ci viva ci
assapori ed interpelli che ci ricurvi ci salvi dalle
nostre falci e ci spazzi via questo stoccaggio da sotto
ai tappeti iperurani dai tappi di sicurezza e dalle
spazzature limpide nelle discariche delle nostre
insicurezze fradice. al midollo osseo, sterilizzati e
dilatati al massimo e astringenti dilatanti bagnati
diramati felicemente sporcati, di quest’estate
desidero una cassa intera etilazioni adattabili ed
ergonomiche alle nostre tasche di girandole e
coenzimi. e
imbottigliami.
nel tuo collo collocato localizzato sulle mie
dita che ti accarezzano.
scrivi il mio nome
da qualche parte
sul tuo diario
a caratteri cuneiformi
svasella, comunicare tattico senza comunico
scomunica nel lato unico della fila delle specialità
eh là stavo per spruzzare
-brava, così si fa / ma… così fonda? / e non
ci stiamo
mica lamentando / reagiamo /
nove euro (9) di kebab sulla mia lancia pronta sonda-
sfonda
piccoli incidenti. pasti indie-gesti? pensi ci pensi?
la tua poi da dentro che mi agguanta – umidare
girando la falange nei due punti incavata
da dietro terra-tirare / ci si urla / GUARDARE
con i nervi in faccia / lingua a lingua / e tirami
la fede dice che non devo preoccuparmi, che va
bene (uno e due)
è davvero fatto di vicinanza se sembrano dati raccolti
o scissioni o pare
e pare si accosta nomeninfea
questo in fondo in fondo ora
in virtù del discorso ridotto ad una iniziale come
differenziasse
da una parte (come ha altrettanto sottolineato Fede
subito dopo) è difficile
scambiare una tipologia di attaccamento da un’altra
e in fatto di cheratina (dato il fatto
che forse abbiamo entrambi (uno e
due) le nostre paure
nel fondo della doccia. pure Fede (stavolta Federico
(i Fede, cioè)
sottolinea che si
estraggono in prima persona.) e lei mi continua
a dire lei (la Fede. dico dice che è cosi tipo sono
disfattista
che devo stare tranquillo,
non starmi ad occludere il tricuspide)
(che andrà) “guarda” confesso “mi figuro un
microscopio” che
è e ci si possa una
proprietà di osservazione micronomica
che ad occhio ad occhio ci spupilliamo siamo –
bosco – impiantati che vi blatero (ora nel senso ai
Fede e Glenda, cioè dico)
da un’altra parte del fiume, tappezzata di foglie
castane bevendo dalla plastica
(volpe, cioè
tu, quarta lettera)
cattedrali tastate osservo spero non una
ricostruzione, sì,
non il rinforzo o l’obbligo che non le appartiene (a
D)…
canto del pareggio dei pori.
dell’inchiostro che supera l’oblungo sfondo
organo-geografico.
timer
ora ancora in mente alla
nostra costruzione (uno e due) srigandosi stravaccato
in un parallelismo antigenuflesso ed
un altro discorso totalmente in
contemporanea
su istruzione e spontaneità
che parlando del più e del meno aleggia
con Glenda in piazza Ss.ma Annunzianta
(che poi, rincasati (i Fede,) ci uniamo ad altri, (dico
io e Glenda ci uniamo
a parlare e perlopiù
taccio)
(e mi vomito in faccia i quarti degli orologi nel tuo
pensiero dispartendomi,
mentre guardi
(cioè tu, una di due) serie
di registi morti da poco a poche decine di chilometri
da me,)
(e la domanda se anche anche tu ogni tanto
anche solo per mia orribile arroganza
mi pensi, forte così:
Localizzazioni a scansione laterale
in bilico alle suole/ alle suole dell’idroponica ovale
rivoltate nei polipai nel non
-della copia della ritrattistica riflettente
rovesciamenti (appannati efedronei e solventi
in grandine
fotografie. utilitarie chiasmo di nitroglicerine,
benzina in stock.
memorie decuplicate
(ne siamo la propriocezione funzionale in parte
dice
([che…] che è per oggi sembra era ora,
per sempre:
sono forse marciapiedi solamente cementati
dalla Storia senza
sovrastata la perturbazione dalla benzina
senza
Storia delle pangee.
