Carlotta Laghi

Sono nata sul mare, e vivo a Bologna perché so portarmi il mare nella testa. Mi muovo nel tempo allungandomi nelle due direzioni al contempo. Sono Alice che mangia biscotti pantagruelici e beve pozioni subatomiche che sanno di pollo. Sto ancora sprofondando nella tana del Bianconiglio e mentre precipito disegno, scrivo, leggo, insegno l’antico e il nuovo a creature inafferrabili, imparo il nuovo e l’antico da inafferrabili creature. Filosofeggio appena sveglia, in doccia, davanti ad un limone. Gioco con la lingua, so arrotolarla e so trallallallerorarla. Scrivo poesie per capire se tre tigri perderanno contro quei kiwi, sancendo finalmente la fine della legge del più forte.

Bulimie esistenziali

Sibilla di una dimensione altra-da-sé, la poetessa naviga acque contaminate di vissuti, terre assolate da sorrisi cristallizzati e bagnate da lacrime nascoste.
Il ritmo del tempo viene dilatato da versi che danno spazio al pensare, ricordare, gustare, che attivano i sensi e l’immagine.
Frammenti di attimi che inquadrano il tutto e, uscendo dallo sguardo dell’autrice, coinvolgono per liberare, avvolgono per lasciarsi andare.
Carlotta Laghi è una letterata, una matematica, un’illustratrice; osserva senza giudizio ed espone la sua posizione, occupandola consapevolmente; curiosa ella esplora, il suo pensiero è un invito a fermar-si, a sentir-si, a riprender-si.
Ogni poesia è una storia, un quadro, un film che lascia una domanda celata, che solo chi legge può scoprire dentro di sé.
Quelli che seguono sono spunti per scoprire prospettive a portata di tutti ma non sempre considerate; sono parentesi per viaggiare, dove tornare a piacimento senza rischiare di dover per forza restare, accolgono senza trattenere, accompagnano senza mai invadere.

Mounira Abdelhamid Serra



Luoghi


Tapas Variadas


Umidiccia mattina
viscosi si attaccano
nuovi pensieri su vecchie croste.
Non più scorticata
gratinata di pece e passato
in un futuro ad alta temperatura.
“Salsa, mi Amor” canticchia
un valenciano:
dalla viuzza un ricordo del presente.


Il bagno turco (Abano Terme)


Di liquefarsi
è desiderio immediato.
Con-fusa su bronzea superficie.
Uno stare
adagiato e sulfureo
tra le nebbie.
Tutto è umidiccia quiescenza.


Cervia: Strada di ritorno dal mare che costeggia il canale al tramonto


Passo contato
trascinato direzionato.
Prezioso lo spostamento.
Superficie malferma trepidante
di vento.
Seguo il mare in utero di città
crudele e materno il mare mi segue.
Subitaneo annientamento da fatica.
Un gabbiano
sbeffeggia il mio percorso:
empireo, sa volare.


Livorno (o di quando ho smesso di cercare il centro storico)


Città di mare
la mattina presto
di domenica.
Narici di pesce
sento scodinzolare la mia pinna caudale.
Sguardi complici con rondinelle
furbesche, dal becco fioretto.
Sento l’animale;
non più umana, né distinta,
ma fusa e marina.
E poi qualcosa, sul ritorno:
le terme Corallo dal cavalcavia
macerie con polmoni
e contrazioni distensive.


Naxos


Mare velluto
Gabbiano grande come un aereo
Controsole
Verso il sole

Mare dorato, antitesi di albe rosse
Antracite
Consistenza di piombo fuso
Se ci cado non riemergo

Organismo vivo, gigante mollusco
Che respira
Si desta dal sonno, sonno liquido e pesante

Ondulato velluto
Increspature connesse, vive
Sole gentile, si fa guardare
Carezze al tatto
Riflessi bronzei baluginanti


Carpazi


Immerse.
Coltre bianco-grigia
morbida
soffice valle
tra conifere pungenti.
Carpazi spinosi, sono
picchi, aguzzi, che bucano
il cielo;
a toccarli
bucherebbero la pelle.
E noi
piccole schegge
in discesa
beviamo candore
da grandi occhi.


