Marco Leone


Nato sul mare, nell’equinozio d’autunno. Da sangue grecanico e antico. Da sangue lucano e ancestrale. Luna e cognome in Leone. Cresciuto dove riposa Babbo Natale, tra spirito levantino e venti di Maestrale, tra Adriatico e Ionio, tra salsedine e grano. Affascinato dall’andare dei fiumi alla foce, con tanta Senna e poco senno, cercavo di orchestrare una controrivoluzione affidandomi alle cabine telefoniche. Nel risciacquare i panni in Arno, ho visto sorgere dalle acque un movimento poetico mai visto. Anzi, non un movimento, un miracolo. Sento risuonare la perduta voce popolana della città dei sette seni, rapito dal punto in cui il Tevere si divide, scorrendo quieto da un lato mentre dall’altro si fa impetuoso. Poeta pigro, ho nostalgia di ciò che non ho scritto.

Margherita

Marinaie sono queste poesie, zingare, randagie, vagabonde. Prima che qui hanno vissuto dappertutto: conservate in taccuini, scarabocchiate su foglietti e tovaglioli, trasformate in
codici binari, fatte abiti per muri. Sono state lette, dedicate, riscritte, fotografate, tradotte, e finalmente, provvisoriamente, qui in un libro posate.

È un invito, questa raccolta (vedremo poi a cosa o lo dirà il lettore). È una collezione di film francesi, diapositive, cartoline di una vita vissuta, di una vita di un uomo. È un canzoniere esistenziale, un romanzo personale, un affresco da soffitti, una partitura composta da un lirico autentico.

Serve forse prendersi un po’ di tempo (ma questo non può essere un problema quando si ha a che fare con la poesia) per accordarsi al danzante incedere del verso dell’autore. E dopo, una volta compreso il ritmo, si è rapiti, coinvolti dalla folla di oggetti, temi e suggestioni che si succedono e ritornano. Fra questi, alcuni emergono con maggiore consistenza; in questo ignorabile invito alla lettura varrà forse la pena elencarli.

Il primo e principale, non solo per numero di occorrenze, è il tema dello sguardo. Le poesie qui raccolte sono traboccanti di sguardi, di occhi che guardano. Ci sono sguardi dappertutto, sguardi umidi, vivi, che non chiamano a contemplazione ma chiedono partecipazione; e occhi, occhi che osservano, scintillano, alludono e ogni tanto si chiudono: per fare occhiolini o più spesso dormire, sognare, salvarsi talvolta. Ma gli occhi e gli sguardi sono anche quelli, fantasiosi, del poeta, che nel tempo di un endecasillabo trasfigurano il mondo, lo rigirano, ridipingono. Sembra quasi – non fosse che da queste pagine i mercanti sono banditi – di assistere alla venuta dell’ottico di De André riscopertosi spacciatore di versi, che il mondo reinventa, trasforma e colora, per tutti e per sé.

Tanti sono gli sguardi ma poche le parole parlate. A parlare, qui, è altro: gli sguardi, sì, ma soprattutto i corpi, in questa poesia carnale, fatta di pelle, di mani, di labbra, di gambe, di seni, di tendini, muscoli, nervi. Fatta di sangue. I corpi che appaiono però anche riposano: sono spesso sdraiati, e nudi il più delle volte, o con addosso deliziosi dettagli – corpi fortunatamente restituiti dal poeta senza volto definito, senza un’identità che sia una sola, per permettere al lettore di riconoscersi in loro, di sognare di essere lui quella donna distesa, quel tu così tanto evocato, quel noi meno spesso raggiunto.

Non solo ci sono poche parole parlate ma con sorpresa scopriamo leggendo che, in una poesia così fitta di contenuti, figure e situazioni come è questa, c’è spazio anche per tanto silenzio – che però non è vuoto né angosciante ma è piuttosto della medesima natura dello
Stille tedesco, cioè quel particolare silenzio con la stessa radice del verbo allattare: un silenzio pago, pieno. E non solo il silenzio. Ogni vuoto è pieno in questa poesia: la solitudine, che è rifugio, riflessione o ricerca interiore; l’attesa, riempita da sogni, ricordi o speranze.

Di speranza, soprattutto, ce n’è tanta. Quelli qui raccolti sono versi pieni di luce e di speranza. C’è molta luce, che irradia le cose, dà vita ai colori e fa splendere il verde – il verde delle piante, dei prati – e fa risplendere il blu – il blu delle acque che riflettono il cielo e l’umore. Al proposito, vedrà chi si avventura quanto acquatica è questa poesia: quanto è mediterranea e salina, certo, ma quanto anche è fatta di ogni altro aspetto dell’acqua – e troverà laghi, stagni, fiumi, rivoli, torrenti, cascate, pioggia, acquazzoni, diluvi, pozzanghere, nuvole, nebbia, rugiada e lacrime, ad accompagnare le sue, di commozioni. Nei bicchieri (anche quelli non mancano) invece no: l’acqua lì non c’è mai.

Molti cieli si aprono sulla testa del poeta, cieli anche loro sempre pieni, di sole di giorno e di notte di stelle, satelliti, meteoriti, fulmini, elicotteri, sogni. E come il cielo così il buio non è vuoto ma è dimora di carezze, di tempeste, di sorrisi, certe volte di parole. C’è vento nel cielo, che a terra discende trasportando odori, suoni, desideri e che come uomini e donne ci unisce anche oltre il mare. C’è vento nel cielo e in esso tanto che vola: uccelli, pensieri, aeroplani di carta, sospinti da soffi, da brezze, monsoni. L’aria qui non è ferma. Anzi, non c’è nulla di fermo in queste poesie: nemmeno le vie della città detta eterna.

E nel tripudio di elementi di questa poesia intensamente terrestre e intensamente celeste non manca, com’è giusto, il fuoco, metafora d’amore, col quale ad altro fuoco, chi ha cuore, risponde.

Alcune poesie gridano, altre sussurrano, più spesso cantano, ma in tutte scorre la linfa della vita goduta. Quanti fiori, quanti animaletti, quanta natura specchio dell’interiorità, e infatti che giocose primavere, in queste pagine! Dolcemente naufragherà il lettore tra la dosata mitologia, gli innesti matematici, i riferimenti letterari e un’atavica e apocrifa religiosità che ha casa nel confine fra il sacro e il profano, dove affiorano madonne nere e nude, accorate preghiere e agnostici vangeli.

Col tempo, poi, l’autore fa come gli pare; ma lui è poeta: può, e giustamente fa. Fa dell’orologio il suo divertimento e si muove dove vuole: nel passato, nel futuro, in altri spazitempi… Ma è soprattutto nel presente che a lui piace stare. Al presente ogni poesia dichiara amore, – e infatti queste qui raccolte sono, innanzitutto, poesie d’amore. D’amore per qualcuno, d’amore per la vita, per ciò che c’è di umano; e sono poesie d’odio, di amore per la lotta. Sono poesie di amore e di rivolta (e delle loro combinazioni), poesie di aspettative, di futuri da sognare, di presenti da abitare.

Giro la mano. Cos’altro esce da questa scatola di gioie? Pesco… Escono porti, radici, rintocchi, estati, sussulti, agende, lenzuola, miracoli, orgasmi; escono treni, affanni, collane, strade, matite, bar, ospedali; escono gatti, amazzoni, sfingi, magneti, coralli, zodiaci, sorrisi, ciclisti, ciliegie, sentieri; escono archi, frecce, domande, sassi, farina, soldati; poi nodi, promesse, pastori, battaglie, piazze, pontili, pillole, quadri, guanciali, cancelli, presagi, ferite, vigneti, sirene, naviganti ovviamente, e tuniche, giostre, liste di attesa, dubbi, Parigi, Rosignano Solvay.

C’è un che di moderno e insieme di antico, di sfacciato e di ermetico insieme in questa fitta varietà di cose che appaiono, nella loro disposizione apparentemente arbitraria, che suggerisce più significati e la non obbligatorietà di alcuno; che richiama a sé chi vuole carezze, come fa una vecchia chitarra in un paese di mare. In questi versi sembra di essere sempre a fianco del poeta e nel mentre da qualche altra parte. Sono versi incantevoli e fatti di incanti, che invitano alla vita, a uscire di casa anche se piove e l’ombrelluccio è bucato e che dietro sé lasciano voglie discordi: la voglia di voltare pagina e di leggere ancora, e a un tempo la voglia di non farlo, di rileggere piuttosto ciò che si è appena letto o magari qualcosa di più vecchio, alla ricerca di un rimando, di un’immagine che si ripresenta, oppure ancora la voglia di non leggere più per adesso, di fermarsi a pensare, o di alzarsi e di andare, seguendo un profumo, la scia di un vestito (al poeta non dispiacerebbe). È poesia, questa, che riconcilia col mondo. È poesia di adesione.