la rivolta alle nubi del Dio del tempo e del prodotto
era è sarà per sempre necessità, forse ancora fin
dentro fino ai bunker micraturizzati
e non solamente un modo di clonare le statue
della massa che si cala una bara
sull’ipotalamo. (appartenenze in
equilibrio, geografie profetiche
(che sono-altro Dio del tempo e del prodotto.)
il basta. internato. re nello psichiatra della regola del
farmaco del telegrafo dell’alfabeto della ghiandola
fili e spazzole. ecco le necessità
superflue della determinazione della bilancia
pazzoide relativa al replicato.)
del qui della //////////// d’être ////////////
siamo la copia. l’interpretazione
caricata.
la dentiera del primo ovulo-sperma con il capo
rivolto nella sfera che generò
la genetica, indomate erano e saranno i calendari
ormai fugaci e punti
nel finalmente mutabile e nell’.
forse replicandoci finendo continuamente alla questa
bellissima duna
sorprendente
del suolo – ci srotoleremo con metodo/
con la dodecafonia ribonucleica aumentata
ridicolmente retró il suono del traffico da oltre il
balcone
mentre un bollitore sta bollando la serata come
conclusa
per favorire il discioglimento e
regalare del vapore acqueo al frigidaire
mentre il cuscino, ad occhi in/versi, in amicizia, che è
roba da manuale anatomico,
accende il laptop per schifare
e passare il tempo a pesca
e all’improvviso, così, lasciando la presa aperta,
tra le schegge lasciate cadere dal contenitore
per riprovare – tabelle alfanumeriche
rivolte lì, nei suoi denti – e i suoi ridenti
fotoni (
[sample]
bile in quello umore nero a pezzi dicea devoto
vede. aderendo inizialmente
(ad- e haerere “essere attaccato”] (io
aderisco, tu aderisci, ecc.
a questo biochimico processo aureo chioma di
citatorie (nursing intel trasverso direttissime
intenzioni). divieto (cioè esilio; cioè massima; cioè
impedimenti; cioè provvedimenti che tendono in
genere alla proibizione) / interpolazione
aprogrammata per tutto vinto della mitologia se la
poesia è come diceva lei
(allora:) (e me la pratico, sì, se in descrizione,
ma praticamente glielo spiego, me la
provo a praticare così.)
: vuole dire fare e faccio del niente
etimologico:
sbottiglio spazzaturo smercio patacche.
antemìcraso
edaquilante per eterne pestilenze nate
nei parapioggia
sicura l’albero,
riconduzione proceduralepisodica
(poggia l’orecchia rottama marittimi contorti
matrice che riverìa gli alzi del piano. modulante,
elefante plurimoadattato. senza riassorbire ancora.
(extra-analitica valanga mitica (foderate interiora
di buca infernale animale con intestini di tantalio e
terre (vario il mio interno disarredato. lo riarredo
ipotizzato. lo interioro. lo disordino. (ordini ivi
alla ripa una tacca la perfida siringa disinfettata più
anabolica iniqua alle spelonche aperse in cogito.
còdicio ma dimanda loro se si può seghettare
l’universo il cono
non sa
gridare “à n c o r a”
ed è paradossale
dice elementare
Re Agamennone. con denti aguzzi possanza del molto
ardir di quelle controaritmie aritmetiche globoscaglia.
Radiopirata, funzione alfa imboscata si conduce e come
pendoli ripete in motoglitch mota per il luogo in terra
il luogo fuori giacque rassomigli di calai e di zete che
c’è perché in qualche modo rapporti tubi e pozzanghere
piscine e latrine scioperi con i fucili in spalla con gioco sì
dove caccia de la volta di sopra senza limite con le gote
licopersiche contro il padre la madre il figlio la figlia la
nonna l’avo l’origine la molecola la scissione nucleare
ne venga troncata. ogni notizia ala.
detotalizzante. in ore piccole dice
da nascondere con cura.