Fede cannibale a Sinaia


Le donne ortodosse
si segnano con la croce:
seguono una calle corporale
di spalla destra e tocco a terra,
di enfasi praticante.
Vestali rugose, incallite
negli scialli. In alto
lampadari bassi
proiettano oro;
ispezionano ligi
trepidazione e
ansia di fede,
e sui corridoi vuoti
con ginocchia a terra,
prostrate,
se potessero
mangerebbero Dio.


Saline di Turda


Vita granulosa
che si attacca umida
a pareti lisce.
Voragine Cocito
e
muri pettinati,
da graffi di estrazione,
da striature di possibilità.
Snodi biancastri
su un campo nero:
sempre indecisa su
quale seguire
con gli occhi.


Alla fermata


Nel freddo
foglie e cinguettii.
Penso alla cruda primavera
quanto è feroce appena nasce
quando i boccioli tagliano la brina
e la brina li taglia con
cruda bellezza esangue.
È raccolta, rappresa,
cristallizzata in un campo.
E io che
da qualche parte
sto ancora sanguinando.


La sala da ballo


Pesto la gonna ampia
ogni passo imbottito
assorbito dal raso.
Non ballo, non sento.
Sento echi, e non parole.
Voci filtrate da tessuti,
riflessi scuri su superfici a specchio,
e tende
che sono velluto.
Mentre cerco di uscire e
m’incaglio
nel tendaggio pesante
resto immobile:
divorata
da una processione cannibale
di valori moribondi
e zombie nella testa.


La sala d’aspetto


Teste chine
prostrate alle mani e
sonno d’infante.
Teste vicine
bocce di pesci;
ci galleggiano dentro
pensieri distratti, ossessivi.
Teste palloncino
sgonfie di sogni
tese di mal-aria.
Teste piegate, gravitate,
s’inclinano attratte
da una densità interna,
sconosciuta.
Teste già in viaggio su
corpi in attesa.


Terra?


Bussole sbronze
smagnetizzano gli anni.
Cane da caccia su orme
su neve.
Tutto odora
di caos.
Un Nord freddo fa sentire
la pelle, cute anserina.
Anse cutanee, rilievi, montagne,
segnali di verso.
Avesse seguito Colombo
un riflesso pilomotorio.
Non conosco la meta
ma
so la direzione.



Casa


Me ne sono andata


Me ne sono andata.
Ho lasciato indietro tutto,
tutto indietro
era meno importante
di andarmene.
Me ne sono andata
in barba ad ogni finto sospiro.
Nessun sospiro mi ha trattenuta,
trattiene solo ciò che è vero.
Me ne sono andata
perché non mi piacevo
nei tuoi occhi;
pupilla evanescente,
piccola sagoma che spariva
in un più piccolo buco nero.
La lampada stanca
sul tuo comodino,
gli oggetti sul comò,
replicanti in luce tediosa:
nido che spegne le forme.
Appena in tempo
me ne sono andata,
mendica di luce,
mentre mi sbiadiva
il presente.


Capodanno a Bologna


Ogni angolo della città
è ricordo spezzato,
frammento di vetro.
Come si rompe lo specchio
e rimanda mille facce,
la città rompe la memoria,
e rimanda infiniti
ardenti spezzoni
di un unico Vecchione, immortale,
titanico e sfrangiato,
che brucia
a Capodanno.


Bologna a Marzo (o Di quella volta che sono tornata a casa sotto un temporale primaverile)


Umidi passi.
Muri bordeaux che circondano la via.
Lampeggia il cielo paranoico,
viali padani plumbei.
Scoppia un tuono, spacca
porta San Vitale.
Natura straripante, operaia,
come porcellana a terra
come un fine turno.
La città fertilizza.
La città
spezza.


Il paese alto di Grottammare


Pietre
incastonate vetuste
smussate di strada e passi
di mattone. Una discesa verso il mare,
scivolo del tempo. Fiori acri,
odorosi, e un cielo stellato
non soffocato, che respira con ampio petto,
brillante e disegnato di sogni.
Le pietre sono lisce e calcate da suole,
e piante di piedi, e pianti di ieri.
Trascorsi di oggi passeggiano lenti
insistenti, cadenzati come lancette
di secondi
che rincorrono un incognito bisogno.
Verso il basso si perde la necessità,
si respira salsedine, realtà di pescatori.
Il vento è più selvaggio e richiede
la presa ferrea di chi al mare torna, e alla terra
deve comunque il suo percorso.


