Sono cresciuto con la fame e la presunzione di chi vuol diventare grande troppo in fretta. In questo cammino sono cascato molte volte, inciampando maldestro sui miei stessi passi, guidato dalla paura interiore di non esser mai all’altezza e dalla malefica ingordigia che caratterizza quest’epoca. La vita scorre davanti così, giorno dopo giorno, e se non avessi mai cercato dei momenti di analisi, riflessione e meditazione, sarei sempre rimasto uno spettatore inerte del mondo, fragile, sterile di idee e di sogni. E proprio mentre questo frenico tempo si inoltra ed il mio corpo invecchia, ho trovato nella solitudine un’esperta compagna di vita e nella collettività un motivo per vivere ed essere felice. Forse è nell’equilibrio di entrambi, solitudine e collettività, che risiede il segreto della vita? Aprendosi con se stessi, anzi letteralmente squartandosi, le domande si fanno risposte, l’acerba giovinezza inizia a farsi forte conoscenza ed il tempo, da veloce e sfuggente, diventa lento e consapevole. È attraverso questa rivoluzione silenziosa che il tempo inizia a dettare i momenti delle azioni, delle scelte e della poesia. Bimbumbam. Questo ragazzetto di quartiere classe ’96, poeta per alzate di gomito, ingegnere delle rotonde di Gavinana, casinista di ogni occasione, ottimo amico, pessimo figlio ma cocco di mamma, un giorno ha iniziato ad aspettare, a rallentare il respiro, a frenare il battito, dando alla vita il tempo che serve per apprezzarla. È inutile rincorrere e rincorrersi, ci sono cose che le senti dentro quando devono accadere.
La pasta si butta quando l’acqua bolle
C’è un segreto che tutti conoscono da vicino, e che qualcuno ascolta davvero, in fiorentino: La pasta si butta quando l’acqua bolle è tra quelle soglie: l’attimo in cui l’acqua non può scegliere altro che farsi voce, il termine della quiete, della rassicurazione. Calore che non frena se non al cento per cento, trasparenza che muta in vortici di un centinaio di poesie per lanciare versi all’alto e all’Altro, verso un mistero trasformativo ulteriore, dai respiri alla vita densa di esperienza assaporata. È il momento in cui questa esistenza, per essere vissuta, tende archi a proiettare parabole, pretende atti precisi, irreversibili, nella cucina alchemica del mondo reale e spirituale, nella scelta di non rimandare ancora.
Non è un libro di intrattenimento, mancano le decorazioni, è la voce che sceglie di salire dai minerali e dai metalli conduttori e vivi, con gli strumenti di scavo, dal limine sotterraneo, lessico necessario di una fiorentinità amabile e tremenda; un mantra che intonato dal vivo fa tremare di risonanza e apertura. La scelta tra la luce riflessa nel suono, la gravità che unisce, come l’amore, mai addolcito né abbellito, graffiante, insaporito semmai dalla ricerca dell’autore del bono co’ i’ bono, a verso della fame interiore e della paura. Il momento in cui vento e vapore diventano respiro, un respiro che è materia viva e camminata in pellegrinaggio, per poi in fondo abbracciarsi sudati e stanchi, per andare a bere e mangiare insieme. Il calore che sprigiona da alcuni versi è chiamata di ciò che dobbiamo fare per forza della vita: respirare ombre tra vicoli e spigoli, lasciare orme in destini che al di fuori la ruggine, colore del tempo, brunisce, e nel profondo interiore elettrico, anch’esso caldo come il fulmine, ci ricorda tremando che oltre vita e morte, nelle pause tra respiro e respiro, ci sono altre forze, altissime e sotterranee, una poetica che non si assenta, che picchia sui tasti per modulare risonanze e scarti improvvisi. Seguila se vuoi come si seguono i fumi dei segnali tra montagne lontane. Questi segnali sono alcune parole precise, proposte, scelte durante il cammino.
La ruggine, anche nella voce roca come l’autore ama intonarsi, in una prosodia che alcuni versi franano e non te ne accorgi in tempo, o in ritmo, ciò che resta dopo il passaggio della febbre, o del trauma; una memoria metallica, un sapore che non se ne va, segno che la vita ha lavorato, ha ossidato, ha lasciato traccia.
L’ombra è una presenza intelligente: qui ti obbliga a smettere di semplificare. Ti ricorda che l’umano non è mai soltanto luce o colpa, ma mescolanza, tremore, contraddizione. l’ombra nell’orma poi è il passato di un cammino, una cura iniziata verso per verso. Un atto poetico in grande distensione, come i passi che si avvicendano per essere là… tra Respiri che si rompono, che diventano grido, che sono misura della vita quando la vita si fa estrema e tenta di atterrire. Il respiro degli angeliappare dove il corpo è più esposto, più vulnerabile, più vero / respiro, qui, è la frontiera, una nuova soglia liminale: tra rabbia e tenerezza, tra istinto e coscienza, tra desiderio e paura. Tra questi respiri calmi o di puro vento si sente sussurrare: il destino esiste, sì – ma non è un dio gentile. È una forza che va guardata in faccia, contrattata, a volte insultata. E la poesia qui diventa uno dei pochi luoghi in cui questo duello può essere onesta carne del destino, una bistecca da assaporare per quanto vacillante, discusso, quasi imposto da un’autorità esterna o nella spirale della sua giocoleria. Gingillando palle, destini e cattivi pensieri.
Ossa: la struttura nuda, l’ultima verità del corpo quando si spogliano le scuse. In questa raccolta le ossa compaiono come presa, come stretta, come morsa: ti stringe / le ossa e la laringe, ma non il sentimentalismo: c’è anatomia. E l’anatomia diventa etica, perché costringe a guardare ciò che regge tutto – anche quando fa paura.
Rame e orme, non ostentate, lavorano sotterranee come un’ossessione scelta. Il rame, metallo vivo come il ferro nel sangue, è la conduzione che porta calore, scossa, porta versi cantati verso ciò che ancora trasmette e connette.
Le orme, segno del passaggio, in un libro dove tutto è movimento – cammini, fuga, ritorni, scontro tra forze altre, rinascita iniziatica dopo brutti incidenti, stavolta al limine della soglia estrema, poi: cura interiore – l’orma, la domanda finale: che cosa resta di noi dopo il cammino? Che cosa lasciamo, ombra nell’orma, respiro di destino, scritte nere di grafite su ossa bianche, elettriche del rame che conduce la nostra elettricità fino alla ruggine del tempo?
Poi accade un cambio di pressione: la raccolta entra in una zona dove la vita si fa più complessa, più urbana, più contraddittoria. I versi si affacciano su periferie interiori ed esteriori: lavoro, stanchezza, corpi che chiedono e giudicano, città che stringono, notti che confondono. Qui si schiude un talento raro: passare dall’invettiva alla tenerezza senza perdere coerenza, perché entrambe nascono dalla stessa sostanza – una fame di senso, una gamma ampissima di modalità di essere ed essere insieme, che non si accontenta. Il simbolismo non è decorazione: è sopravvivenza. Una cozza diventa destino; un treno diventa scelta; uno specchio diventa tribunale; un piatto condiviso diventa una forma di grazia. Il quotidiano, nella sua materia più bassa e concreta, diventa una costellazione: il lettore se ne accorge quando si ritrova a sentire che un dettaglio (un bicchiere, una bandana, un odore di cucina) contiene più memoria di un discorso, ove ben incastonato.
E poi ci sono i cammini – quelli reali e quelli mentali – che attraversano la raccolta come una linea d’acqua nel sottosuolo. Il mondo visto a piedi cambia scala: la natura diventa ferita e cura, madre e matrigna; il vento diventa voce; il bosco diventa trauma e rifugio. Il viaggio, invece di distrarre, concentra: mette in fila le domande. E quando compaiono luoghi e nomi, non sono cartoline: sono specchi. Persino l’orizzonte del mare – che altrove sarebbe promessa – qui diventa una prova: quanto costa arrivare fino a qui, quanto pesa scrivere il proprio nome nel presente senza tradimenti, né millantate liberazioni, quanto è fragile la memoria che ci tiene insieme.