(quivi
non ha messo ora solo in rilievo
che di Guidon si allegri gridare
antiquati sottoterra, mucillagini scellerate
in input che ci sarìa toujour impossible ma per l con
un verso farneticanteridicolo e deconcepite derivate
è pieno di schiaffi e
sgommate.
insomma fa ridere, da cagarsi addosso.)
e non salva sicuramente.
come
ergotamina
vi sono tutti grati
per le maiuscole ma per anco
caron dimonio, faccia di cuoio, sbirro antisommossa,
vado a giro scalzo raccatto
le nuvole
dal terrazzo malefico
del sole.
scavo la fossa dove nascondere le mie ossa in sacchi.
guarda e guardate e
sì che ho diviso sì i tre campi aderendoli agli accaduti
assimilazione imbuti
milizia per dar la morte da nevrosinabucodonosor.
non oso più no non è perché forse fuzz inconcesso
come una regressione vedi questa bibita raggrumata
dai pori esagerati degli amplificatori e lacrimo
mentre scavo una lettera
obbligatoria
negli scontrini e nelle bottiglie da riciclare.
declino un lampo vostro – antropologico – a messa,
messo sottovuoto (?)
adozione di semiautomatici. niloatlandidei.
idei di una dreadnought.
la prima persona annullata come nel naufragio
orazione porse e poi annulliamo tutto.
ci sto. fuciliamoci.
vendo i miei fornelli poi forse morirò.
(comunque chiappa girini sua altezza
maggiore eustachio. non
tardare presso ai suoi precursori-
ad imitare il ronzio di una macchina per radersi a
distanza di un’offerta al telefono di una sinfonia
un’acrobazia un’acetonemia catalettica una svendita
un freno in sala operatoria
(foria è adattata al punto cardinale presente/
posa di una ruota – obliqua prosa di lettera da sola:
perché la nostra carne è carne.
ci tolga motore
ogni briciola di piombo dalle superfici.
(vengono tutti sostituiti dici?
(nella nebulosa dei meccani
nei piani aziendali
nella diottria educatoria.
buttati nei proiettori
fotografie delle loro fantasie
mondiali ed autoindotte
ed educate?
che schifo tendete questo
su un nome senza nome.
il sentimento una pietra di cavallucci marini.
una prova in forma scritta qualcosa di sensazionale
il suo ambiente totale la digestione.
e non si vive le lettere e a volte le costringe.
le lettere
si vivono nell’organismo
come un virus acquisito ed
incurabile.
aerei. rettili. liposuzioni.
sete e otto ore
e se non ci sono parole
a l l o r a. i o . m e. l e. i n v e n t o.
(piove sulle liane.
s-comunicare.
riciclare
giardini e accumulazioni
di frequenze neon labirinti stabilizzati.
combaciare al suono del cuore e
alla forma dell’elettrocardiogramma.
e le cartoline
superficialmente microinvaso dal mio cruccio
megafluid,
su scatole e contenuto,
vetrine ad personam / strade stra-strette,
fra denotativo e gioco, tra
Ragnarok ed Atman,
fra confido e rivolta. qui.
nella rivoluzione solare dell’ambiguità
lasciata sui piedi a battere,
tra gli scalini, ideazione polaroide, due su tre
66 percentuale in Peroni
bollenti di un’opera di
Roald Dahl, (GG, cioè) Grand Gaffe, versione
pataccata di un Fitzgerald.
cioè 100% me inevitabile. a parte tutto
detto questo ORA
che la formulazione dovrebbe prendere il posto
delle formule
non prendere da me esempio,
con le mani in tasca,
che mi cito
nel citazionismo
con una verticale in fronte che mo’ ci bevo su…
della tua domanda diniego ferocemente l’apparenza
la spoglio
con foga e
anche in virtù di questa, a parole mie:
io/vivo, grazie
[persona]
richiamava addosso fumi dell’etanolo
dattilografie mappe industrializzate
il numero giusto di dita per tirare un pugno.
perché purtroppo tenere alle condizioni permanenti
amarle senza declinazioni all’imperativo
porta spesso a piccoli giochi di masochismo.
ponendo più attenzione alle loro estremità
imiterebbero consce le ciminiere del loro cancro
sopra cataste di mozziconi e cumuli
ma lasciando defluire l’intera fumografia
verso qualcosa di indecifrato che dava fastidio
dalle finestre ora le case non sognavano più
(vorrebbe assopirsi e vivere nel respiro.
nel respiro che si affolla
senza assecondare) uno strato di astri o
intercettazioni
in tuta o camice bianco.