Bologna e pioveva


Quando pioveva,
la pioggia ticchettava sul tetto
con metallico suono e vigile
sotto il piumone allungavo la mano,
incontrando presenza.
Stanotte pioveva.
La pioggia ticchettava
su un legno marcito e scuri
esposti al vento.
Ho poggiato la mano sul petto
incontrando vita.


Torri


Abito in una
torre d’avorio
e respiri eburnei mi tengono in vita.
Il biancore riflette, non vedo:
mi perdo qualcosa?

Una torre bianca, sì,
forse più di Pisa,
pendente;
indecisa
tra l’eternità e l’eutanasia
oscillo.


Ritorno a casa


Era ogni centimetro di strada
significante di una meta,
ricettacolo apparente, sconfinato.
Un luogo senza giorni
fatto di secondi
schiusi in un’eterea pandimensionalità.
Arrivare poi alla soglia,
pregustare
la preveggenza distratta nel giro di chiavi,
ciò che sarebbe apparso,
scontato e risonanza.
Ora che una coltre di polvere nasconde
l’uscio confuso
quando apro una porta.



Tempi


Tempismi


Solo
si sta fumando una sigaretta:
è il momento/non lo è.
Istante come fumo, evidente, leggero
che sale verso il cielo velluto
e passa.
Fanatica istanza di coerenza assoluta.


Quando è sera


Quando la sera
è mancata l’azione
nel giorno,
si bagna il tessuto;
io sono molle.
Il materasso ha molle,
è molle
di involontari umori,
indefessa indecenza,
certificata inettitudine.


Venerdì santo (introspettivo viaggio in culla)


Prostrata,
ginocchia sul brecciato.
Un cerchio alla testa stretta di spine
tutto penetra.
Scandagliando risposte
un abbraccio materno stringe il costato
fino ad acqua e sangue.
Sento già l’acetato sapore
nella bocca disarticolata.
E a fine eclissi
illuminata.
Si squarcia il velo.


Luglio


Canicola cortina.
Sciolta nell’aria
una striscia di luce in
pulviscolo dorato.


Meditazione d’agosto


Un respiro rosso polveroso.
Un’esca nella trachea.
Cosa tiri su
quando inspiri?


Ottobre malinconico


Da metallici baracchini
l’odore delle castagne.
In mano
cartocci bollenti ai passanti:
ci scaldavamo i palmi e le dita.
Caldo Ottobre anomalo
le castagne non servono più.
Eppure odorano ancora, bruciacchiate
di consumate aspettative.
Modici i prezzi:
qualche euro ogni sogno infranto.


Alba novembrina


S’illumina fredda la mano
che apre l’uscio.
L’orizzonte pallido, sfumato
di luce giallognola
cigola negli occhi;
biancore nebbioso,
non ci lasci definizioni,
né sentieri, né vaticini.

E disidratata dal frigido risveglio
è sempre perdizione
inoltrarsi nel giorno.


Freddo Novembre


La preghiera fumosa
ha iniziato a innalzarsi
dai comignoli, nell’alto dei cieli.
Padre Nostro, dacci calore
rigore stupore,
ma non troppo.
Bruciare richiede combustibile
e poco fruibile è la legna,
degna di legnate più che di fuoco.
Per poco la colonna dei camini
arriva a sfumare le nuvole.
Come lineamenti che si perdono
tra un giorno e l’altro
fumi e ricordi, in continuo barcollìo:
confusi
e sconosciuti, come viso di Dio.


Natale


Umido e rosso
mi avvolge
verde mi punge le dita
odore da forno s’incrosta
nelle mie narici naftalina.
Cubiche forme in stasi
come radici
d’abete. Diabete
di cene e affetto lento,
che scivola,
cigola.
E bruciare poi ogni anno
quel po’ di famiglia
felice, fenice,
nel camino.
E cammino
vaga
in dorato rimosso.


Per sempre


Un albero tremebondo
è una promessa.
Contro ogni svista
rivista
e sconfermata, rimessa
in mani da boia,
sicure.
Una scure
senza legno
con lama tagliente,
ma la presa è una morsa.
Un albero tremebondo:
radici le parole.
Rami le dita.