La consapevolezza che ogni cosa che ci attraversa lascia un deposito. Come il sale sulla pelle, come l’olio sui polpastrelli, come la cenere nei capelli. La raccolta non tenta di ripulire quell’impronta: la custodisce. E la custodisce anche quando diventa scomoda, eccessiva, nervosa, ironica, spudorata. Qui la poesia non è salotto: è strada, cucina, letto disfatto, bar di quartiere, stazione, tavolo dove si ride e si soffre. È controcultura non come etichetta, ma come istinto: lo scarto necessario rispetto a una realtà che addomestica e svuota. Eppure – ed è forse la sorpresa più bella – dentro questa materia grezza si muove un’idea segreta di cura. Non la cura facile, non la morale, non la redenzione. Una cura più antica e iniziatica: quella del dire e ascoltare e del lasciarsi dire dall’interno. Dire ciò che si vorrebbe nascondere. Dare forma a ciò che altrimenti resterebbe rumore, per sentire. Lasciare che la parola, come il fuoco, faccia il suo lavoro: bruci, illumini, trasmuti, cuocia, arda.
Entra a queste soglie senza chiedere al testo di essere gentile, chiedigli semmai di essere vero – e concediti, ti prego, di esserlo anche tu. Leggi come si mangia una cosa deliziosa che scotta: con cautela e desiderio, soffiando appena, ma senza rinunciare all’aroma che respiri… Se senti una sensazione di “adesso” che prende alla gola, non spaventarti, può essere il punto di ebollizione. Lì dove la vita non si spiega: si getta dentro.
F.07
L’Acqua fresca,
i 20 anni,
il mattino
…
2016-2020
Anni di ricerche interiori
Solitudini e compagnie
Esami universitari
Versi baci e follie
Francobolli di stoffa
C’è chi ha la paura di addormentarsi
e non svegliarsi…
Io ho la paura di provare a dormire
e rimanere sveglio
C’è della luce nell’ombra opaca
che attira l’attenzione rapace
della notte puttana,
come sempre
(da sempre)
compagna di merende
Quando i diciannove
diventeranno trentacinque
ed i giochi da tavolo prenderanno polvere,
la sintomatica apatia
che condiziona il mio
]egoistico[
rapporto con il sesso opposto,
vedrà nel primo paio di calze
soltanto un abbigliamento elegante.
Francobolli di stoffa
setosi, ondulati
leccati da salive di coraggio
Lettere ai posteri
e freni senz’olio
Ad ogni tasto la parola nascente
intreccia i miei occhi
Se nel fondo del bicchiere
ci fosse ancora alcol
ne strizzerei il vetro
Ma a cosa serve colpevolizzare
e colpevolizzarmi,
delle mani fredde
ne apprezzo comunque le carezze
Chi mi getta ne comprendo il gesto,
ma il treno più veloce
è quello che ti porta a casa
ed io
ci sono sopra
Non basta annaffiare un orto
per vederne frutti maturi
Serve versare sangue
se al pomodoro vuoi darne colore
I cetrioli
si mangiano crudi
come i baci agli sconosciuti
e le uova del contadino
Viscide
Poetiche
e Proteiche
**Perché mi svegli alle 4
]Anima mia[
di cosa dobbiamo parlare stavolta
che sto una pera cotta
e questo tuo sguardo
mi preoccupa**
Non respiro se mi stringi
così il collo,
non cammino se barcollo
ed i passi si
rincorrono
Quanto è caldo questo volto
Ma
mi brucio a toccarlo
Quanti ne conti a questo polso
che dei battiti
dimentico spesso il numero
Che te ne fai dei nei e delle voglie,
se la pelle ha bisogno di gridare
dagli brividi e passione
Piogge di musica e
salti nel vuoto
Pungimi il lobo destro,
conficcaci un orecchino di rame
con incise le mie spigolose paranoie
]ragnatele agli angoli
delle persiane[
Se questa notte mi porterà consiglio
cercherò di rimanere sveglio
Se le mie palpebre non riusciranno a stendersi
darò ai versi modo di farlo.
Cattive abitudini
Non voglio dare colpa al degrado
che magro e malsano
macera le periferie di ogni dove
Mi basta distinguere l’impercettibile
e con inchiostro invisibile
SCRIVERE VERSI CHE FANNO RUMORE
È dallo stare in bilico
dentro questa membrana di plastica
Amara e Arida
stringere la mano che si protrae
Mischiare l’effetto per capirne il senso
Lasciarmi scivolare tra le braccia del destino
umido e scalfito da chiare lettere
Il tempo rigetta cenere
come un filtro ingiallito,
stretto al dito,
c’è un ricordo distorto in quel tatuaggio.
Non c’è accordo ma c’è bisogno
di fare tacere quella voce strana
opaca
tagliente
che tutte le volte mi dice:
**hai torto!**
Tra tornati mai tornati
Treni e tram sui binari di trincee
Tra torbide spugne mai strizzate
da stressato cameriere di quartiere
e mari di menzogne,
affogo nei vizi e le mie colpe.
Impepata di cozze
La delicatezza e le formalità si fanno da parte
di fronte ad un generoso,
fumante e gradasso piatto di
]Cozze[
La bocca impasta
mentre mascella e denti
fanno il loro delizioso lavoro di masticazione
**gnam gnam**
ad ogni boccone parte un rumoricchio di risucchio
**shheeerp**
Perché quando si mangiano le cozze,
si beve anche il sudore del mare.
Le milioni di onde infrante sopra il loro guscio
lasciano un’impronta di tempo
e i polpastrelli ne godono la sostanza.
Sfilacciate
Strappate
Scardinate
Le cozze sono figlie di nessuno,
orfane del mare.
Nettuno ha donato loro un guscio
per dare loro solo un’apparenza di casa,
di luogo sicuro,
ma saranno sempre vittime del loro destino,
dallo scoglio si staccheranno
e in un piatto con il brodo saranno servite.
La natura non ha dato a tutti la possibilità di reagire
di fronte alle sventure.
Quindi, datemi retta! Se vi staccate dallo scoglio,
smettete di piangere!
Chiamate una persona a cui volete bene
e fatevi una bella cena con vino bianco
e impepata di cozze,
e a fine
se vi fate anche la scarpetta co’ i’ pane,
non vi servirà una corona per sentirvi
dei Re.
Pensieri sull’Essere
Gli occhi dell’essere
coperti da un velo di Maya
che tramuta la realtà in un’illusione,
dove l’egoistica personale percezione
trasporta l’io al centro della perfezione naturale.
Devasta l’intorno
ne inquina la fauna
Sradica le radici dell’umana modestia,
e poi asfalta,
con con colate di cemento e apparenza
E come d’incanto
*in un incubo di vuoto-
a sfondo bianco
l’uomo combatte in un gioco,
dove ognuno è diverso dall’altro
Dove il sesso è un gesto,
non più l’amore tra anime in pianto
Dove sei uomo o donna,
nero o bianco
Dove è il corpo che ha un nome
e la coscienza è orfana,
lasciata al vento gelido del contrasto.
Desidero un sole
che non lascia ombre,
inteso di una luce trasparente
senza differenze
senza bugie e sentenze
Desidero gli occhi di ogni madre e padre
piangere di gioia per il figlio che cresce
che si scopre
che si sconvolge
che si ama
e che ama ciò vuole
Perché questa vita niente toglie!
È un castello di carte
insulti di niente
Rispettami Dio
anche se non ti rispetterò sempre.