E così – volentieri – si muove il poeta tra dicotomie, e fra tutte spicca quella corporeo/ideale. Mi chiedo se si potrebbe dire che l’amore del poeta, di cui questa raccolta trasuda, è umano e metafisico insieme. Penso di sì; le donne che compaiono sono donne in carne e ossa ma in loro c’è anche l’altro da sé e anche il sé e sono, inoltre, aspirazione a qualcosa di terreno ma al contempo di più alto nella loro – oserò dire – angelizzazione.

Più in generale, l’autore sembra affidare alla sua poesia il compito di abbracciare l’altro – sia esso una donna, un popolo, una generazione – e avvicinarlo, toccarlo e farsi toccare, di due fare uno e fare tre. Queste poesie aprono varchi di incontro e desiderio, invitandoci come acqua d’estate a immergerci in loro più e più volte, fino a capirne la vibrazione segreta, il suono magico, in un personale dialogo con l’armonia di questi versi, e delle stelle e dei pianeti.

I rimandi letterari, quasi tutti alla poesia italiana, si sprecherebbero: ce ne sono molti e qui non ne sarà menzionato alcuno, e non per il loro numero quanto perché mi pare che valga piuttosto la pena sottolineare come le poesie di Marco Leone sono dotate di uno stile indiscutibilmente personale, di un timbro proprio e sicuro. Le voci di molti maestri e maestre risuonano ma tutte insieme, armonizzate e riproposte in modo originale, nuovo e classico al tempo stesso, e soprattutto autentico. Lasciamoli allora pure lì, nell’albero cavo, i maestri, e godiamoci piuttosto la luminosa novità di questo libro, a cui non è il caso di sottrarre altro spazio.

Marco Tangocci



Tema natale


Esci, Pesci!


Non volevo uscire il primo giorno,
già annoiato dal sentirmi al mondo,
un suicidio tentato in prima istanza
col cordone ombelicale attorno
al collo, con il solo e giocondo
risultato di far cambiare stanza
all’ascendente. Di conseguenza,
smisi di piangere per protesta
essendo nei neonati il pianto
il gesto estremo d’esistenza,
il rivendicare il sé, la bella festa
del sentirsi vivo, il primo canto.
È muto, pensarono i presenti,
fu sconcerto di medici e parenti.
Quante parole avrei sprecato
invece per pronunciare due
sillabe pulite. Ma tutto il fiato
di quei giorni, quello nelle tue
mani ora lo trovi. Quella pura
voce preservata. Ancora dura.
Vita e poesia, silenziosa cura.


Tutina, io indosso
una foglia di bosso
tu potus, io possum
io posto, tu opossum
se avessi una mappa
tu fossi piantina
se fosse possibile
un’idea nel ventaglio
ti staccherei un ciglio
per farne talea.


Ready or not


La costanza, certo, non è mancata
al nostro gioco, cauto nascondino.
La morra mi ha affidato la patata
bollente, il ruolo del secondino.

Tu furba, come dire “vado e torno
dal mondo astrale. Questo devi fare:
conta fino a duemilaepassa, giorno
per giorno, poi vienimi a cercare
”.

Ché io t’aspettavo per l’equinozio
d’autunno. Era scritto nel codice
genetico del primo appuntamento.
Impaziente io o tu in ritardo
non l’ho mai capito. Ma una via,
un indirizzo vago, un abbaglio
lento, li avrei graditi, allora.
Invece ho pensato a uno sbaglio.

Impaziente io o tu in ritardo,
col senno di poi è facile capirlo,
quarant’anni di attesa che ancora,
tentennanti, risuonano nell’aria
mi fanno presagire che tu sia
estremamente ritardataria.


Te, ma a Natale


O sono tutto matto
o sono molto sano
o l’universo ed io
davvero ci parliamo
Bilancia e pure Pesci
ci mancano i Gemelli
e diventiamo otto ∞
se poi viene l’Acquario
qui si fa il filotto
con tutta questa aria
è probabile il decollo
ci vuole più controllo
meno fuoco, no passione,
scusa, cosa hai detto?
Ah, già, Luna in Leone.


Specchio specchio del Parnaso bello


Nella geografia dei fallimenti,
tra le sette colline di questo reame
salvo l’autoreferenzialità della poesia.
Non paralleli e meridiani indiscutibili,
formule matematiche,
binari e codici,
poli e tropici,
elenchi telefonici
da cancellare.


Invento melodie, cieli diversi,
le metto insieme poi le spingo via

in venti blu, armonie di versi
aspettandone altre e così via
in rivoli, cascate, ascolta l’acqua
come scorre. Ho lavato la macchina
dei sogni, ora stira e risciacqua
le storture, colora e non inquina,

non lascia segno che non sia sicuro,
regina, di cui lo sguardo è regno.

E ora vedo tutto con altri occhi.
La bocca, dopo passaggi mistici,
incanti soffici, luoghi barocchi,
sa come spiegarsi. In distici.

Distico elegiaco o coppia di versi,
cinque e sei piedi in successione,
guerreschi o amorosi, immersi
nello scrosciare di un acquazzone

di sillabe, di immagini, di suoni.
Siamo o non siamo il volo degli…?


Ada Lovelace


Frotte di torme di bronci di stormi
di pini di mani di braccia di canne
di bambù di caucciù punti blu putipù
fa il trenino, fremo non freno, tremo
di sonno, di freddo. Di seno e coseno.
La matematica ha un’opinione. Diversa.


wow


quello che dico
quello che sento
senza rimarlo
seguendo
il senso
come il cammello
nella cruna dell’ago
o, filologicamente,
lo spago
spesso, la fune
la corda che lego
e non sciolgo
niente io sciolgo
non sciolgo
alcuna promessa
leggera
come le mani
come i sogni
che faccio
spesso
la notte
quando ti bacio
quando crollo
nel centro
che è fuoco
quando non sono
i tuoi occhi
al mio fianco
fiati uniti
alle speranze
di deserti
sconosciuti
quando
in tiepide notti
dono la vena
perché il freddo
non venga
quando il vuoto
è la felicità
il bicchiere
di cui vedi il fondo
sorriso strappato
alla morte
senza te
io sono
il buio dei gatti
che nessuno vede
lo zero con la cintura
accasciato
eterno
ritorno
il dormire infinito
il senza
senso
perduto
com’ero
prima
che tu
mi svegliassi


D’amore si vive


Scatola scatolina
letto di paglia
di riso di foglia
foglio di carta
di questo bel blu
prendi le forme
di barca, aeroplano
di tutte le forme
che vuoi più tu
vola leggera
leggera
e poi plana
prenditi il sole
il cielo la luna
segui le luci
i rintocchi
degli occhi.



Le città visibili


Portami a New York, portami a Parigi


Portami a correre nei campi arsi
dal sole, nei bei boschi silenziosi,
sulle palafitte dei tuoi affanni
sparsi, scambiamoci i polpastrelli,
i satelliti, i meteoriti degli orgasmi.
Prestami i tuoi occhi. Spalancati e bianchi.


Genova per noi


luglio 2001

Treno Genova – T.
Notte ed elicotteri.
Avvoltoi.
Non sembra. Non sembra.
Segnalazioni? Segnalazioni?
Come al solito vincerà l’opinione fallace.
Facile. Vincerà. Facile.
Banderuole al vento.
E poi?
Tu coltello.
Chi è? Chi siete?
Ferito.
Banderuole al vento.
Salamandra.
Cavolo.
Ruga.
Rilassati.
Cervo.
Lattuga.
Il mio scorpioncino
bussa ogni tanto,
la mia anima gracida
portandolo a spasso.
Scorre del sangue sui libri di scuola.


Genova reprise


a Carlo

Il giorno dopo andammo nelle strade
perché era giusto andare, per le strade
sembrava che non fosse cambiato nulla
le banche continuavano a fumare, il mare
era sempre (lì da qualche parte) blu, sulla
via del porto si continuava a lacrimare
fuori, ma dentro implodevano parole,
nella pantomima del diritto a manifestare
continuavano le cariche sotto la mole
del nostro dolore. Lacrimogeni, idranti,
corse, cordoni e pensieri spezzati,
elicotteri e fumo, cuori e vetri infranti
interruzione volontaria di una futura era.
Ricordo, “il fascismo ha i giorni contati”
Cantava qualcuno nel quarantacinque.
Ma in quel momento era ovunque.
Ovunque. Chiunque avrebbe pensato oltre
non si può più andare
, ma oltre la coltre
del giorno più lungo, la notte era nera.