fare il tratto peculiare un (dire, riprodurre
un binomio stretto-rapporto-entanglement
una forma di reazione di una
correlazione quantica
e) perché senza di sé (nel senso senza di sé)
per intrinseco rilievo per uno iato sottostante
non è altro che un chimico, un insetto,
(una vago topo di esperimento
deteriorato
un topos di logos infermo che in vero vive verso le
ipotesi
para le ipostasi in un flesso coniugato-
un laboratorio organico-
un diagramma di flusso) e tutto tutto
(è) più colorato (e in infiammazione)
(se poi pensa / ho letto le postille) (come
pensa le frasi accavallate s’incrociano i risultati
un ERROR 404 una reazione levigata) appare non
appena
ricorderà così: dava il vento per seguire la rotazione
forse si divorò nello sciame dei bequadri
e foglie gialle che predicono
l’arrivo del freddo;
ma ne seguì il corso ad occhi chiusi
come se a menare il calendario
sagomasse lo spazio-
tempo
“e ho i denti dentro al bicchiere
subito dopo, sorseggiandomi
i timpani (
deco strarotten / oversismici impulse al napalm /
un guanto alla nomenclatura gigantesca derivata
altri equatori teorema
/ ricercando reami
e mitomanie in bolle e tentacoli e stati mentali
ritoccati interattivamente
erano sparsi reami affollavano e
dunque non li guardava perché erano la normalità
osservava tutto di sbieco
a spalle girate immerso nelle sabbie mobili
defluiva
scavature e righe –
costruzioni di cemento. un complesso diacronico
completamente apparentemente insormontabile.
impasti e desideri desidera come
perenne stato una bombola senza ricambi
una valvola
che non si stanca
che rimane sigillata.
questa via familiare fatta affilata cloud e
catene tenere
architetture
permanentemente
incollate a caldo alle macchine da jogging.
non ci sono domande.
di concezioni e piccioni
e pipistrelli negli stanchi
cancelli di piazze residenziali senza cani o sentimenti
senti
mentirebbe dicesse / con sincerità davvero / che
riusciva a muoversi / ad ogni modo(
integrali e scomposti, scissi
nella plica. divorata dai volatili.
oracoli della metro
con
psicosi
indotta
da sostanze.
coralli in giacca e cravatta.
una compressione pregata. lontano. senza
composti.
accettando
con urticante accettazione la fermata di tutte
le uscite dei prodotti soliti
non voleva avere ragione.
pensava di sbagliarsi. totalmente.
al limite scabro dei filobus
sperava di poter scappare, attraverso le corrosioni e
gli strappi e
voleva sciogliersi stagliarsi tagliarsi
dalla culla delle comunità, che lui pensava pensasse
che fraintendeva
ad esercizi vocali
ed AMBIENT internamente (era intero (non era
localizzato
ancora alla deriva al neurogeotonico, e ridevano
in stock valute e spiccioli
ripeteva per forza quindi
questo uno zeroquattro in tasca a
scopo ipnotico metafore
passeggiando sulle corriere armato di tristezza
attraversando il nerbo la meteora
starnazzando lui anatro dall’accento rotico
– forza, ed
urlava epilessicamente
sballottamenti
[la spiga di grano]
non si contiene nell’idea degli ideogrammi.
nell’architettura degli archi.
nella topografia del topo.
voltage ne dice un po’? risale verticaledecadimento/
, sento carrucola da esterno,
e cariatideridi anacronistica, vegliardo della veglia.
vai a offrire caviale sensazionale – mh. luce al ribaltato –
dice latocurvando stato la spina dorsale, con la mia
materia branchiale:
il dio dell’odio la frase vuota la sineddoche
[I]
le reti d’io – il nodo è un dispositivo
in quanto tela di influenze-desideri-dispositivi
mutabili variabili isotopo reagente
è attraversato dispositivo DESPOTATO da
(alimentazione a volt/e/CHE NON
DESCRIVE/désir n’est
pas symbolisable il dit:
“
”
se la I maiuscola è dispositivochesciaguattarimescolanizza
della genesi de della
biuta MSTROA è
LA N. DISPOSIZIONE DEL DISPOTICO CHE
DICE CHE “è…”:
BUONASERA GONG VI FA CONSEGNA NON
BLADE HO MISS HAI CONNESSA FACCIA
far triennale food di hoc al can ha s che st ha due date
che ti han ne back haha hahahah tre vago
giovanissima llll alga ritmo
Sghrehyhjijkkjdddhjjjkkjdfhhhffdeedddsserrre
, Wjdididooai di vjjkrkwkkxjcndjjsjas.