Ho bisogno di sentirmi vivo,
di urlare ciò che sono dall’alto di questo cielo
Abbracciare
la sostanza del mondo intero
fino a farne parte
che qua ci inghiotte
e poi ci sputa in un ammasso
di problemi e carne.
Ci mandano in cura, senza ragione,
ci danno pasticche a profusione
e dicono che la diversità ha bisogno di attenzione
Ci volete manichi vivi,
bambole di pezza ai vostri fili,
ma se fin da bambini saremo guerrieri,
non ci acconteremo di spezzare i fili,
urleremo fino ad assordare il marionettista.
L’essere ha bisogno di viaggiare negli spazi,
di conoscersi e amarsi,
di guardarsi dentro e apprezzarsi,
di guardarsi fuori e dire
**eccomi**
Scrivere nel presente la propria firma
che sia marchiata a sangue
o da una stilografica azzurra
Bagnarsi le labbra di vino rosso
quando attorno c’è una festa di sconosciuti
e poi abbracciarli
condividere
senza reprimere,
fino a fare diventare impercettibile
anche il senso d’amore
Perché alla fine
non è la natura
che decide
ma l’essere che esplode
fino a rendere il tutto
parte del proprio interiore.
Moderazione
rispetto
ancora Amore
Cerco le tue mani tra il soffio nel vento
così insieme faremo un cerchio
un triangolo
un quadrato
un trapezio.
Perché l’essere ha bisogno,
ha bisogno di viaggiare negli spazi,
di conoscersi e amarsi,
di guardarsi dentro e apprezzarsi,
di guardarsi fuori e dire
**eccomi**
L’essere ha bisogno di dire
**eccomi**.
L’uomo inconscio del tempo
Sperpera denaro
Risparmiando
Pensieri sull’ego
Serviva più fegato
la linea piatta dell’encefalo
gramma
La gamba di legno d’ebano
scalcia
Per il lievito che serve ad arrivare all’esito,
più edito che etico,
al magro segreto che la morte ci accompagna,
dalla culla dell’infanzia
fino al semolino caldo delle 7 la sera.
È per amore o per come volete chiamarlo,
per razio o per dazio,
per il dissenso
o per l’assenzio,
che come un tarlo nel cervello
ti divora,
fino all’ultimo granello
fino al corno del cervo
fino al verso
che trova il suo
punto.
Lingue inferocite
bagnate
si sfregano feroci
Del senso che dà il sesso
e del mesto parere che ognuno
ha di esso
Faccio come Pilato,
mi sciacquo le mani
e continuo a puntar contro il dito
Se di effimero
una parte è rimasta,
mettila in frigo
che domani ci facciamo la frittata
o la pasta.
Per carenza di melanina
i capelli diventano bianchi
Per i fianchi stanchi
gli spazi non vengono percorsi
Per i discorsi troppo mossi
i dialoghi diventano aghi
e pungono
l’ego
fino a farlo sentire
discreto,
fino a farlo
sentire
discreto
Ma come può
Come può
l’ego
sentirsi
discreto
Se l’ego
non fa un’eco
non un ego
ma solo un gergo
corto di tre lettere
Serve più fiducia verso il prossimo
anche se il debito non è colmato
Salmastro dedicarsi
a costo di spogliarsi
e rimanere nudo,
senza niente
senza un riparo
senza
un
ruolo.
Sparatemi pure Qua,
in mezzo alle costole Qua,
tra dove il cuore batte
ed il respiro ha il suo grido
Ed è lì che voglio morire
Tra il sangue
che scorre
E l’aria
che spinge.
Ogni passo che ho fatto
l’ho fatto verso me stesso
…
Cammino degli Dei, Bologna-Firenze, Settembre 2020
Dalle Radici ai Rami
Sembra il tempo fermarsi
allo scorrere lieto dei passi,
a immedesimarsi nel vento
Che soffia lento sulle cime dei rami
tra i capelli
tra i sogni di ieri e quelli di domani
Donatemi una nuova veste
come le stagioni fanno con alberi e fiori,
come gli stilisti fanno con le emozioni
Indicatemi il sentiero da seguire
prima di impazzire
sotto l’ombra imponente dei castagni
< Tendetemi >
come le filamentose
trappole dei ragni,
nelle quali ignari
finiscono farfalle e moscerini
Rapimenti
Omicidi
Follie a cui sono inclini
gli esseri umani.
Tra le rughe delle cortecce secolari,
salgono laboriose famiglie di formiche,
trasportano briciole e spighe
*ossa e grafite-
Sulle schiene solide e muscolose,
sembrano deboli e indifese
ma ognuna è incline a faticosi lavori,
come schiavi egiziani
operai dell’Ilva,
ragazze madri
che non battono ciglia
Serve soffiare sulla rugiada
prima che cada
Ammiccare alla polvere
e pulirsi le fessure dei denti
con secchi filamenti
di *menta piperita-
La natura è verde speranza, rosso magenta
Spaventosa
Controversa
è marrone come la legna e bianca come la pazienza
La natura è la rotazione del giorno
da spalmare sul pane
e fare sciogliere nel forno
La natura è da mordere cruda,
da gustare a bocca asciutta,
per sentirne i succhi violenti
Per apprezzare ogni suo continuo mutamento,
che oggi l’uomo non sembra più fatto di carne
ma di freddo cemento
E solo se nel bosco mi perdo,
non temo il suo candore scuro,
ammaliato dal suo primordiale richiamo
*Aspro profumo-
Mi addentro quatto come una lince
e libero come un gitano,
posso arrampicarmi
correre
mordere
cacciare e cacciarmi
Posso riprodurmi con la mente,
cancellare e consolarmi,
finché sotto le unghie non
ci saranno terra e sangue
ed i pensieri non saranno armi
Fucili
Pistole
Petardi
E a quel punto sarà il fuoco
a mangiarsi i resti del bosco,
a scaldare una cena di ricordi
*dal tempo sepolti-
NRG BLU
Da ragazzino con il motorino
la sera giravo per il quartiere,
freddo spento e sporcato
da chi il giorno frettoloso ha pestato quelle strade,
sfondo nelle mie memorie, cicatrici sulla mia pelle.
Quando il motore era caldo e la marmitta ruggiva,
il polso stringeva forte
sulla manopola morbida e prestante,
il vento veloce e pungente
alleggeriva quel mio violento sentimento
di ribellione adolescenziale.
Mentre la sigaretta continuava a bruciare,
gettavo benzina su quella sensazione di onnipotenza,
a cui da giovane puoi permetterle di farti inondare,
fino a quasi
annegarci.
Perdere il fiato dicono
perdere
il
fiato
per una bella donna
per una macchina nuova
per i milioni
per le vacanze a Formentera
per le canzoni di De André, Vasco Rossi o Battisti,
Fanculo dico io
FANCULO!
Io che sono tossico di vita, calamita di sbagli
il fiato non lo perdo
]Lo rompo[
Lo rompo ad ogni orgasmo che la vita mi dona
Lo rompo ogni volta che dovrò gridare
per sentirmi libero
Lo rompo perché quando sono incazzato
io stesso sono il mio primo critico
Lo rompo perché che sia per gioia o per dolore,
’sta vita la voglio gnuda e sorridente,
a terra con il mascara colato,
lo smalto rovinato dai graffi
e le labbra marcate dal vino.
Lo rompo per ogni uomo
il cui tempo gira ormai al contrario,
per mio padre e mia madre
che si spezzano la schiena da 40 anni
Lo rompo per chi ha bisogno di respirare
e non ha intorno aria per farlo,
ma solo brutti ricordi
che lo accompagnano da sempre.
Lo rompo perché rompere il fiato significa respirare
più forte,
così i polmoni
più grandi
riescono a sputare fuori
anche i giorni
più duri.