La gigantesca scritta MAS


Riemergi dal fondo dell’orto, dal vicolo
cieco, davanti a un cinema spoglio, pulito.
La notte ha inghiottito il quartiere, le zolle
di terra, i volti, le bici. I sampietrini,
lisci, bagnati, sono ancora più scuri,
riflettono il cielo, indecifrabile, nero
e l’animo nostro, il tempo che ora
viviamo. Passeggi, osservi, ti blocchi.
Fai foto alle strade deserte, ai ponti
di pietra, ai lampioni guasti che danno
segnali a singhiozzo, in un alfabeto
che non possiamo capire. Ti piace,
la sera, fermarti a guardare le tante
cicatrici di questa città. Sfiancante,
che odi. Le insegne che c’erano prima
fanno spazio a un vuoto di senso
sociale, senza memoria e futuro. Dare
parola all’inquietudine, dare parola
a una vita che pare sospesa, sembra
l’unico modo per ritrovare il respiro,
una svolta, la via. Capire le storie
dei passi, dei muri, dei molteplici
incroci che attraversiamo. Poi un suono
ti chiama. E ritorni al tuo abisso.


Poesia d’occasione su Cutro per un troll errante nel web


Tralasciando il discorso complesso
parto dalle elementari, iniziamo
a capire cosa gira nel tuo plesso
cervicale. No? Prima l’italiano.
Ma dico io, no, tu, povero cristo
che usi nei tuoi reel povera patria,
dai, facciamo l’analisi del testo,
ti aiuto io, sarò il bravo fisiatra
dei tuoi forti scompensi. Molto strano:
madrelingua, bianco, italo-toscano.
Allora, cominciamo: chi è che compie
abusi di potere? Sono i manganelli
o sono i naviganti? Le azioni empie
di chi sono, dimmi, di questi o quelli?
Cos’è il pudore? Chi è l’infame?
Chi pensa che tutto gli appartenga?
È un delitto mangiar se hai fame?
Le basi, su. Non è che io detenga
la verità, ma le basi, per favore.
Sai come continua? Col dispiacere
per i corpi in terra, senza calore.
Ma tu ci pensi mai a quelle sere
di luna nuova, buie, senza stelle
né luce? Gioca, prova a vedere
con l’empatia, che sente la tua pelle?
Stellina, non ti metto sulla gogna,
la prendo io tutta la tua vergogna
che non hai. Saremo in due a lottare,
io anche per te. Per tutto questo mare.


Non accidentale


È nel tramonto di fuoco
che tutto si ricongiunge.
Dalle palpebre aperte
di una terrazza di Marrakech
guardo le strade rosse
i vicoli stretti della casbah
i carretti di venditori
gli arabeschi mori dei tetti
verdi, che coprono i muri
di pietra dissolta
nell’ombra
della sera.
Dalle bocche degli hammam
escono uomini e vapore
i portoni dei bagni
chiudono all’ora prestabilita
dall’incantesimo
della perla rossa
del deserto.
La larga ferita aperta nel cielo
è richiusa
dalla terra identica
dalla polvere rossa
dalle strade rosse
nella fitta ferita rossa
senza tempo
cade la sabbia
cade il fumo di Djemaa el Fnaa
cadono i tavoli e gli inchiostri
cadono i calici e la pelle
tagliata dal vento.
La larga ferita aperta dalla storia
si affaccia sulla sera
reclama la sua terra
crescono i fiori
nella notte del deserto
del Sahara occidentale
cade la gente a grappoli
combattono quei fiori
granelli e granelli di sabbia
cadono nel cielo
cade la piazza
capovolta
dal suo gioco perpetuo.
Nel silenzio irreale
cadono i minareti
la voce dei muezzin
come una nenia antica
risuona soltanto
nel silenzio irreale
cadono i minareti
in una litania di voci
cadono i minareti
nel canto dei muezzin
cadono i minareti
nei gorghi antichi
nelle mani della storia
cadono i minareti
mentre un’immensa clessidra
capovolta
scioglie il tempo
nell’acquerello rosso del cielo
fa giustizia
e lo riconta
granello per granello
a ritroso.


Via Augusto Jandolo


Quando
dalla doccia
ti affacci
e spero
che tu
rimanga
tanto
davanti
allo specchio,
non faccia
il gesto
del vestirti,
incanto
del vederti
lì nuda
quando cammini
per casa, in cucina
o il pensarti
quando sali le scale
quando nel sonno ti giri
quando ho le mani
sui fianchi, i tuoi fianchi
e la schiena,
non vedi
il fuoco che accendi
quando non credi
ti stia sbirciando
e invece,
quando
invece lo sai
e ti nasce la coda
come coniglia
o una lepre,
come gatta
ti muovi
perché sai
cosa penso
e lo vuoi.
Perché se potessi
vivere avendolo
sempre davanti
sarebbe.
Altro non voglio
che un fuoco
e un camino
del vino
e un terrazzo
e il tuo culo
preludio
di un mondo
che porta i tuoi occhi.


Angurie, triangolazioni e teatrini


Bombe sulle strade
e la corsa muore.
Bologna Milano Firenze
Gaza Jenin Ramallah
l’ulivo dei Georgofili grida
di rotule spaccate e sconfitta
di finestre aperte sul niente
e io che attendo al confine
tra gente, tra oriente e palazzi,
ti guardo.
Ma tu dormi, Bellezza.

Ti ho vista tra un fiume di gambe in fila
figlia di un campanile e della santissima prospettiva.

Più in là, sotto le luci d’artificio
adatte a truccare i vicoli stretti
in pagliacci di carta e la città
in una puttana d’alta classe,
lontano dai vecchi portici
dai tragitti di fango di Bartali
dall’istinto fiero degli anarchici,
sotto le luci d’artificio, più in là
nei caffè, tra il cincischiare delle tazze
mille bellezze si contendono il pomo.

Ma il poeta tisico tisico
s’acquatterà al muro pensando
ai sospiri perduti, al sesso nel bagno
dicendo
Do you like my sweet apple?
La libertà è un sogno
e i sogni non sono.


Paris, Te, X, Us


Place de Clichy
tra noblesse e banlieu
cafè gatti jazz, maroquinerie
rue du chat que peche,
lunghe salite
e discese inconsuete
sapore d’assenzio
cimiteri e silenzio
nouvelle vague e giardini
mulini che parlano lingue diverse
Quijote, Amélie, can can e pittura
lapidi e quadri e cuori sacri
peripherique ponti frutta e verdura
nella pioggia corriamo
bagnati, occhi blu, nel Marais
c’è Rimbaud, c’è un rainbow.
C’è la Senna. Ci siamo. Unduettre.


Think pink


“Si quicquam cupido optantique
obtigit umquam | insperanti,
hoc est gratum animo proprie.”
Un’eco accenna in via dei Latini
senza alcun tono accusativo
pizza pizzae, polpettae
polpettarum, in dubio,
pro reo, bisbigliano i vicoli.

Sarebbe bello perdersi
in un blablablativo
con verbi dolci da coniugare
parlare sorridere mangiare
curare conoscere dare
in tempi strambi e storti,
orfani di futuri semplici.

Coi tuoi modi gentili,
da capitana temeraria, forti
da illuminarmi gli occhi
quando reclini i tuoi,
delicate orbite di luna.

Attaccherò un cartello
ai muri di via Tiburtina
per modificarne il nome.
Per ridefinire le distanze
tra i morsi e le dita, ambita
musica delle nostre corde
quando vibrano assieme.
Via Lattea, così leggerai.
Allora, quando ritornerai
saranno stelle e non guai.
Saranno bianche galassie
da non rimpiangere mai.



La terra, la lotta


Chimere endecasillabiche


per il Nuovo Cinema Palazzo

Mercanti, cocainomani, avari
ho visto rattrappiti come sorci
stringere nel palmo trenta denari.
(Poesia e bellezza? Perle ai porci.)
Se poi un posto non è di nessuno,
è di tutti. Se è di tutti, non è
di nessuno. Se diventa di qualcuno,
non importa la bella faccia, non è
che faccia tanta differenza, non è
di tutti. Importa la memoria. Punto.
Storia o mercato? Questo il sunto.


Non regalate terre promesse a chi non le mantiene


Ormai dovremmo saperlo,
i morti non sono morti
davvero, sono cerchi perfetti
che viaggiano dentro
il pulviscolo illuminato
dalla luce che filtra
dalla serranda socchiusa,
sono nei fiori, loro sono
nel mare, sono nel nostro
respiro affannato
nella rabbia, nei ricordi
nel giorno, nei sogni
che facciamo la notte,
ci bruciano dentro
accendono il cuore
ci ripetono forte
non aspettate di avere
un cancro per vivere,
la bilancia ci dice
l’universo è infinito
e ha le risposte
alle nostre domande.
Reazione ad azione
all’odio, l’amore
alla paura, gli abbracci
ai dubbi, la scelta
di scegliere o meno,
la libertà ai cappi,
alla guerra, la rivoluzione
al potere, quel poco
che abbiamo imparato.
Al fuoco, col fuoco
noi rispondiamo.