Djejjwwjjjwkjjrjrjjekwkekecjjfjrnrjekwkwkwmrndjdje
nwnejenejeekkwwjjwjwkjw.
Ehhhehehuueuuurjrhffjhhejsksjsj
[II]
ed eccolo qua, di nuovo, al culmine del trash/
in mezzo ad un crash post-
serata/
pensando ai ricambi della vegetazione ai santi che
volano contro il frigo/
sveglio per un frangente dopo la
morte del divano/
col petto ripieno per un quarto come ogni giorno
svegliarsi non confezionati è
appena sveglio per un momento e fuma si tocca la
spalla
come se non fosse sua/
testa le molle. si rigira la maglietta si stacca
il tubercolo conoide asciuga il sudore/
totalmente sedato surgelato e torrido
è imbottito dalle piume dei piccioni
della sua stessa miseria
a denti larghi
e la meninge gli frana gli fa male tanto da non
riuscire a malapena
a distinguere
prima di provare a richiudere, ridendosi
menestrello, sé stesso, sul divano
si spacca fino ai nervetti per vedere se ne esce un
radiale, succo
marciapiede-torrente-
atmosfera LIBERAZIONE
A N N U L L A M E N T O
CHE NO
No Non vorrebbe iniettare il sangue proprio fra le
pozzanghere oggetto-elementare
che non si si sente
O
B
L
I
Q
U
O
[senza milza]
se fossi in me vorrei avere il diritto di tirarmela di
essere io
di essere l’unico mio io-davvero-io (se io c’è) esiste
e voglio avere la presunzione
dell’unico io di mia
personale
conoscenza, quindi:
ora: partendo dicendo che intoppo a volte
e tendo il passo più
dell’osso
(mi sposto; slogo; strizzo;
poi scoppio; mi lancio; getto;)
(proiettando all’indietro gli elenchi che male
ho la spina dorsale 45 giri
di ernia iatale)
(e posturalmente parlando ti consiglierei di correggerti,
affidarti a un tutore)
e beh, meglio,
fanfarone dell’oggettistica
(direttive riparative di numismatica)
che dire, nel lanciarsi andare,
fare,
farsi a pezzetti, spartire
fare i giri, i pigri e poi
bilanciare
su un piatto d’appoggio alla meno peggio
(che fare?) cercare un punto piano per fare il punto
della situazione
(al punto del piano in cui siamo)
(/ piano terra? esatto lui allora vai andiamo
ci siamo. e dicevamo)
ho questa schiena di lepidottero che seguita a
crepitare – dopo attenti anni di analisi da analisti
specialisti del settore,
soffocanti autoprognosi –
diagnosi: otturazione da dente avvelenato e di mente
cava canta
ride
schiacciata
tra me e rugiada
(e questa mette una scelta ben difficile da calibrare
mettendo su un piano di scelta ipotetica
le nostre narrazioni.)
ma tra te o nessuno? ma tra almeno qualcuno?
(da fluido incasinato,
perditempo esperto,
oscuro e insicuro
da uno tutt’uno. altre un nessuno.
altre ancora un mezzo un dieci
un ventuno.
come un sudicio tropo / cellula a
microscopo /
cado nelle necessità dei nuclei ed en vérité sans
tracassières
condivido la fissazione dei lumière nella funzione
proiettiva
(non ci arrivi neanche con lo stuzzicadenti lì. lì in
fondo alle fessure)
( incastro lingua canovaccio
sceneggiature
e i suoi discorsi sull’impressione su una retina e.
(non sono che un insieme di
grammatiche
fanatiche in formato federale?)(nel senso di un senso
di formale non univoco
diciamo un mitico aperto a numerose forme di
interpretazioni.)