Senti che freschezza
Cammelli artici trottano vorticosamente
tra la lingua e il palato,
alpinisti egiziani dondolano tra le fessure dei denti,
ad ogni sorriso un singhiozzo,
ad ogni sorso un secondo
Aride distese di papille gustative,
c’è proprio bisogno di una scrosciata d’acqua fresca
**FRESHHHHHHHHHHHHHHH**
come quelle piogge d’estate
che rinfrescano i’ bianco Dante
dal sole cocente di Santa Croce
*sudore sulla fronte-
Se dinanzi a Dio provassi a mentire,
quel nodo che da sempre mi strozza in gola,
sarebbe l’inizio di un cappio
e la fine delle mie menzogne.
Amo i lunghi discorsi e gli sguardi silenziosi,
ma solo nel tacere ad occhi chiusi
riesco a ritrovar me stesso.
Nella pozza un riflesso
Osservo l’orizzonte dal mare
De Anima
Il sangue sulla pelle
De Anima, ancora,
la mia bocca ha fame
di fragranze leggere
come sogni infranti,
come dedali e girandole
Nei verdi abissi giapponesi,
dove di tanto in tanto
ripide gradinate luccicanti
illuminano tortuosi sentieri,
pesanti divini giganti
giocano ai giocolieri,
gingillando palle, destini e cattivi pensieri.
Garrisca ancora il maestoso labaro
al devoto vento bufera,
sulla rinascimentale cupola
che sovrasta questa magnifica città
Anima, stringiti al corpo
Stringi!
Con le unghie la pelle
fino a far zampillare i’ rosso sangre
Perché di viver la mia coscienza ha voglia,
di urlare al cielo brama la mia voce,
di odiare ed amare
i miei ricordi hanno bisogno
Solo quando sarò sazio
ti perdonerò,
se dovrai tornar sulle stelle
nel profondo spazio,
tra dei che bevon vino e ballan tarantelle.
Ogni vita è un ciclo tortuoso,
incide nell’anima il suo segno,
anelli d’un albero secolare.
Ombre, ricordi e pensieri
Mi ricordo quando mi guardava,
nel buio della notte
nascosta fra le tende
Sfilacciate ed ingiallite
delle corsie d’ospedale
flebo
siringhe
e morfine.
Tosse
catarri
e catrame
Corpi esili
occhi cremisi
come il sangue raggrumato
nelle ferite
Come quelli del Diavolo
e della vendetta umana
macabra
feroce
premeditata
Non serve contar le dita
della mano che
ti afferra
ti stringe
le ossa e la laringe
Con macchie di olio
l’odio nel vuoto dipinge,
è una morsa mortale
che mostra
che strozza
l’infanzia,
l’adolescenza sprecata,
o forse soltanto
ingenua
irrazionale
istintiva.
Unghie affilate
limate da femori
Pungono le gonadi
strappano il
*respiro degli angeli-
Dalle barelle cade
il filo dei cateteri
dai quali sgorga
Gialla Urina
umida
calda
densa
come la ruggine sulle travi degli Inferi.
Marci e cariati i canini,
c’è un filo di grasso
incastrato tra incisivi
Si contraggono i muscoli,
il battito che accelera,
la mente che sperpera
gli ultimi secondi che
ricordano.
Il sudore è
freddo
acido
in bilico
e consuma le lenzuola
fino a depositarne le uova nelle
cigolanti molle del materasso.
E concordano sguardi irrequieti,
preoccupati,
addolorati
o semplicemente
subdoli
ipocriti
umani
I piedi scalciano ma sono legati,
torturati dalle piaghe che il tempo scalfisce
sulla pelle che
*soffre-
E dicono che la mente si spenga,
che il sangue scorra al contrario,
che il destino vacillante di uomo
sia deciso dalla
Scienza
Ma tutto ciò mi interroga,
mi stupisce
questa cecità,
questa stupidità innocente
Ma avete mai sognato
e se l’avete fatto
ne avete compreso il
Volo?
Perché la nostra anima riflette un’ombra
e noi ne percepiamo solo il buio
Non riusciamo a toccarne l’essenza
a definirla
Perché è un’ombra
e le ombre
non si fanno catturare.
…
Ho strappato
un bacio ad una sconosciuta,
era Bella come la Vita
…
2020-2022
Tempi di studi logaritmici
Matrici e funzioni complesse
Bisettrici che separano ogni angolo
L’uomo dal ragazzo
Intro
La mia generazione è figlia di un dio iracondo,
un mezzo perbenista complottista stronzo
per cui l’artista è simbolo
della disoccupazione che c’è attorno.
È una voce che sorregge il silenzio,
che manipola il desiderio dell’uomo,
che stritola la vita
e la costringe
a quello che definite
come
Integrazione sociale
Ma cosa volete da me?
Magari un lavoro stabile e ben pagato
che poi diventa una voragine nel palato,
la quale inghiotte chi sono veramente,
costringendomi ad essere quel fantoccio
di fango e falsità,
disegnato con documenti e diplomi
da una società temporanea e sterile.
Voglio disgregare questo processo industriale,
svegliare con l’arte quello stupido sonnambulo
soggiogato dal profitto e dal potere
E con un faro di parole,
trascinare alla riflessione,
almeno una persona che sta ascoltando,
almeno una persona che sta leggendo.
C’è un tempo per ogni cosa,
forse questo,
non è ancora il tuo
La pasta
si butta
quando l’acqua
bolle
Fondali
Un colibrì danza impacciato,
i rami l’autunno ed ogni colore
Il suo becco una chiave
con la quale scatenare
il furore del destino,
saccente
onnipotente
sorprendente
Non conosce soglia del dolore
si sgretola acerbo di speranze,
si smonta maturo di consapevolezze,
come dorati diosperi
divorati nelle epiglottidi di fenicotteri.
Un silente sussulto
soppresso dalle mani del sesso
che stringono
spingono
strozzano
gole
e preoccupazioni,
spezzano in quarti le ore,
come quei quadrati quadernini tascabili
dove testare le idee,
come fragili forse raccolti nelle fosse
e trasformati in certezze
sguardi
morsi
carezze.
Nell’eccitazione
l’estasi dell’ecstasy
Ergo citare la paradisiaca bellezza estone
che danzante senza calze
si muove tra fluidi cosmici
Dalle dita scivolano
onde sinusoidali
Dalle labbra cadono a pioggia
fiori di loto
Il moto del prana è tanto percettibile
quanto tastare una mollica di pane,
quanto toccare del mare il fondale,
quanto affogare e
desiderare
aria
aria
aria
…
Nella pozza un riflesso
osservo l’orizzonte dal mare
…
Camino de Santiago, Pedrafita do Cebreiro – Santiago de Compostela – Lisbona – Porto, Agosto 2022
Cameriere! Il conto, per favore
Nella glacette il ghiaccio inizia a sciogliersi,
e la bottiglia di succulento vino bianco portoghese
sembra godere del fresco stagnetto in cui galleggia
Della musica reggae sudamericana,
scivola leggiadra nei timpani,
ovattati dal riverbero delle voci e delle risate
di coppie di famiglie di amici,
che parlano del niente e del tutto,
del vuoto del tutto,
del silenzio del tutto,
del tutto
di tutti.
Mentre il Tago di Lisbona si infrange
indifferente alla gente sulle sponde del porto
Sto passando per la cruna d’un ago
chiedendomi, a quale costo di vita,
di chilometri e fatica,
sono riuscito ad arrivare
fino a qui
Sono riuscito a scrivere il mio nome
in questo assurdo presente,
dove mondi distanti
diversi
discordi
e distorti dal mio,
riescono ad unirsi
nella mia gracile ed imperfetta memoria
Passando come frecce di luce attraverso iride e nervi,
le sinapsi ne tengono reminiscenza cosciente
immutabile
inconfondibile,
come filigrana sulle banconote
cera sulle lettere
graffi sulla pelle
La rottura
delle vertebre.