Presepe
(IsNotReal)


Stella stellina
stella cometa
con la tua scia
di fosforo bianco
nel rosso natale
rosso vermiglio
prendi quegli occhi
portali in cielo
fanne altre stelle
la luna è già piena
che il cielo si volti
si volti e poi pianga
forte più forte
più forte che può.


Solstizio d’inferno
(il sogno di Maria)


Gettata nello strazio
che cosciente di me faccio,
nel lamento silenzioso
delle cose, volgo lo sguardo
alla candela spenta, la mente
al tuo voltarti distratto
(di scatto, d’un tratto
un occhiolino), al seguito
pensato, al segno rimasto,
all’ultimo dì, sperato incontro.
Chi è a svegliarmi dal sonno?
Non c’è luce fuori. Non ancora.
Non rumori, usignoli, né canti.
Solo fiori. Non fioriti. Cos’è?
Dentro sento un vuoto, un urlo,
un rifiuto. Nulla. Un silenzio
che mi sveglia. Oggi è il giorno
della rosa appassita.
Una lunga spina s’avvita
al cuore. Sparite fantasmi
e non fate rumore.


Per tutte le persone private del futuro
dai nonni, dai padri, per tutti i porti
chiusi, per la fatica, per chi di lavoro
vive, di lavoro muore, per gli aborti
negati, per l’appuntamento mancato
col mondo, per Ifigenia, per le vite
immolate sugli altari del patriarcato,
per tutte le cariche e le manganellate,
per i congiuntivi persi, i versi privi
di senso, per le aule buie, depredate,
per le celle, colme di antidepressivi,
per le ansie collettive, per l’estate
che non arriva, muore, per il brutto
tempo, piove, governo cieco e infame,
per questo oggi scende il velo del lutto.
Bruceremo tutto. Abbiamo ancora fame.


Sai che ti dico?
Che tutto ha un suo percorso.
E nulla vale più del suo contrario.
Né di me. Che se voglio faccio l’orso.
E butta quell’agenda. Io non ho orario.

In questo delirio di onnipotenza totale
spero siano le nostre bocche lontane
la causa del surriscaldamento globale,
che non la smettono più di soffiare
sul fuoco, sopra ogni cosa, sul mondo
spostano l’asse terrestre, confondono
i cardini, i poli, i paralleli e le travi
i meridiani, le ascisse e le fasi lunari.

I fulmini ci vengono incontro come non mai
fanno assedio di noi, lasciano il segno
che non sappiamo solcare.

Ma abbiamo ben altro a cui pensare,
bambinə a scuola da recuperare
tutto un futuro da sistemare, la spesa
le bombe, le navi, la Libia, bollette
privazioni del sonno, il contorno
degli occhi, i capelli, le forbici strette
le maglie larghe, il mestiere del fare.

So che mai basterai al mio cuore
e io al tuo non basterò mai. Ma siamo.
Moltiplichiamo i pani, mettiamo
i cuori in altre mani e le nostre mani
su un altro domani, lanciamo i sospiri
dove fa meno dolore, stendiamo
lenzuola pulite, fresche di attesa.

Volevo cambiare il mondo ma
a malapena riesco a cambiare
me stesso. Ma è tutto un parlare,
ché il tuo cuore per il mio cuore
è abbastanza, tutto è abbastanza,
questa stanza sospesa su tutto
quello che non abbiamo, i medici
attorno a te, il profumo del marzo
del 2016, via Margutta, lo sfarzo
dei giorni, gli orti botanici.

Volevamo cambiare il mondo ma
il mondo non ha cambiato noi,
teniamola stretta questa bellezza
non facciamocela levare mai
questa grazia di essere perfettə
nonostante gli errori di valutazione.

Senti il corpo come si ribella, come dice
tutto, come spiega le vele degli occhi,
la complessità delle cose. I muscoli
sanno segreti che non conosciamo,
linguaggio muto di meraviglia. Sguardo
di gioia.

Volevamo cambiare il mondo
invece noi abbiamo cambiato noi, quando
ti guardo riesco a vederti, senza riflesso
adamantina, limpida, senza possesso
senza conflitti per le materie prime
senza supremazia, né violenza né lotte
senza gara per la medaglia, senza la scabbia
che il migliore di noi si porta addosso.

Senza morsa né osso. Non sarà per rabbia,
allora. Beh, allora. Allora sarà.


Nolite te bastardes carborundorum


Alla fine, la gente è tutta uguale
tra far l’elemosina ed elemosinare,
valuta, sceglie sempre il minor male,
la valùta migliore per comprare

la sua posizione, il proprio seggio
nel mondo. Meno male che io posso
mandare affanculo, fare il peggio
che posso, cambiare registro, commosso

dire che alla fine degli endecasillabi
in rima alternata non me ne fotte nulla
è solo un modo di stare dove voglio stare
per veder crollare tutte le dighe che tocco,

i giochetti, le mie velleità, le risposte riposte
nel patriarcato. In fondo, neppure capite
di cosa parlate. Eppur vi vantate di belle
coscienze che non avete. Fumigo

d’astio, ma abbasso le armi, ripudio
lo scontro. Respiro. Come da sana
e robusta costituzione morale m’affido
a ciò che non conosco: le anime vostre.

È domenica. Aspetto il martedì santo.
Anzi, no. Non cedo alla falange
scaltra dei manipolatori, dei sordidi
ragni. Non fuggo. Rimango. Canto.

Ho solo le parole, ma prego per noi
Mercurio, Ermete e le ali, i suoi ciechi,
gli ammalati e i pastori, tutto l’universo
prego, in ginocchio. Tutto l’universo

prego, i medici, i cinici, gli usurai,
gli infermieri prego, gli innamorati,
l’universo tutto prego. Tutto l’universo
prego. In ginocchio, l’universo prego.

Tutto il nero prego, tutto il mare,
i fiori, il bianco della collina, prego.


Matrilineare

Madonna dei respiri
madonna dei sospiri
madonna degli addii
madonna delle spezie
madonna delle ortensie
madonna dei granai
madonna del dolore
madonna dello schianto
spazza via le debolezze,
le angosce, come inezie
sulla terra, muovi battaglia
al disincanto, tu che stringi
tra le mani la speranza,
tu che ne porti il nome,
che la estirpi o l’accarezzi.

Madonna degli abissi
madonna delle foglie
madonna delle piazze
madonna delle panche
madonna della rabbia
madonna dei ricordi
madonna delle pozze
madonna delle doglie
liberami dai mutui,
dal lavoro, dalle banche
liberami dalla paura,
dagli agguati, dalle onde
costanti del pensiero,
neri vortici, dalla sabbia
in tutti i nostri occhi.

Madonna delle sponde
madonna del mistero
madonna degli amanti
madonna delle lacrime
madonna della gioia
madonna del dubbio
madonna delle rondini
madonna della pioggia
come un’apparizione
sotto i vecchi portici,
sacerdotessa libera
dei muri, delle strade,
madonna dei miracoli
credici, insegna, spiega
che l’amore è sovversivo.

La nostra rivoluzione non risparmierà nessuno.


Cassandra reprise


A.G.a.Men.Non.È
Ogni giorno mi sveglio e decido
se essere santa, puttana o morosa
di ciò che non voglio.
Un dio ha dormito con me,
apollinea sono
e tu sciocco.
Mille amori ho abbattuto,
perché già ne conoscevo la fine
eppure, ho due occhi e due futuri
e sempre ho visto
finestre
di possibilità.
Ma tu, mio Agamennone, sciocco,
da due, uno hai fatto, trascinandoci
verso l’oblio. Ma fianco a fianco
ora siamo, al tuo fianco starò.
Qualcuno stende il tappeto rosso.
Ma ho sbagliato, perché questo aborto
d’amore, lo dovevo spargere in piazza,
riempirne di liquido amniotico il porto,
rivendicarne il dolore. (Dalla chiazza
di sangue rifuggi, perché viva, rapace).
Non richiederne il feto per poterlo cullare.
Ma tu, mio sciocco signore incapace,
abituato ai sacrifici, alle are, alle bare,
alla scabbia, non sai. Dalla finestra
dei guai ti saluto. Ti porge la mano
chi regna a Micene, la tua Clitennestra.
Ogni giorno ti svegli. Ogni mattina più forte.
Lo sai. Lo scegli. Te ne dimentichi
durante il corso delle ore, stanca, distrutta.
Ma sarai ogni estate più forte. Un lunedì qualunque
aprirai gli occhi, intatta.
Tutto questo dolore infame, di muscoli contratti
di spalle, di ascelle irritate, di lacrime buttate
giù assieme ai medicinali, sparirà. Questa lotta
ti darà tregua, smetterà di fare i conti della
serva il cuore, di portare addosso tutto il peso
del mondo, solo perché ne è capace,
perché è in grado. Farai pace, sarai leggera.
Ogni giorno più bella. Fiore, amica, sorella.
Ora fermati. Respira.


Sei sempre un ottimo pretesto
per bere. Per bene. Da presto.
Forse è vero, ci siamo venuti
un po’ troppo dentro la testa, muti.