(ma mettendo al centro la
fonetica
a calibrare) non sono solo le parole che scrivo non
sono queste e non altro/
(no, non sono le parole che dico
ma tutte quelle che non riuscirò
mai a pensare
ho colto
corolle
lungo i quadri dei semicerchi
ho donato
una tela
ai miei emisferi
di pelle squarciata
di pelle
senza valore
con fantasie
e appendici anoressiche e selettive
sputai una fessura
di indifferenza sistematica
alla realtà quotidiana
e di ostelli
di letti assiderati e ossei
laghi di mercuri dilatati
di clorofilla disidratata
di anfratti e geometrici
e di mille
fiori invertebrati
(e cigli
su cui ricado
e ricalcando la distanza che qui c’è già
continuo ad inciampare
come fosse
obbligatorio
buttando in mezzo un mezzo centinaio
di linee idrovore limi e ruderi centinaia di
migliaia di chilometri oltrepassati al limiti della
(in pratica saltare capitoli – metropoli col trampolino –
vagliare dedali incongrui, punti
metopici/
dedicarci ad un’inibizione della ricaptazione
di una narrazione di terapia cognitivo-
comportamentale e
(ma come si valuta questo vostro progresso?
(un giorno si batte cassa? Ah.
certo, ora rimbalza incazzata oltre l’umido della
nucleosintesi,
che si realizzi in release
(sarebbe pure che se ricongiunti si creasse una crassa
crasi
che noi incassati nelle classi di pazzi
orfani dai palazzi digitalizzati
tintinnassimo lungo dure bare di parallassi e parafilie
ci avvicinassimo
nello spazio
elemento-elemento
non mente affatto quando
pregusta
(fallendo di nuovo nell’intento
(dello spostamento del pensiero (del tace
(e non vorrebbe altro ma non è
capace si confessa che voleva distrarsi
(sul serio (con il calcio (in un sequel a inciampi non
affatto low effort
(ora voleva solo si profumava di pelle come l’alito
diagonale
sei nuovamente addormentata.
sotto un cielo
inquinato dai lampioni.
fra le botole vuote le lettere in greco
con questo manico
le madri delle madri
avrebbero potuto col
nome di un misto fra
reazione naturale di
riappropriazione
imposto ed un orgoglio
ancora addosso
con questo manico
piatti che non avremmo
mai
inclinato,
con un silenzio cu
-cito alla bocca
le madri delle madri ci
avrebbero sorriso per
la nostra
insolenza.
e quando
ogni cosa sarà morta
e di tutto ciò
che abbiamo amato
non rimarrà che
una briciola
o
niente
lì. lì le madri delle madri
verranno a farci visita
illuminandoci le
vene e le orbite coi loro lampi
azzurri di uranio
disAderente. tutti. all’ogni Altro-cosA-impiccio
guAzzo di non AppArtengo.
(in fondo Alle pinAcAe (PINACEE –
posticcio in sign, strisce pedonAli – Ali ( ? )
on framework. per processAzione.
il condensato (?) LA MATERIA DA RI
-CICLO del
sento-scostando l’il y a
dalle luci stroboscopiche del vedo / del necessario.
del patinato senza senso. e in cupola. è
ogni cosa… distante. angolare l’ira
rivaluta la lira
dello scivolo, che vedi.
ma trama gli atri delle divergenze incolmabili.
cavo dell’indifferenza e dello spettacolo.
se dice cosa? per dire cosa? niente.
performa. per forma. come una
sblenga
ramingo dell’incosistenza, attraversai viali pieni
di spazzolini chilometrici, di
lugubri
dettati dai palinsesti, alterati dalle proposizioni
espugnatore delle espunzioni, pedone
dell’incoscienza ho lasciato
poemi pieni di cancellature e disdette.
e niente.
sono un sognatore senza sogno. disognoso.
asognante.
fatto sordo.
ho sognato il punto in cui il sono si fonda.
metallico. e il mercurio
e la catabasi al tabasco nel cuore delle figure
tridimensionali.
del
fino
ho perfino cercato della
filogenesi ritorta nelle
altezze vaghe e nella vergogna nell’orgoglio
totalmente falsato. l’orlo in cui l’ago non di / segna
scarabocchiandomi e rassegnato a
quel punto
afono dal peso, ho visto
il lago o il fango accecato di dalie il
tombino le
sillabe il limbo
avviluppato tentando il rovescio, monolite,
luddista
del processo ho sabotato la
macchina e di
traverso ho chinato la testa e la mitragliatrice ho
armato l’ascendenza ho desiderato il
desiderio
e la resistenza ho rovesciato
la genealogia, il gnoseologico, il
prevedibile schedulato
e geometrizzato e unito al logico
nel dubbio | negato l’aìtio il litio il farmaco la
spiegazione; e azione
indagato dal fato ho fatto del niente plasmatico,
ho fatto il gatto che
cacciava il topo, il
fotoblasta, il ginnasta
il flauto magico,
l’acido lattico, il
pifferario di Hamelin,
il metadone, Gargantua e
Giobbe, San
sone, delle stoffe, un amleto, l’inquieto,
un idiota una prova.