Accendo l’ennesima sigaretta di tabacco light
rollata in una brown stropicciata,
trovata per caso sul fondo del pacchetto
assieme allo sbriso
e al ricordo che fumo da troppo tempo
La bandana che ho legato al polso,
rende soave la scrittura di queste parole,
perché permette alla mano di non risentire
della durezza del tavolo
su cui mi sto appoggio
su cui mi sto appoggiando,
che mi sta navigando
Questa bandana mi ha accompagnato ovunque,
sulla fronte ha asciugato il sudore dal rovente
sole delle mesetas spagnole,
sugli occhi ha coperto la luce dei pullman
e degli aeroporti per darmi riposo
Si può dire
che è stata un’ottima compagna del mio viaggio,
o magari sono stato io ad accompagnare il suo
…
Poi d’un tratto,
all’improvviso,
si siede, lei
al tavolo di fianco
Ordina un porto e soda
noccioline ed olive
e mi conduce
verso il silenzio dell’eremo che stavo cercando.
Una visione chiara e reale di ogni giorno,
strappato dal basso,
come un’alba schiacciata da un temporale estivo,
destinato dal cielo a cadere
ma previsto da alcun giornale.
Nel prossimo desiderio sarò attratto da questo
malinconico sentirsi
e dalle guance rosse con nei e lentiggini,
dai Rossetti marcati,
dagli occhi impauriti,
che come fischi di richiamo
che rimbombano nel
vuoto
nessuno incontro vedranno mai arrivare
Sei molto bella, non piangere al buio,
la notte non asciuga le lacrime,
la notte non può cambiare le cose,
perché le anime dormono,
hanno bisogno di riposo
Aspetta il sole,
lo schiudersi dei passi,
lo sgocciolio del caffè,
i rintocchi delle sveglie,
i clacson dei taxi.
Sarà lì che potrai
cambiare.
Cosa posso fare per addolcire i tuoi dolori,
ti stuzzichi il naso,
ti gratti la pelle
Al tuo passato nascosto ho una costante attenzione,
te lo leggo dallo sguardo che hai bisogno di amore
Dal tuo frenetico tatto al cellulare
noto il forte contorno dell’altrui giudicare
Con i piedi picchietti armonicamente il muro
perché della noia sei sincera nemica
Le trecce incasinate dal tuo violento ballare
che non finisce,
non si scoraggia,
come canti di marinai in mari funesti,
come abbracci di un padre ad un figlio in coma.
Che c’è di male ad aspettare un sogno per sempre,
che c’è di male se dovesse diventare abitudine
Che c’è di male ad aspettare un sogno per sempre,
anche se esso non dovesse mai arrivare.
Una chiamata improvvisa irrompe il nostro silenzio,
fatto di cose mai dette,
di sguardi incrociati,
di gesti conformi,
nel rispetto che si ha
tra persone sconosciute
Cameriere! Il conto, per favore!
Addio.
Tralicci e pensieri
Dentro ai corti cortili,
scale in pietra
nelle case a schiera
dei sobborghi spariti
Scarabocchi negli occhi
di ragazzi impauriti
Le mani pesanti dei Padri,
non moriranno i lividi
saranno ricordarti
dentro sogni vividi
Incubi ingestibili,
galeoni di schiavi
sopra cavalloni ripidi
Siamo spiriti singoli, simili e Liberi,
isolati da vincoli e limiti,
in città fatte di vicoli, spigoli e liquidi,
botte sui timpani, sangue ed ecchimosi.
Prescrivi la mia cura,
medico mediocre
-Tralicci e Pensieri*
sostanze e sterpaglie,
cabaret per carabinieri
Questioni in questura
Questa quotidianità
inquina in quantità
ed IO
voglio essere
Contro Cultura
Nel senso stesso
che sconvolgo me stesso
se scelgo di essere
Controcultura
Muta le tue misure,
masturba il tuo intelletto,
scempio dell’estro
storpio e malmesso
Cadenza musicale
segui il ritmo
e se vuoi farti male,
fammi male,
stringo ogni consonante
fino a fare uscire ogni tua muta vocale.
Briciole bicchieri e burattini,
le fessure tra le mattonelle,
polveri polpastrelli e piastrelle
Il filo di raso si sfilaccia man mano,
ogni corsa è contro il tempo
ma preferisco andare piano
si sa che è più sano
L’ ipocrisia
chiamala pure ipocondria
del moderno essere umano
E sì che lo so,
la soluzione non è vicina,
combattere questa guerra sarà la mia medicina
Buca i miei timpani e rimani ad assistermi
non lasciarmi,
come preservati nei cestini degli innamorati
ma Vivimi come istanti di luce per carcerati
Finché potremo dire anche noi
“ci siamo passati”
eh sì che siamo passati
Nelle ore tra morte e vita,
l’aria che passa da una fessura
è l’unica
via d’uscita.
Ultimi giorni
Questi
ultimi giorni
stesi sul parquet
senza perché
A domandarsi se è questa catarsi
che ci ha corrosi fino all’odiarsi
Spicchi di arancia amara
cuciti su pelle chiara
Intimissimi
Le mutande che scelgo di comprarti sono quelle che ti levi
Sapevo che mi avresti aspettato
come in Amore ai tempi del colera,
questo è amore ai tempi di Facebook e Whatsapp,
di pandemie globali,
guerre finanziarie,
di morti occulti
e spiriti persi
Fili spinati
sui muri di cemento
Graffiti
colorano
Versi
Il diavolo vive dentro di noi
ed è in questa giostra di vizi che si nasconde,
zucchero filato,
caramelle ed adrenalina,
ballare fine a perdere il fiato,
luci a intermittenza
alterano la linea visiva
Endovenosa voglia di spillarmi le pupille,
di rubare al giostraio il marsupio
pieno di contanti sporchi
Sciogliere stricnina nell’acquario
e con il retino pescarne i pesci galleggianti.
Mischiare pillole su pillole
prima di andare a dormire,
so che 40 gocce di e-enne fanno da sonnifero
dammene 80 così giochiamo a chi si sveglia prima,
o a chi non si sveglia proprio.
Mani palpeggianti
su autobus periferici all’ora di punta,
la zona industriale è vuota alle 4 di notte
e nomadi senza tetto
cercano negli scarti di produzione
qualcosa di buono da rubare
Scenografie post apocalittiche,
tumori ai polmoni,
zombie dormono nelle stazioni,
carni bianche e scie chimiche
Polveri sottili, gas e vernici
distruggono il sistema immunitario
già instabile,
perché di questi tempi la salute è labile,
ed una fame insaziabile
di fast food al prezzo più popolare,
strazia corpo dei giovani,
fino a renderli immobili,
disoccupati ed instabili
I lividi invecchiano
e prendono il colore del petrolio nell’acqua.
Dannato mondo capitalista,
e non è che voglio fare il marxista
ma dannato mondo capitalista
Hai rubato la natura alla Natura
e ci lasciato con in mano una foto,
per illuderci che essa pura, domina ancora
Le geografie sono cambiate,
gli spazi al cielo si stanno stringendo,
i palazzi si alzano per rubar le stelle,
le bramano da sempre,
essendo l’unica cosa
che ricorda all’uomo di sognare.
Le mutande che scelgo di comprarti sono quelle che ti levi,
perché in ’sto mondo di mode e di marche,
con te preferisco star nudo a fare all’amore.
Non ti scordar di me
Le nuvole sono strade nel cielo,
mi cullano,
e questo aeroplano quando le sorvola
mi regala tutta la libertà di cui l’essere ha bisogno
Quanti ostacoli che ci pone la vita
e quante volte mi sento sommerso dalla quotidianità
che come un tubo vecchio,
perde acqua da tutte le parti
La mia vita è un impianto idraulico da rifare,
perché i rattoppi con il nastro isolante
e silicone dopo poco iniziano a gocciolare,
e l’acqua è infame
spinge
sempre
e spinta dopo spinta,
goccia dopo goccia,
da qualche parte esce
ed allaga,
cercando di
affogarmi.