Ci vorrebbe più scienza e distacco,
più automazione. È lo smacco
della geometria della ragione. L’aritmetica
dei sentimenti ci vuole, una metrica.

Logaritmi già scritti. Mentre qui è matematica
pura. Una scuola filosofica da testa nel forno,
una giostra. I miei occhi li hai vinti quel giorno
in cui ho deciso di vendere l’anima in cambio
dei tuoi innumerevoli guai, dei mille pensieri
da principessa fallita. Ne ho fatto liste d’attesa
per desideri leggeri, Hegel amorevoli, veri.

Imparando a riconoscere foglie aromatiche,
depressioni istantanee e nostalgie rapidissime,
silenziose e fitte. Ho cercato i motivi di fondo
da sussurrare, accarezzando le corde cromatiche
della tua voglia indomabile di rivalsa sul mondo.

Ero io a essere tondo e azzurro, a essere acqua.
(Tu terra, in cui inciampi, in cui inciampo.
E inciampandoci addosso, ora abbiamo radici).

Ho fatto esplodere il mare saltando a due piedi
su tutte le mine che avevo nel porto, salpando
dai tuoi capelli ho raggiunto galassie di auspici
e buchi nerissimi. Guardando, oltre il muro
del suono, le piccolezze umane, qui dette aporie,
insopportabili grandi rumori. Ho visto il futuro
e ora lo canto. Una Cassandra che svela magie.

In una nuvola nebbia di sangue ed umori,
che sembra, ma sembra soltanto, talvolta, la notte,
una spirale che inghiotte tutto quello che può,
pensiero che è santo solo chi soffre e rinuncia.

Ma un’alternativa c’è sempre. Rivolta.
A noi. Il suo nome l’abbiamo imparato.
Ha le ali e non teme padroni.
Aspettiamo solo di parlarne la lingua.


Traccerò un solco con linee sottili
io stesso, se il corpo è confine
che poni. Ma sulle cime, utensili
e conchiglie e animali e lattine
ricordano che ovunque è il mare,
ovunque riaffiora. L’istmo degli occhi
è frontiera, speranza da attraversare.
E io clandestino. Dall’olla trabocchi.
Non li blocchi. Lo sguardo. I pensieri.
Tempestosi. Indomabili. Fieri.



Il tempo, le spine


Ora legàle


Nel tac delle lancette, nello scarto
temporale, tra le nuvole si muove
il sospetto. È l’ora. Un incarto
zeppo di indizi. Di tracce, di prove.
Linee perfette. Collane di rose.
Corde di note, sciolte, inesplose.
Stringhe di rime. Ora, légale.


Quaresima


Con la chimica ho un pessimo rapporto.
Cambio umore a ogni luna piena.
A domanda a malapena sopporto,
sbuffo. Ho l’anima in quarantena.


Capodanno


a Silvia, ad Amelia

Bene pensiamo, birra o cicchetto?
Da solo o con lei? Qui o altrove?
È così che si finisce a letto,
esponenzialmente, un, due, tre, nove.
Tabelline? Lo so, lo so, ventuno,
ma otto più tre è assai più bello.
Come cosa o chi? Non so, qualcuno.
Bello. Come tramar nel tuo tranello.
Dunque, allora, tu chi sei? Nessuno.
Sulla tua pelle qualcosa ho intuito.
Ma l’occhio. Ancora. Biondo o bruno
non conosco, non so. Mi è ignoto.


Ma ora sei tu, o meglio, ora tu sei
i tuoi occhi. Chi li ha trovati
incerto, li confonde coi nei, ma nei
suoi trova i tuoi. Laghi dorati.


È un valzer. Tento. O un fandango.
Veloce. Lento. Si controlli il tempo.
Ma lo sguardo guarda. Forse un tango.
E si fugge in controtempo.


Apocalips


Dopo tutta
questa fatica
bisogna
organizzarsi
dopotutto
non lo possiamo
permettere
è sempre brutto
dirlo ma
devo morire
prima io
evitiamo
inutili
mediatici
spargimenti di
circhi di
Orfei di Euridici,
di Laure e Beatrici
di femminicidi
metaforici
viaggi agli inferi,
paradisi
artificiosi
voli pindarici.
Tutti edifici
costruiti e sfitti
tenuti in ostaggio
da noi sappiamo.
Vieni con me sotto i larici
ci sono due o tre compagnə
Apocalips
ci mettiamo a studiare
tu, Lapo ed io
il da farsi, la rivoluzione
ma senza troppi sbatti
non ho mai voluto
essere il primo
della classe
l’unico e il solo,
con classe rifiuto
l’alloro, da loro.
Al massimo ripeto
gesti, imparo a respirare,
dissotterro pensieri,
le bare degli amori,
preparo il naufragare
nei cenni di saluto.
Ma ho due occhi che
due belle pupille
che non sai da qui
da questo tetto
come ci si guarda
bene dentro.
Perché t’amuso,
ma non sei musa
o io un musetto
in una casetta
museo, noi siamo
non una fine
ma un principiare
non un fine
ma un mezzo
per l’intera visione.
Siamo sguardi,
quindi scusa,
dicevo
prima io,
l’ultimo
occhiolino
sarà il mio.
Tanto, del resto,
saprai comunque
dove trovarci.


14:92


Sono le 12:48, penso guardando l’orologio.
Potrebbe essere questa l’ora dell’apparizione
Milleduecentoquarantotto, eccola Siviglia
che cade nelle mani delle truppe di Castiglia.

Avanza mollemente la cattolicissima Spagna nella Reconquista.

Ma la storia si ripete solo in variazione
dove prima si marciava con fiera sicumera
ora si conduce il corpo calmo e mogio
tra turisti e tavolate. E il tempo ne risente.

La nostra battaglia è nobile, è fatta di redini, di muscoli, di corpi.

La freccia sfiora la ciocca dei capelli del soldato
con l’elmo a terra, offuscato dai fiumi del buon vino.
Sarà quel sibilo che arriva al labirinto dell’orecchio
una cortesia non richiesta che imporpora la pelle.

Tu da bravo soldatino accetterai l’offerta per ordine impartito.
Tu da soldato disertore rifiuterai l’offerta con parole di rivolta.
E non è la stessa cosa. Astolfo è ingoiato dalla luna.

La lingua è sempre pronta a ferire a morte.
Lentamente, molto lentamente, con piccoli tagli inferti.
Ne ricordi l’antidoto. Ma solo io conosco la parola
arcana, che possa svincolarti dalla nenia sussurrata.

Che tu non hai sentito, distratta dal veleno, dalle voci da sibilla.

Ma non guerreggio, non sguaino, non brandisco.
Al limite contamino col sangue misto
ma mai barbaro, sangue fenicio e moro
e bizantino e brigante e marinaio.

Per inchiodare il desidero martire
sulle tavole di legno e seta dell’eresia.
Per ripulire il sangue dagli errori dei miei avi
estirparne la radice marcia, la gramigna.

Per disarmarti, strapparti via la tunica
e la cotta di maglia e tutte le generazioni.
Madonna nera e nuda, senza preghiere
infiammata solo da estasi e visioni.

Saranno le tue calze l’indulgenza, le mie mani il tuo perdono.

L’orologio intanto continua a ticchettare,
arriva inaudita l’ora dell’apparizione.
Il tempo si ferma all’ora esatta.
Solo i minuti continuano a passare.

Sono le 14:92. Avanza vittoriosa la cattolicissima Spagna nella Reconquista.


Per un breve attimo, fuori dal tempo, sempre in anticipo


Ritrosa. L’effetto dei gatti
quando gonfiano il pelo.
Concentrati. In difesa.
Poi un ciuffo di vento,
un rumore e distratti
dimenticano. Intatti.
Per un momento. Pacifici.
In tutta la loro bellezza. Tu.
Fierezza di amazzone sola.
Rinata, dormiente e distesa.
Un magnete, una sfinge,
il motore. Manìa. Di capire.
Cosa si cela davvero
dietro lo sguardo
severo, le convenzioni,
le frasi fatte, il distacco,
le minacce al tuo spazio.
Magari un tuo incedere buffo,
in contrasto con le calze rigate
di nero, con le collane spezzate,
l’occhio felice e non duro
di quando scopri qualcosa
di buono, un tono che piace,
una luce che illumina i cumuli bui
dei capelli, tempeste, un sorriso
per una parola in corsivo
che ti fa divertire. Che mangi
che fai cosa pensi di Roma
del mondo. Cosa vuoi. Dove vai.
Vorrei darti tutto quello
che può darti il mare.
Vorrei farti tutto quello
che può farti il mare.
Sotto la pioggia
eri davvero perfetta.