si stuopa.
può essere si lancia.
inzuppati dal bufo dei rospi in total acido e
accordo e esplosivo al plastico si sghignazzerebbe
trinciati come cartellini
da visita
ficcandoci i lacci della faccia a spaccio
armato. strappandoseli
di dosso vado
ramato riaffioro di affilate trachee ho roteato
altiforni in purea e rottami. e sì, involucro di
teorico o totale pallone gonfiato. buttandomi
nel
bosco di quello che non è quadrante
ho cercato il miraggio al ventricolo il vicolo la
quartina
la sestina provenzale le sottane le zanzariere
le rosiere i regali i gameti
ho inventato il mondo sobbalzandolo e ridendolo
con un reparto
con
un
reparto di catalessi ingombranti
e rovesci e ami armi e container per non
contenere
le conte, contando il cielo comanda colore,
il sapore, la vista, l’atto il tatto la A
Casi molteplici della formazione
spesso si parla delle cose grandi. senza riferirsene.
eyeh ashar eyeh
senza dialettica ayin e yesh).
scene e stampe
un circuito glicolisi legami polisaccaridi
carboidrati rinchiusi
quindi in sé stesso a sé stante e
a sé dipendente e uno.
nessuno soffre l’ein sof ora assopito
nell’ontologia morta
se abita la techné e nello spazio economico e di
influenze.
e il suo niente assoluto la sua semantica senza
pietà e scopo
è un segno di un segno senza rimandi ancora più
vuoto per
vederci un vuoto vuotissimo nero
non è importante che il rito sia sacro per quanto ne
sia una tripartizione.
l’importante è che il rito sia ripetuto.
l’importante
è che il rito
sia
rito (cioè
l’importante
è che il rito sia ripetuto
(ripetitivo
che il rito
(danzante-conduttore
sia
l’importante è che
sia ripetuto
il rito
se si vuole – in maniera desponentemente, Sì:
il rito non si discosta dal numero
I
giuda andò di là dal torrente cèdron, preso un
distaccamento di sommi sacerdoti e disse loro
“chi cercate?” loro risposero “יֵשׁוּעַ, INRI,
Gesù il nazareno!” “sono io!” appena lo disse
indietreggiarono, Gesù allorché replico “sono io. se
dunque cercate me, lasciate che questi se ne vadano”
giuda si avvicinò per baciarlo. Quindi il sommo
sacerdote arrestò ed interrogò Gesù per e riguardo
la dottrina “al mondo” sospirò “interroga quelli
che sanno. dimostrami dov’è il male di questo, se ho
parlato, perché mi percuoti?”
II
e quia per sanctar crucem tuam redemisti mundum
qui passes es pro nobis! jus gladii! lo portarono al
Sinedrio che cercava di metterlo a morte! COSA
TESTIMONIANO CONTRO DI TE (agnus deii)
(per il Dio vivente) SEI TU IL CRISTO? chiese
Caifa il sommo sacerdote, “tu l’hai detto. e quando
sarò seduto oltre ogni potenza, scaricherò le mie
membra sulle nubi del cielo.” Caifa era schifato e
si strappò le vesti invocando la bestemmia la folla
intorno reo di morte” un’orgia condotto questa
da Pilato il procurator alla folla chiese: barabba?
BARABBA?
III
una corona di spine, un’impalcatura ADONAI-
KYRIOS gli misero addosso, sputando: si mettevano
in ginocchio per schernirlo e succhiarlo: percosso e
umiliato.
Σὺ δὲ τί κρίνεις τὸν ἀδελφόν σου; fece ricadere su di
lui l’iniquità di tutti,
IV
mater misericordiae. vita, dulcédo at spes nostra,
(salve.) ad te suspiramus in hac lacrimarum valle.
quid feci tibi? at in quo contristato te, risponde mihi!
anche a te una spada trafiggerà l’anima!
V
(e cade il peso del legno come il resto per la gravità
si affollano contro di lui per colpirmi all’improvviso
il seme non può nascere senza cadere) sta diventando
tutt’uno. il suo sangue servirà per fecondare, purché
voi abbiate vita, perché ormai era giunta l’ora che il
figlio venisse innalzato!