Ho bisogno di quell’aria fresca
con cui si gonfiano le bianche vele,
di sale marino che macchia la pelle,
di pranzi con pesce alla griglia e
bicchieri di Grecanico,
bello fresco,
che nel ventre arido
donano certezza di sazietà
Quanto mi manca viaggiare
riempire lo zaino con tutte cose inutili,
ma che al momento meno sospetto
si rilevano Vitali:
– doppia fornitura di calzini e mutandoni
– maglie termiche
perché il freddo non si sa mai quando arriva
e quanto può essere pungente;
– pettine rasoio e borotalco;
– una bussola
per saper sempre dove ci si trova;
– un sacco per i panni sporchi
perché gli abiti indossati ci raccontano storie
e ce ne sono alcune che non vanno dimenticate;
– come il caricatore del telefono e lo spazzolino
che dopo 3 giorni lavarsi i denti con il dito
non è poi così salutare
ed igienico;
– un libro di poesie ed una guida turistica
anche se vagare senza meta
è il modo migliore per scoprire e scoprirsi;
Come quell’estate in un bar inglese,
dove mi innamorai del whiskey
e della cameriera.
Quando parto per un viaggio,
faccio il segno della croce ed una intima preghierina
come mi ha insegnato nonna
Forse è solo un rito di buon augurio,
una trovata cattolica
per riempir le offerte al santo padre
o forse è quel filo energetico invisibile ed indivisibile
che mi riporta nella mia città
La parte migliore di viaggiare
è tornare a casa
E nella tasca del portafoglio,
ritrovo ancora il biglietto di quell’aereo
che mi ha cullato tra le nuvole.
Bono co’ i’ bono
Ma senti come…
Le domeniche a pranzo
in tavola ci devono essere
piatti sostanziosi
Belli i profumi che si sentono dalla cucina
già per le scale,
quelli di soffritto,
di felicità innocente,
di famiglia,
e di vita
Nella via di casa mia
alle 12 di ogni domenica
che i’ Signore mette in terra,
c’è il quartiere che gode
Pentole che bollono
Padelle che sfriggono
Bocche che masticano
e quando lo fanno
stanno anche parecchio zitte sai!
Ma senti che bellezza,
le lasagne a’ i’ ragù,
piene di sugo
e ricolme di sugna
E se rimangono
i’ giorno dopo,
riscaldate,
so’ più bone
Un po’ come anche la parmigiana,
di quelle fritte a modo
come sa fa’ la mi’ mamma
Di quelle che lasciano
l’unto nel piatto e nei ricordi,
perché così bone
’un tu le rimangerai mai!
Ma senti che bellezza!
O come si sta dopo un fiasco di vino,
una bistecca a’ i’ sangue
e Vin Santo co’ i’ cantucci
I’ caffè in vetro
magari bassino,
co’ i’ cioccolatino,
l’è i’ su’ grasso
E dopo sai icché fo’?
Mi fumo un cicchino
e ci schicchero n’ i’ piatto,
così la cenere
si mette a giocherellare
co’ i’ sangue e l’olio rimasto,
ed intanto la giornata passa…
’Un tu po’ capire come mi fa godere
la schiaccia coi ciccioli,
i’ panino co’ i’ Lampre
e la poesia performativa
La notte
a vorte
c’ho i’ languorino che si fa sentire
ma a casa mia
’un c’è problema passerotto!
Apro i’ frigo,
sempre pieno,
e mi imbambolo
godendomi i’ neon
che m’abbronza
Ma poi i profumi
ma che siam grulli bambini!
C’è i’ fegatino di venerdì
e mi fa
**mangiami mangiami**
La frittata co’ i’ formaggino di ieri
mi fa
**se tu mi lasci, sei grullo!**
Ma infatti, mi importa una sega,
c’ho fame e fo
un be’ troiaio
Alla frittata
ci spalmo sopra i’ sugo di fegatino,
e me lo mangio
tra du’ fette di pane bello fresco.
Perché tanto queste so’ le cose
che fanno soddisfazione,
che fanno crescere
e ti danno i’ sangue
E come diceva la mi’ cara nonna:
Bono co’ i’ bono
fa sempre bono!
Calcianti
Dalle piazze popolari, mercati e straccioni,
contrabbandieri di sogni e jeans strappati
Dalle fabbriche periferiche,
pranzi in mensa e caffè alla macchina,
contratti determinati, DPI usati e affitti da pagare
Il peso del lavoro si calcola dai calli sulle mani,
dal completo sporco di olio a fine giornata,
ma ’sta gente è felice lo vedi dal sorriso
quando esulta per il gol al 90esimo minuto
Le bandiere picchiano il vento,
non son cori ma grida di battaglia,
un’amicizia ci lega,
una città ci raduna
Per chi crede ancora nel rispetto
Per chi lotta nella sabbia e non s’arrende
Therapia
Incastrato come briciole di pizza
nelle fessure del forno,
come un tornaconto al finto amico di turno
Tortuoso come i tornanti prima di arrivare a Taranto
e tremo se ci penso in treno tornando
Tentare non nuoce ma dopo tanto che tenti
inizi a tentennare
è perché si dimentica l’obiettivo,
e oggettivamente,
è più che comprensibile,
Dopotutto siamo come fogli di carta
al centro del ciclone,
come passaporti rubati in mano a terroristi,
calamite smagnetizzate da
tempeste elettromagnetiche,
maniche di camicia sgualcite al funerale
della ragione che
]ultimamente metto spesso da parte[
Adoro odorare l’alloro e dare spazio all’irrazionalità,
all’incoscienza giovanile,
perché ci si deprime easy
quando la crisi dell’universo
è dovuta alla svalutazione del prossimo
ed alla continua ricerca dell’eccesso
Perché, spesso, basterebbe guardarsi dentro
e apprezzare il proprio estro,
invece di guardare lo specchio
e sentirsi un intreccio
di fibre muscolari ed ossa,
un disegno di un vecchio,
barba capelli arterie e polmoni neri,
come il cielo nella più violenta pioggia.
Arti disastrati, pensieri fini e appuntiti
come spine d’istrice,
sassolini disgregati dall’apice
rotolano fitti fitti
nel profondo silenzio degli Appennini
Appena risolvo quest’ultima questione,
mi prometti di rispondere al prossimo quesito,
piuttosto che oziare cercando
l’equilibrio con la punta della biro
Ma è che,
a volte,
è proprio in quel momento
la fortuna gira,
come la successione delle
generazioni ed i pianeti intorno a sole,
e spunta,
se non davanti da un lato,
se non da un lato dall’altro o magari da dietro,
quel colpo di culo che ti spacca la testa di gioia,
la leggerezza di una piuma nell’ora più buia
Magari è un sorriso brillante,
punta di diamante,
e non ti spieghi
e se lo fai da solo ti menti
Ti farà innamorare,
ti farà incastrare come le briciole di pane
nelle fessure del forno
Ti farà incastrare in gioco dal quale
non hai nessuna voglia di uscire,
perché come quelle briciole nell’unto
ci stai proprio bene.