Ladyhawke o di Achille e la tartaruga


Pausa. I colori della mattina
hanno ben poco a che fare
col disgusto del palato.
Coppie d’uccelli periferici
appesantiti dall’odore di vecchie travi,
di cumuli arsi, non migrano, vanno
delineando il limite delle mani tese,
rugose e secche del paesaggio, alberi sparsi.
Qui l’inverno è un vecchio gentile d’aspetto
il cui pallore ancora riflette luce e tepore.
Chiamo oggi gaiezza lo stupore che affiora
fioco, d’un poco, nel resto che dorme.


traccerò
porzionato
quel suo starsene a camminare quieta
mentre il cielo si srotolava
freddissimo di fronte a lei.
Poteva correre o fermarsi
decidere di sparire o restare
poteva moltiplicarsi, dividersi, frantumarsi
vedersi come un insieme di pezzi ma
– come un insieme –
mai un
intero

aveva i capelli sparpagliati intorno
a formarle aureole sopra i pensieri
e nuvole di fumo a circondarle la testa
e piangeva, rideva, soffriva, gridava,
pestava i piedi a terra con aria disarmante

lui aveva quest’enorme dose di pazienza in dotazione
era calmo e la guardava con gli occhi liquidi
delle persone sane quando osservano i (g)atti
immobili, col pelo gonfio, dritto
le accarezzava la testa in quei momenti di terrore
quando il mondo si chiudeva in un uovo nero
intorno a lei
e i coriandoli diventavano frammenti di vetro
che si infilava sotto la pelle

le sussurrava storielle divertenti per farla sorridere
le riempiva la casa di palloncini gialli
che poi osservava dalla finestra in piena notte
e sorrideva a vederla ricomparire
da dietro le cortine del caos
quando sollevava la testa dal libro
e tirava fuori la lingua sollevando il dito medio
(uno dei due, non c’era differenza)
in segno d’estrema stima e amore eterno
e lei sapeva che poteva anche continuare
a morire dieci volte al giorno
ma ci sarebbe stata sempre rinascita
cura
sollievo
con quell’esistenza che le viveva accanto.


Le fleurs, les animaux, le bleu du ciel, le bruit de la musique


Durante il tempo dell’assenza raccolgo
i pensieri che volgi a me, distratta.
Che perdi e non sai, è la mia carezza
al mattino quel brivido che li porta via.
Mente sottile, sei tu l’angelo indagatore?
Proiezione delle esperienze, i desideri
svelano una realtà più profonda, celata,
remota, come i segreti del mare.

La notte è il laboratorio della nostra alchimia.
Vengo da te, nel sonno, ogni luna,
a rapirti la solitudine, a farne due da una,
identiche, sconosciute. Persi tra i mirti,
ti possiedo, quando io gemma, tu cerva,
faccio del sogno un’alcova? È il tuo fiato,
il tuo corpo quieto, abbandonato,
a possedere la mia anima acerba.

E io che possiedo? Se sottraggo
il possesso al possesso, se cancello
il progetto, la fede, il bisogno, le rive
di Itaca, i muri, i cancelli, le terre
promesse, le attese, le aspettative
se tolgo il colonialismo del cuore,
la struttura, l’orgoglio, l’obbligo, il sole,
la solida roccia alla terra, che resta?

I ciclamini, il vento che dall’Africa sale
e ci unisce, la luce, le mani, la pianta
del glicine, del cappero, il sale
nel pane, la festa dei corpi, la cura,
il pensiero, il silenzio, la sfida, il rosa
del cielo, la libertà, l’attenzione,
quest’intifada di scelte, il carbone,
l’argilla, il momento, il furore.

Io possiedo il segreto riposto
tra le pieghe dell’alba, il bacio
che muta il lampo in torpore,
che lascia sparendo solo un vago
ricordo e di me solo un’ombra,
un rumore, o il timido odore
dei ciliegi al mattino.


and what was left after that too


All’improvviso vorrei
che me la dicessi
quella bugia
la srotolassi davanti a me
in tutta la sua falsità
con la tua sicumera
senza attaccarmi
alle lancette, ai minuti
che non passano mai
o che passano in fretta.
C’era una volta. Una prima.
C’è l’ora. Stavolta.
La volta dopo. C’è ancora.
Più in là, non ci è dato sapere.
Sei un piccolo atto di fede.
Ma a differenza di Dio
che non sappiamo davvero
dove mai sia finita
tu sei qui e io sono io
invece ostinato e raccolgo
gli indizi che lasci man mano.
E dove non ci sono, lì creo.
Ma ora dimmela quella parola
fallibilissima
la meno umana
la più incerta tra tutte.
Io l’ho presa
e l’ho messa
qui la trovi
quando sorpresa
ti rileggi tra i versi
che dureranno
quanto quella,
quanto quella parola.
Negli occhi belli.
Lì dentro, la trovi.


Δύοφύσις


Affliggimi. Illudimi. Feriscimi.
Crocifiggimi. Uccidimi. Tradiscimi.
Odiami. Consolami. Puniscimi.
Mentimi. Maledicimi. Avvelenami.
Torturami. Bruciami. Giustiziami.
Cancellami. Pugnalami. Finiscimi.
Lamà sabàctani. Aperte ho le mani.
ταλιθα κουμ. Io ti guarisco.
Questo è il mio corpo.
L’anima è altrove.
Dietro la nebbia dei miei tanti vangeli.


Casa Balla


Dalla luna
inizio a lacrimare
mi trovo a gracidare
in uno stagno,
mi bagno
tutto
s’espande,
tu appari
sei un lago
di spavento
e di coraggio
in cui inoltrarsi,
sei un miraggio?
Del mio regno
ti darei un castello
ma non ne ho
ma ho un piano
il secondo
per te
ci sei o non si sei?
Forse è il malocchio
del principe ranocchio,
un doppio sogno,
un morso, il bisogno
che ti tolga la maglietta
rossa e nera di Freddy Kruger
dalla tua mente con torta
(se mi freddi non vale)
ciliegina sulle labbra
spezza l’incantesimo
col fuoco dell’incanto
intanto tramuta il pianto
in oro, in canto
di principini
principianti
in questa favoletta
senza inizio
senza fine.


A parada do bonde número 28

Ho tutto questo
che è indomabile.
Silenzioso
contraltare
che può fare
da sentiero.
Questo è il prezzo
del futuro, del creare.
Tutto questo attendere,
attendere
che da solo
colma il vuoto.
Attendere s’attende,
tutto s’attende
il tram il treno
l’anno le calende
l’arco pur si tende
la freccia non ritorna
la notte non ingiorna.
Preferisci che nasconda
il navigante il navigato
umore che non trova
mai la sponda?

(Ti ho letta nel riflettere
incostante della luce
nelle quattro settimane.
Ti ho letta nel ruscello.
Dormiente, ero io, eri tu
la dolce Ofelia?)
Ricordo le ginocchia
doloranti. Di carezze
e spigolosi urti.
Livide di vita.
Di pietra e luce.
Ecco ciò che assieme
riposa e si dimena.
– Sono io che sono troppo
che volendo troppo poco
vuol anche dire. Ma più
troppo che straripa sono,
che tracima e s’ingarbuglia. –
– Eppure, è l’evidenza,
il tuo canto è più pulito.
Attraversa la stanza
perfettissimo e leggero,
questo vorrei dire.
Le note son precise. –
– Ma tu sai quant’è
complesso lo spartito,
quanto è abissale
la nota che ricerco?
La nota è verde,
si chiama la Speranza.
Sai cos’altro ci vorrebbe
per colmare tutto questo? –


Sigilli non convenzionali

Che dire di quando il palco
si addormenta tra atto ed atto
con luce lenta, muover di talco
e costumi che vanno via, quatto
defilarsi del mondo, della voce,
per far posto al tuo di incanto,
naso, profilo tagliato dalla luce
occhi socchiusi, delizioso canto.
E tutto lo scorno di questo mancarci
sarà spezzato da un solo bacio
e ancora prima,
nell’attimo fatale che tutti li precede,
– quello dello sguardo –
dal sussulto, dalla sorpresa sola
che davvero tutto questo pensarci
che ci rimandiamo nelle cornette,
nel ciondolare nervoso dei gesti
che senza tregua
infliggiamo agli oggetti
per scandire il tempo noi stessə,
le pagine voltate,
lo schermo intermittente,
il libro spostato,
sia perché tutto sia reale allora,
da toccare, corpi nuovi
ricolmi di stupore,
restituiti dall’abbraccio.
Incantesimo raro,
perenne primavera
in un silenzio di corniola.


Tu, maga, rendi l’anima leggera
oppure la sbologni nell’argento
a te, rendo la grazia passeggera
a te, che fai tormenta di ogni vento.
Quanto al resto, labile chimera,
un dolore lieve al mane sento
che leva poi l’antidoto la sera,
quando attendo il tuo, di sacramento.