VI
(e lo seguiva una grande moltitudine nel popolo)
Gesù voltandosi verso di quest* disse loro “figl, non
piangete su di me. e beat chi non ha ancora generato
e non lo farà affatto, perché non caricherà altro
male*”
allora le colline cominceranno a dire: copriteci,
perché se si tratta così il legno verde, che avverrà di
quello secco?
VII
E dilexit me, et traditit semetipsum pro me, Virtus
in infirmitate perficitur come pecora muta di fronte
ai tosatori imparò l’obbedienza delle cose: si sazi di
umiliazioni fino ad esplodere: cacci poi la polvere
nella di loro bocca
VIII
e ormai era arrivata l’ora terza del mattino, gli
diedero vino e distillati nel luogo del cranio
(distruggere il tempio, ricostruzione di un
breakdwon) mescolato a dopo averlo crocifisso
IESUS NAZARENUS REX IUDEORUM/ מָשִׁיחַ
/ scendi dalla croce e dalla plastica, salva te.
IX
Eloi / eloi / lemma / sabactani? la terra fece del buio
strapiombiato.
mitragliatrici. uno dei presenti vedendo questo corse
ad inzuppare il cadavere di aceto dando un forte
grido.
e si squarciò in due, da cima e fondo, un centurione
con la ventriquattrore che si trovava di fronte a lui
disse: davvero quest’uomo era figlio di Dio.
oh mater mea, funambolis excelsia. morituri tedis
chiamabat e ad te prufundissimente crea. salve
mea spiralis excelsia. gratie in tua anabolizzante
presentiam. perdona mea aquetientia disincarnata.
quiete palpebres funabat
e tuam peso
reminescentia
Su A-BA; A-BA A-BA E MA-MA eî pétros IT
KAFA kaì epì TETE LI A-MAMA; taúte pétra-
etra Etteta tibi A-BA; A-BA AMMAI dabo claves
SESEvla GHEGHE,-a-mama, reramarama It daba
et regni calcificata in infinito indaga et attraverso A-
GAGA cælorum mutaforma invasa. erit tire ligatorum
et in cælis veris cumque; in veris sirec solveris AT-
FAGA terram et rettam et in cælis:
et sy ei petros, kai tē petra mou tēn ekklesian
e-shà, e-shà mitzvah ikshavel
rahem umaterzvah
yesher…yesher hamerativzvavel
yer imavet yesher imavet
YER A
(YER A) / Kama utshaitmavela
YER A-À-KMETAMEZÈREV ASHÀ AD
O NAIVEMEKVÀ
EKVA EKVA ET AI AD O NAIVEMEKSHÉ
(ushi-tim-pfa-kva? yesh-erin-umimke pfe?
-pfa-kva yshavani?/
Curve del rumore del mare
le nostre pellicole incollate da peso e mitosi
sono arrivate al bordo / alla separazione /
allo iato tra io e suolo / alla
cromatografia su scarta /
allo schianto di volto e dita / al crepaccio /
ma mettendo da parte il cuboide dilatato / i dittonghi /
collezionando le lallazioni e il peso
del tuo occipite
ora sì, va’, spolmonati pure oltre il giusto
a sottozero, anecoica, ribaltata
su una culla di chiodi / le fotocopie delle nostre
impronte su inchiostro
sono scivolate /
e neppure scuotendo il contorno di
ciò che ci diverge,
polaroid impossibile può materializzarlo.
forse è difficile distinguere al tatto gli
spigoli
le proporzioni i lati e la messa a fuoco
(perciò abbiamo le dita incastrate
come se combaciassero)
i fossili si sono squassati sotto al peso del tempo
in un olio che si lamenta. il mio:
ma “ora” è un paradigma nil-environment,
rappresenta un concetto
lontano, rabbrividito, messo sotto formalità. (ed è
ironico lasci un’orma non disinfettata,)
in questo modo (apparentemente,) anomalo.
si potrebbe dire (ricordalo a questo punto. (urlata
(perché visto di spalle ancora non ti sorreggi, triangolo
rettangolo?
ma se non ci sono metri di paragone e di misure.
se hai gusto solo per il simmetrico.
(perché se
sono scaleno
mi
squadri?
Funzioni esplicate