Sono quel che sono
perché forse nient’altro potevo diventare
Di fogli chiazzati da unte merende pomeridiane,
di penne senza tappo ritrovate
a girovagare nella cartella,
di parole farfugliate
quando l’indomabile pressione
sale alle cervella
Di sigarette mangiate
e dei filtri gialli marchiati sulle dita,
di cinta, di birra e di vita
il mio ventre che si gonfia,
di rasature e di creste,
la mia cute ricorda
]sorda ma accorta la mia memoria[
La rabbia
la gioia
Voglio trattener nel naso
il profumo di farina,
quando di notte il fornaio
stirava la pasta per il mattino
Delle corse e dei ritardi,
dei cori e dei petardi,
di amici veri sempre tanti
]ma spengo le luci per contarli[
Sono quel che sono
e penso anche di bastarmi,
di detestarmi, di adorarmi
di lasciarmi cadere,
tra questa pioggia di lacrime amare
Mia madre avrà fatto il suo dovere
se dal fondo
]saprò risalire[
Di note stonate
di accordi leggeri
di impegni e doveri,
la mia mente si nutre
Di grano saraceno, di alcol e veleno,
gli occhi al cielo non sono per pregare,
da sempre a questo voglio dar congedo
Le mie mani
al caldo
Le mie mani
al gelo
Repentine le unghie,
crescono e si affilano
senza far rumore,
non come le rughe e le cicatrici,
quelle fanno male
e sono triste quando arrivano
Delle candele spente
seguo il fumo che scivola in aria,
mi ricorda quanto era bello sognare
da *bambino-
Sono quel che sono
e lo sono grazie alle costole di mio padre,
spezzate dalle nocche dure della fatica
La mia ingestibile invidia,
tenace come la perfidia,
merita un posto tra queste parole,
perché sono quel che sono
anche per le brutte cose.
Se di luce Amore
mi dai una pausa,
appoggio gli occhi nel buio
così potranno rotolare
fino
a domani.
…
E quella sconosciuta
aveva i capelli neri,
gli occhi grandi
Aveva lo stesso nome
della Luna.
2022-2025
Anni di consapevolezze ed errori
dei quasi 30 anni che si fanno sentire
di amici che partono e amici che arrivano
di amori e certezze
di lancette che girano
Le sveglie degli adulti
suonano per prime
Dichiarazioni
La mia lingua pettinata e asciutta,
lecca,
si annoda,
e con un balzo rintana nella grotta
I miei denti cassette della posta,
con un bacio al sapore di sesso e vaniglia,
infilaci dentro una lettera d’amore
con una bella dichiarazione,
firmata con il tuo odore di
*muschio e rischio-
ogni volta mi ci ficco
quando lo sento.
Raccontami di sere nere,
notti in coperta,
di Tempeste Passeggere,
del tuo bellissimo mestiere
Mi attacco al tuo capezzolo come una pasticca di
ibuprofene
e lo mordo
Cosa pescano le tue lunghe ciglia?
In questo lago di lacrime
potrebbe attaccarsi all’amo
una trota
(Vi chiedete perché una trota, e mi piaceva la trota,
problemi con le trote???)
e poi la facciamo al forno con le zucchine.
Mentre taglio l’aglio quasi quasi ti spoglio
così per una volta cambio
e lo facciamo in cucina
che il materasso del matrimoniale
ormai l’è sfondato
e quando cigola lo sente anche la vicina
Ma poi guarda le gambe, porette,
son torte più di un 7,
ma se lo si butta… in do’ si mette?
Sai icché si fa?!
Si chiama l’Alia alla prossima pulizia della strada
così ’un ci si pensa più!
Ma lo sai che forse bisognerebbe proprio
smettere di pensare
Sì! Di pensare troppo
Alle conseguenze,
alle sentenze degli altri,
alla poesia da salotto,
ai canoni di bellezza
S’ha a fare un po’ come ci pare noi
A zonzo sbronzi coi pantaloni a braconi,
cercando modi stronzi per essere felici,
scrivendo versi e cicatrici
sui muri della city
con sputi e vernici.
Perché la vita deve essere piena
Piena, sì! Di gioia!
Ma piena,
come la scodella a cena
e la testa di noi sognatori,
cosa che ti garantisco
non smetteremo mai essere.
Fai una cosa,
nella prossima lettera,
invece che tante dichiarazioni,
scrivimi due o tre nazioni
che ti piacerebbe visitare,
al prossimo volo che trovo a poco
su Ryanairrre
si fa la valigie e si saluta la curva
Bona belli!
Sdraiato per guardare Piazza Pitti
I miei neuroni da vertigini
>>>trafitti
Il Panino con la Porchetta
Se troppo ci penso
il cervello mi incendio.
Quindi mi fermo
al baracchino in centro
e mi sgrano,
in pace co’ i’ mondo
e con ogni essere umano,
un santo e sano
Panino con la Porchetta
Eh sì, la porchettazza,
che bellezza
quando fa crunch nella ciabatta croccante
Poi a me, garba unto i’ panino
e sai icché fo’?
Piglio i’ cucchiaio e
c’imbratto n’ i’ mezzo
mezzo kilo di mayo
E sorseggiando ’sto rosso di Montepulciano
quasi quasi abbaio,
che prima di veder quello che c’è attorno
preferisco star briaho.
Un delicatissimo, leggerissimo, nobilissimo
spuntino in un Sabato d’autunno qualunque.
Dal mercato di Sant’Ambrogio, dedicata a Lorenzino
un uomo, un amico
da biciclette senza ghiaccio
Nazionali senza filtro
storie di vita
e poesie
Rituale del Fuoco
Fuoco più legna fan la brace,
ed è tutto ciò che può bastare per cucinare,
Sua Maestà,
La Fiorentina.
C’è chi odia e blasfema ogni tipo di precottura
e chi la olia e poi la scalda pian piano n’ i’ forno
C’è chi la massaggia con poca cura
e chi la mette a letto e la coccola n’ i’ sonno
C’è chi dice: Se ’un è al Sangue, ’ un è bistecca!
Ed è bona solo se si usa i’ cucchiaio
al posto di coltello e forchetta!
Qualcuno invece, cruda o cotta,
si ciuccerebbe pure l’osso
come farebbe un cane oppure un grosso orso
E poi c’è chi lascia n’ i’ piatto
grasso e calletti
perché dicono di avere
palati benedetti,
o magari sono a dieta per l’estate,
ma al tiramisù con mascarpone e triplo cioccolato ricoperto di zucchero a velo e confetti,
non possan rinunciare
Oh ragazzi ve lo ricordo
nello stomaco c’è buio,
fate poi come volete.
C’è chi la rimanda indietro se l’è fredda
e fa correre il cameriere tra la cucina e la saletta
C’è lo chef con la reazione di Maillard,
della Maiala di su Ma’,
e chi felice e co’ i’ vino c’ha voglia di cantar
C’è chi dice è meglio cotta
co’ i’ gas in padella,
chi dice meglio alla brace
ma solo se la legna è dei Castagni
dei giardini di Caserta
Conosco pure amici che l’han cotta n’ i’ bosco,
rami bacche detriti e Cappuccetto Rosso.
In ogni caso,
qualunque sia la filosofia,
o i diversi gusti della Signoria,
cotta, cruda o di carota,
l’importante è un’unica cosa:
condividerla in compagnia!
Viva la brace e chi è felice!
…
E quella linea piatta che inghiotte il blu,
dona raggi dorati e paesaggi in ogni dove
Non è la destinazione,
è la fine del filo,
destino dei pensieri,
l’unica e sincera, lontana meta.
Cammino di Santa Barbara, Portoscuso-Nebida, Aprile 2024
Ichnusa
A queste terre Nuragiche,
Dio ha dato sabbia vento e pietre nere,
antichi popoli buongustai
di formaggi pungenti
e bestiame dal sapore selvaggio
Malloreddus ed Inchunsa,
tra Iglesias e Gonnesa
terre ferrose come Marte,
teste di moro e noi come pirati
all’arrembaggio
Il Mirto miete come morte,
mordo mastice e chilometri,
miniere scavano nei monti,
marinai e simboli mistici
mostrano la via del cammino,
Santa Barbara benedici i nostri passi
Sole e luna in eclissi,
riflessi,
ancorati,
sulla superficie del mare
calcarea roccia screpolata
Poggio incuriosito l’udito,
ne percepisco il respiro,
il frastuono delle tempeste,
il silenzio che abbraccia il mattino
Ichnusa,
bellissima e selvaggia,
capelli intrecciati dal maestrale
ed occhi pigmentati
dal profondo buio che circonda le stelle
Ichnusa, Ichnusa
figlia diletta di Madre Natura.