Residui di Pareto


Mente, dice la mente. Il corpo dice
non ti curare il cuore con la mente
ma cura l’anima e rendila felice.
Vita vigliacca che non dice niente:
“Non ti curar di lor e oltrepassa
la paura”. Da perdente, da vincente
non si sa, non si sbroglia la matassa.
Servirebbe un participio. Dirimente.


Dance, dance, dance


E se la musica
dovesse terminare
non resterebbe
che credere che esista
in fondo in fondo
un aldicosa,
perché il seme
che ho piantato
ha un bel daffare
così tra mille anni
ci ritroveremmo
nel quinto cerchio,
ma del paradiso,
perché se qualcosa
esiste e fosse
buona e giusta,
ci metterebbe lì
nei giorni dispari
o in quelli pari
almeno
e noi,
come al solito
a dirci
e chi se l’aspettava.
Ma dio, si sa,
è un’ipotesi inutile
e rischiosa.
Quindi,
odi
osa,
suvvia
balliamo.


Martedì, sacri mestieri e sacri misteri


Occhi chiusi, di mare,
labbra aperte, pendenti,
col fiato nel fiato dilago,
infilo un dito tra i denti
e le altre dita di lago
si muovono lente, coltelli,
sussulti di gambe dischiuse,
mani dolci, vicine alla gola,
mani decise, battelli
sul seno, fiamma che vola
sui corpi. Mine inesplose
da far cantare. Brillare.


Memento voli


Guarda questo tempo
come corre spedito
come rovista nella cesta
traboccante degli affanni
per mettersi il vestito,
quello buono della festa
o del lutto all’occorrenza,
guarda tutto questo fluire
questa lotta silenziosa
e bella. Tutto vogliamo, tutto
per questo combattiamo,
dove non c’è principio
non c’è fine, non per l’ora
d’aria, ma per vivere
di mistero, per tutti i baci,
per tutte le scommesse
in piedi, per rubare il tempo
al tempo, guardalo ora
come accelera o rallenta
in continue sospensioni
o mentre si riaffaccia
dalle retrovie dell’insemprarsi.
E nella forsennata maratona
del rinascere, nello slalom
tra le nostalgie dei fallimenti
ci cadono dalle mani gelate
le promesse, le parole d’osso
posate sullo stipite più in alto,
cadono i tramonti e le idee
caparbie, gli ordigni pronti
a sabotare le corsie preferenziali
i pasti caldi di taverne ed ospedali.

Eppure, c’è un eppure di giacinto,
insegni così bene la lezione,
la felicità – che è più togliere
che impilare cenci sciatti –
mentre cadi o ti rialzi pronta,
mentre recuperi la disfatta,
i circuiti e i microprocessori
dell’equilibrio dagli anfratti
bui, che ho imparato a incidere
il dolore – no, questo non va –
come uno scultore, un colpo
di scalpello e appare un lobo
sul profilo grezzo della forma,
sulle cordigliere dei programmi,
negli algoritmi della gioia
e quello che resta è giusto,
un cesellare di miraggi vivi
la palingenesi di tutti i futuri
gli occhi chiusi all’astrazione
per lasciare stese le parole
al sole, le bozze dei capitoli
ad asciugare sui respiri.
In noi tutto si ricongiunge
blocchi stradali e rotte dei mari
traiettorie astrali e settenari.

Noi siamo fatti di battaglia
di cospicue gioie e inganni
di stagioni e brevi ritardi
di apoteosi e grandi freddi.
Di momenti. Passati, eterni.
Di tutto ciò che è vivo.
Di pallide visioni di infinito.
Di luce e di calore.
Anche ora, nel freddo.
Guardaci. Fioriamo.


al M.E.P.

Attenzione ai carichi sospesi.
L’ironia che rivela mi fa muto,
ma i meli in fiore, dopo mesi
d’attesa, no. Dirò ciò che è taciuto.



Prati animati


Sei fatta di terra, di sassi,
di grano. Io sono lo stesso.
Mondo il mare dal sale,
conservo nel palmo
un respiro profondo
per ridartelo quando
non trovi più l’angolo
giusto in cui stare.

Ti spalanco le porte.
Ti sfodero i prati.


Rosa, rosae, rosarum


Quel bacio era dunque un presagio?
Possederti, giocare a modo mio,
va’ anima mia, va’ cuore randagio,
e amarti, amarti senza dio.

Perché tu, perché l’ora si fa giorno
e il giorno solo ora viene amato?
penso serio serio, girando attorno
al tuo sorriso. Che significato

ha? Ma non ha fine il mio soggiorno
in te. Ritorni tu sul mio palato,
su labbra, labbra, sul mio contorno
il tuo. Un incendio mozzafiato.

Potessi capirne il fuoco, direi
il perché. Anche al mondo farei
saper che luce fa. Al mondo dovrei
spiegarlo. Solo lei, direi, solo lei.

Direi, dovrei. Dovrei? Ma che, ma cosa?
Né agli altri, né ai lori piagnistei
ho da spiegare. Tacciano tutti, tu sei
un non perché, la mia segreta rosa.

Se poi dovesse anche durare,
non ce ne lamenteremmo affatto.
Lo avremmo dovuto, dici, preparare?
O forse no. E quel che è fatto è fatto.

Senza paura che il tempo sciupi tutto,
nulla conoscono le nostre bocche
della parola fine o del lutto,
né le mani, avvolte nelle ciocche.

Solo voglia di lottare. E pure molta.
In guardia allora, mangiami le dita
mostrami il culo, fai una giravolta,
giochiamoci sangue, ossa e vita,

che più t’assedio, più tu stringi forte.
Su, vieni adesso, vieni ora, dai.
Aspetta, che ti porto oltre la morte,
divinamente, da non finire mai.


Se vi fa stare bene, sta bene sempre


Smalto rosso
un camino
acceso
un posto
in cui bere
te
tè
eleganti
giocare
ai pirati
nudi
nei prati
dove
baciarsi
bendati
su pontili
leggeri
fogliami
tatami
tra i rami
sentieri
colonne
ninfei
fare la luce
all’ombra
al sole
cacciatorə
raccoglitorə
mangiare more
e a more
andare
avanti
e poi
a braci
abbracci
a caccia
di pesci
rapaci
i nostri occhi
incantati
liquidi puri
trasportati
in passati
presenti
futuri


Flos, floris, flori, florem


Il tuo fiore con calma germoglia
vuole cura, carezze e attenzioni.
Nato sul ramo più verde, è foglia
che vuole parole floride, doni
che facciano a gara con i colori
più vivi. Umida pianta selvaggia,
vuole diluvi d’amore, sonori,
di lacrime dolci, monsoni,
sapere che il soffio che arriva
è vento, non ventilatori,
potenza del fiume alla riva.
Il tuo fiore vuole essere colto
in ventiquattr’ore
perché la rugiada lo bagni
e il sudore del mezzogiorno
lo asciughi con la furia del sole
perché sia nel pomeriggio tepore
sia mollica di pane nel mare
per le dita tentacoli
per i capelli meduse
per le gambe scintille di squame
per la bocca noce di mare
banchi di pesci i pensieri
più profondi e nascosti.
Presto arriva il tramonto
con un seno amaranto,
penombra sul viso e in gola
una baia di parole salmastre.
Il fiore si schiude.
È notte. Fa luce.


(∂+m)ψ=0


Eccoti. Hai piedi di radici.
Sbocci. Verdeggi di parole.
Contamini e fiorisci.
Zittisci il vento
muovendo
le fronde dei pensieri.
Ti fermi.
Resti quieta.
Ti ammutolisci.
Come sequoie e muschi.
Le radure dei capelli
esplodono in ciliegie
in estati salmastre
e inverni miti, in campi
di papaveri e di grano.
Ogni luogo ti appartiene.
Ma non sei fatta
di linfa e fibra.
Di tronco e stelo.
Non solo.
Della corteccia della pelle.
Sei grazia e volo.
Stacchi e plani.
Volteggi, impollini e svanisci.
Poi ritorni.
Atterri sul mondo piano,
lo guardi
lo attraversi
ne misuri il peso
e lo abbellisci.


Futurae


a ciò che verrà

Non so se un fermo immagine
o un delizioso battito sul viso
se delle palpebre o delle ciglia
rapidissimo e ineffabile
increspi le labbra, il mio sorriso
lo trasformi in meraviglia,
né quanto duri, se un minuto
solo o giorni o lune o anni
questa gioia priva d’inganni
danza degli occhi avvinti
devotissimi e discinti
su di te. Ma tutto si colora
nel tempio verde e viola, magia
che svela l’oracolo ormai certo.
Siedi sulle ginocchia, è l’ora
del concerto, della delicata prosa
degli abbracci senza nostalgia.
Del futuro. Splendore che riposa.



I pollini, l’universo


Dal tremore del corpo
sgorgano inesorabili
energie primigenie,
brividi insondabili,
lame sottili incidono
miraggi di stelle,
giardini tropicali,
accarezzano perfette
cardini segreti,
cancelli da aprire.
Dall’inquieto conoscersi
dalle lingue
dal respiro
dall’orgasmo
si spalanca
l’incanto.
Dalla carne
sorge l’anima.

Voglio perdermi nella tua costellazione.


Alpha Centauri


C’è qualcosa. Di simile nel nostro ondeggiare,
forse il midollo, le ossa, il tasso di globuli
bianchi nel sangue, sì è il sangue, un richiamo,
un’eco lontana, il rimpallo tra ulivi e vigneti,
vigneti ed ulivi, le sabbie sottili di Rosignano
Solvay. Forse è il respiro, l’affanno del corpo.
Per quanto possa valere questo spazio, fatto
di tendini, reni, cellule e nervi, imperfetto,
morente, cangiante, per quanto duri il tempo
che ha questo spazio, fatto di infanzia, torture
di insetti, di giorni, di primi, secondi, inghiottiti,
per quanto possa valere questo corpo fasullo,
incavo molle, fascio di luce, fatto di ascessi
del cuore, di eccesso nei gesti, di sesso, di denti,
di sessi, variopinti e danzanti, miracoloso
coacervo di ferite e di canti, di furia e riposo,
lo dedico a te. Ne porta il tuo nome, la brezza.
Ho sempre pensato che nell’ultimo atto,
nell’istante finale, tutto rallenti, si muova,
ma calmo. E l’attimo, mezzo diventi, il mezzo
altro mezzo, e che così all’infinito la memoria
conservi per sempre il suo sacro splendore.
Così all’infinito, materia che ospita lo spirito
nostro, formula periodica del paradiso.
Lascio qui sulla terra lo spazio, l’ebbrezza,
mi muovo di quattro anni luce, verso l’inizio
o la fine, dove non ci sono più suoni, né voci.
Non ci sono sirene, le mie, sugli scogli, cicale,
le tue, sirene d’allarme. Vado dove non posso
sbagliare, dove c’è solo certezza, dove mi affido
all’incanto, al nostro linguaggio superluminale.
Il corpo, il contorno, il tempo scorrono verso.
Il resto, ciò che rimane, quello era già tuo:
i residui, la freccia, la magia, l’universo,
Esopo, la lepre, il paradosso, Zenone.


Nella mia tasca nascosi
la luce per farne spartiti
di sonno e silenzio, cotone
ed ovatta. Dove ora riponi
i tuoi occhi distrutti, partiti
per un tour su Plutone.
Stupiscimi. Andiamo.
Come mattino. Quando non fa
rumore il delirio notturno.
Od io non odo, disperso.
Nel sapore di pelle, di gelso,
di more, del magma che a turno
versiamo; di sussurri, parole.
Sono richiami le sillabe, i toni,
ogni suono, ogni iato, dittongo.
Nel vento ora il fiato ripongo.
Sale l’alba. Bisbiglio. Chiarore.


Contro il teorema di Pitagora, cassa dritta e ballare
(per una rivoluzione delle linee guida)


Perché continui a costruire
quadrati sui cateti
disse l’ipotenusa
non tutto quello
che è stato eretto
nel corso dei secoli
da principi giusti è retto,
non sempre due rette
parallele sono destinate
a non incontrarsi all’infinito.
Guarda il nostro paradosso
come nega la geometria
euclidea, sfuma il contorno
delle cose, decostruisce
le forme e le ricrea.
Come ridisegna la lezione
appresa, l’ordine del cosmo.


What!


Vorrei prenderti per mano
mentre il corpo dorme
mentre l’altra parte piano
se ne distacca, da quelle forme
belle in quel sonno quieto.
Poco prima in gran segreto
sussurrerei ninne nanne
e cantilene di commiato.
Poi in volo, tutto d’un fiato.
Ci troveremmo in una stanza nuova
come non succede da giorni mesi
settimane miliardi di minuti stanchi
e ora qui a guardarci i fianchi nudi
tuoi e miei, miei e tuoi, blu e verde
verde e blu, illuminati dalla sera.
Io. Tu, la stessa luce. Ma più bella.
Un sole ed una stella, ma una stella
è il sole quindi uguali, diversi solo
nell’odore. Di fogli ruvidi e matite
cere e gessetti per tratteggiare
le linee, il viso che ti ammira
con speranza, le ombre dei corpi
con grafite e china, farne il vento
che tu sai, confini nuovi ed essenza
per rifarci come siamo senza trucco
né migliori né cattivə. Solo un tocco
d’acquerello per bagnare il foglio
del potrebbe, per descrivere il bagliore
che tu sei. Disegnare boschi rami monti
alghe e poi coralli, la bruma della notte
e poi capelli sui tuoi occhi ancora incerti.
Deserti di desideri inesplorati, monasteri
abbandonati dal tuo cuore, esili cristalli
e rocce dure. Paure sul tuo seno, veleno
da succhiare e risputare per trasformare
le pozze, lo stagno già ossidato,
in un lago profondo da lambire.
Più in fondo ancora, dove la luce arriva
appena, mondi sommersi, Atlantidi
e metalli nobili. Un fiorire di crisalidi.
Il vento porterebbe odore di muschio
e sale alle narici, intenso da scardinare
qualunque serratura. Incanto e gioia pura.
Mi diresti a un certo punto: questo è irreale.
Accorgendoti di avere all’improvviso
non solo il corpo astrale ma tutto il resto
l’anima il cuore le scapole e le spalle
i timori i desideri le lacrime e le dita
dei piedi e delle mani per camminare
scrivere godere disegnare e indicare
che il letto di là è vuoto e che il mondo
è tutto qua. È questa la realtà.
Mettiti un saio un vestito una gonna
o solo una mimosa tra le ciocche.
La realtà è in questa stanza ma
anche lì fuori. Siamo noi che la creiamo
coi nostri passi, con gli occhi
con la mente e col respiro.
Con le nostre mani. Oggi. Domani.
In questo mondo. E anche negli altri.
In tutte le galassie. Vieni, usciamo.


Estati, multiversi, gonne colorate


Mi entri nell’anima, nube di fuoco
di cure di quadri di fiori di frutti
ma l’anima mia non ha sesso, li ha tutti
e mentre conduci il nostro bel gioco
io prendo la pillola del giorno dopo.
Ma per il cuore non serve, per la mente
neppure. Così qui e ora ho un torrente
di astri orbitanti con moto costante
di stelle lucenti dal ritmo ancestrale.
A questo ci servono i corpi. Ad agire,
a condurre i respiri, fili di rame sommersi
nell’andare e tornare, nel grande ballo
del baccanale, nel venire coi versi
nel giocare le carte re fante Vassallo
nel battere i passi della rivoluzione.
Vorrei essere, a volte, quell’altro, quel tale,
l’approdo, il dottore, non il medicinale.
Potrei essere àncora mare e maestrale.
Vento e ancora di più, ninna nanna
da addormentare, una lingua straniera
da indovinare, come farsi uno sconosciuto
drink in un insolito locale serale. Dal nulla.
Se son tutti matti, perché non fare del mondo
il nostro nosocomio personale? Una culla.
Ci piacerebbe il gioco, quelli che siamo
saremmo, ma anche gli altri, allo specchio.
O specchio, specchio delle mie brame
vorrei essere un abbraccio, un guanciale
che ti chiude gli occhi, per farti sognare.
Ma l’universo è immenso e in fondo
ognuno ha il suo posto nel mondo
disse una notte di luglio cercando
di non spaccare un bicchiere, cercando
le parole per una poesia da finire,
camminando su e giù per la stanza.
Voleva rime con mele con vele col miele.
Gli serviva un’idea sorprendente
che potesse cavare emozioni. Lieve.
Potente. Perso a sud-est, lì cadeva
la luna. Perso servendo vino alla mensa
imbandita, con Biancaneve e coi nani.

Credo fosse quello il suo posto nel mondo
perché poco dopo è scappato ed aveva
una scintilla negli occhi e tra le mani
zucchero e sale, una preghiera, diceva
Vaata ilte batteva la lingua diceva
la parola segreta, a passo di danza
ognuno ha il suo posto nel mondo
e il posto del mondo è nell’universo
lì dietro. La porta si apre. Speranza.


Siamo questo. Questo siamo. Un baluginare
di lucciole la notte, le strade di campagna,
un sentore di pioggia, il vento, il mosto,
l’odore di casa, l’impasto di acqua e farina
che diventa pane, il miracolare quotidiano.
Questo amare oltre ogni distanza siamo,
questo scomporci e respirare, pulviscolo
nei boschi, antichi retaggi, violenze e lotta,
misteriose connessioni. Questo incespicare.
Energia che permane siamo, stelle cadenti
rare. Nel silenzio, dove tutto puoi sentire,
la luce ci attraversa. Caos primordiale
siamo stati. Meraviglia. Universo. Siamo.