Gennaio in orario
Di vertice
di vertebre
di Venere
di gengive
sugo di pernice
sulla gobba dell’argine
l’Arno diverge
come olio crudo
nel piatto nudo
odore di fumo
nella stanza chiuso
chiuso
Chiuso
nell’androne del bar,
gocciola cenere dal soffitto,
uno spicchio di lime
cucito sul bordo del bicchiere.
In fila uova sode,
sbuccio il guscio
e la cena si schiude
Più del nove
c’è il 10
Più di me e te
ci siamo noi,
e questo direi che mi basta
come 2 etti di pasta
e 3 dita di vino,
fai 3 dita per mano
E stringi quella mano
Stringila!
Mentre il tempo si Erode
com’è il guscio di quelle uova sode
e le idee senza progetto
Piego a netto ’sta camicia stirata,
la metto nel cassetto
insieme ai calzini e le mutande
che indosserò domani
Finirà un’altra giornata con il colletto nero,
il polsino macchiato
e finirà in ritardo
perché il 23 a Gavinana non vuole mai arrivare
Traffico settico
del meticoloso giorno
magicamente bravo a farmi incazzare
Gennaio arriva in orario,
inizia coi botti e finisce a trentuno
La più grande forma dell’inganno
è pensare di essere libero,
mentre lo stelo spinge il siero
fino al collo della siringa nel genio
Chiedo alle muse di Parnasso
di conferirmi senza pleonasmo
il segreto del cosmo,
per sconvolgere la mia vita in corso
E addormentarmi senza rimorso,
con le mani incrociate sul petto,
mentre nella faringe faccio scivolare ogni sorso
Il cuore > stringe <
I battiti ricordano di cosa l’uomo è fatto
L’uomo che dipinge ricorda di cosa il cielo è fatto
L’uomo che scrive ricorda di cosa il senso è fatto
L’uomo che studia ricorda di ricordare
ricorda, ricorda,
ricorda di ricordare.
I denti stringono la garza
e le forbici recidono la carne in cancrena,
lasciata frollare in scrigni di porcellana
ornati da azulejos portoghesi
Le porte della conoscenza,
altissime imponenti come porte di Ishtar,
la Babilonia del sapere
è un buco nero nell’occhio del sole
Appoggio tre pesos peruviano di rame
sul gomito del mio braccio destro,
mentre della tequila
bum bum
bum bum
bum bum
brucia papille gustative,
come il Napalm ardeva nei polmoni vietnamiti.
Nei gemiti cola fumo di incenso,
blu cobalto,
dal culto del diavolo al gusto del macabro
il passo è breve
e scende bene,
come un sorso di Lete che porta anime nell’oblio
e nient’altro
Un colpo ben assestato di lama tibetana nel fianco
sinistro,
ancora posso muoversi lesto
nel buio pesto
Mentre mi sbrodaglio di promesse false,
ricerco un affetto fatto di viscide carezze
Smembro l’utero della madre che mi ha concepito
scavando verso il centro terrestre
Mi aggroviglio nel candido piacere sessuale
che solo le donne dell’Ade sanno conferire
Per il capzioso labirinto di Dedalo,
per il mostruoso Minotauro
che si nascondeva all’interno,
per il Libeccio che sussurra nel timpano
di vivere il tempo presente
mentre il gregge attraversa l’Aspromonte
e spinge verso sud est
La luna è distante,
ma non così lontana,
la faccia che non mostra è in realtà il volto di Ulisse,
che ci si specchiava ogni notte in mare
per tornare ad Itaca,
adesso le forme del suo sguardo
sono sculture nei crateri.
Perdo il respiro
per una metempsicosi in apnea,
è ora di svegliarsi da questa
solitudine contemporanea
Un incubo atipico che soffre di inedia
ti divora da dentro come una tenia di iena
Questo mondo può essere salvato
ci scommetto ogni vena
Mentre aspetto il nuovo cristo,
nella faringe faccio scivolare ogni sorso
*Il cuore stringe-
I battiti ricordano di cosa l’uomo è fatto
L’uomo che dipinge ricorda di cosa il cielo è fatto
L’uomo che scrive ricorda di cosa il senso è fatto
L’uomo che studia ricorda di ricordare
ricorda, ricorda,
ricorda di ricordare.
Sasso
Dalla ruggine all’ipotalamo,
dal sadico pensiero nostalgico
fino ad arrivare
al turgido
al pulpito
al coprirsi la memoria
con ogni dubito
Estrapolando dal contesto il resto,
rimango con una mela marcia ed una denuncia,
una scarpa sciolta
ed una sola scelta
Salvarti dal profondo buio
e sopravvivere da solo
Di un’oncia pensante del sangue versato,
bagno le labbra al carnale vizio,
tenue luce opaca
sporca l’inizio del suo tagliente volto
E una goccia sola
cola
fino a staccarsi dal mento,
fino a farmi diventare violento,
il suo colore si espande
fino far diventare gigante questo
silenzio muto
-*
Carta
Dalla più fitta nebbia alla fine polvere,
fino all’odiarsi con ogni pensiero,
fino a che le ghiandole in gola
non saranno sature
del veleno
con cui lo stomaco si nutre
Spicchi d’arancia dolce,
cuciti sulle braccia,
per dare a questo sistema di corpi
un po’ di disordine.
Forbice
Ci giochiamo tutto al buio,
siamo io e te in all in
Levati tutto che lo facciamo sporcandoci
di noia
di salsa di soia
di ramen e di idee strane
che la nostra malata mente
]partorisce[
Dal chiodo schiaccia chiodo
fino al mesto devastante vuoto
che il nostro corpo di cellule e cuoio
di inchiostro di ferro e di fuoco
]percepisce[
Un filo di voce tra le nostre orecchie
si annoda
si attorciglia
Nella gola una biglia
rotola fino alla lingua
e si assottiglia
Stringi,
questi goffi polsi gonfi
fino all’ultimo foro
della fredda cinghia.
La signora co’ i’ bassotto
Senti come abbaia,
il cane della signora co’ i’ bassotto,
il giubbotto rotto,
il basco rosso,
e in bocca – una sigaretta arrugginita
La camicia a scacchi che veste
è esageratamente larga
Sbucano quadretti marroni, bianchi e verdi,
ciondola fino ai piedi
avanti e indietro come un valzer
Si macchia di sciolto fango stradale
e mi ricorda una poesia.
Piove dal cielo nero
che l’inverno copre
come una coperta
già alle 4 il pomeriggio
Sarà che fa freddo anche al mondo
tra Novembre e Febbraio
quando la febbre mette a letto un giorno ordinario.
Chiedo solo per informazione
mica per me
per un mio amico
Da quale gesto,
secondo voi,
si riconosce l’amore?
La donna che prende in collo i’ bassotto
come un figlio in grembo,
lo puoi chiamare amore?
La mamma che si inventa
2 etti di pasta in più nella schiscetta,
lo puoi chiamare amore?
Per me so’ proprio questi gesti
ma fino a che non invecchi
mica li capisci
Finiti i fiaschi ritornelli e fischi,
le brache sono calate,
le mani consumate
e la testa si svuota dei pensieri fissi
Proprio lì
lo capisci
Rigati i dischi,
rotti i menischi e passi,
rimane solo da grattarsi i buchi dei piercing
chiusi dalla rugosa pelle
che ad una certa prude come pungente ortica.
Con ’sto freddo birbone
anche il mio gatto zingaro
non c’ha voglia di uscire
Si sa che Gennaio arriva in orario,
con il sonno, la notte ed una tazza di dolce malinconia
La fine di una poesia.