Mare


La molla evolutiva (o Il polpo)


Tentacoli tesi in totale
espansione
raccoglimento volumetrico, rigonfio.
Liquido liscio lento lascivo,
per spingersi oltre.
È uno scatto,
un atto di forza.


La medusa


Come medusa, al sole fusa
gonfia nel mare, sgonfia nel sale
densa, umida.
Sulla riva riarsa, una farsa?
Forse tragedia in quei traslucidi colori
forse commedia nei giochi ondulatori.
Tentacoli inermi, velenosi,
afosi, come vermi.
E come medusa, al sole fusa.


Maree


Forze di deriva, trascinanti.
Natanti, dalla riva
a scrutare l’orizzonte.
Timoroso è lo sguardo
controvoglia l’immersione.
Intanto un piede è sommerso, l’altro a terra.
Rifiutare l’acqua.
Passa un gabbiano a fil di superficie.
Un solo istante, distratta.
E dietro c’era un mare.


Tutto quello che ci sfugge


Il mare,
che cela un segreto infinito
– feto cetaceo della creazione –
di cui ci restituisce solo
timide onde
retrattili
che schiumano il resto dell’esistenza
su un’avida, riarsa battigia.
Il mare, dico,
s’infrange d’inconoscibile
senza remore
su tellurica sponda.
Di maree gravide, e satolle,
lascia traslucide gocce.


Sottomarini biliari

Come una sonda nel mio interno,
interiora molli,
fragile e splendente interiorità.
In testa, intestini
in digestione.


Endurance


Come equipaggio esperto
marinai
sui ghiacci stretti
dai ghiacci.
E bianco azzurro, mare indaco
e iceberg ancorati a bassi fondali.

La banchisa sa:
si aprirà da sé.
Un’attesa di vento da Sud
disattesa tesa
nell’animo freddo.
La nave è una mandorla schiacciata.
La prua scricchiola,
crepita la crepa sul muso.
Sussurra
boati di lidi peggiori, necessari,
migliori di stasi.

La banchisa non si apre:
è tempo di scendere.


No title


Ripetere.
Riemergere.
Reimmergere.
Le mie suppliche d’acqua fermentate
sono bolle d’aria in superficie
come morbo marino,
principio di annegamenti.
Nella ricerca affondo;
palombara su limacciosi fondali d’amore.
E le sinuose sirene:
repetita non iuvant.



Musica e letteratura


Simulacri Dickiani


Strade simulacri di me.
Scrosto con gli occhi
corridoi, per arrivarne al senso:
se allungassi la mano non ti toccherei.
Trapasserebbero le dita
il simulacro di te, marziano.
Da corpo a visione.


Leopardi


Spicchio tra nubi graffiate da unghie cosmiche.
Mi guardi ed è un sorriso
con denti fusi in unica luce.
Sbeffeggi i miei passi
o li accogli, benigna?


Orlando è impazzito


Tra montagne di promesse
sbandano
lunari Astolfi disorientati:
di grandi passioni
resta
monolite e arido
il senno.


Battisti d’inverno


Giornate sospese
in crosta di neve.
E l’innocenza sulle gote tue
rosse di profondo sentire.
Stavolta non arance, ma
guance sferzate da un vento
che taglia.
Superfici indurite
da un mancato contatto:
gelide
arrossiscono, mietute.


Sinestesie del ricordo


Mi pare che a volte, odorosa,
una memoria improvvisa
risalga da sola da spazi abissali;
come per prendere fiato,
come per vedere dov’è.
Per poi rituffarsi nel fondo,
e di nuovo sparire alla fonte.

E, piccola, pizzichi pallide
corde, con ritmo cardiaco.
Un momento che torna
tamburella tra neuroni distratti.

È subitanea e musicale;
lunghi tonfi nel cuore,
e a volte è un ticchettio.


Azzurro (o Desiderio di sporcare)


Come zanzottiano incipit:
II cielo è limpido sino ad
un’ad-imensionalità azzurra,
pulita di certi giorni estivi.

Affonda in un infinito spazio,
avvolgente immobilità.
Allampanata.
Cerco profondità tridimensionali, definite,
desiderio di sporcare:
pantone pantano luminoso.
Quando non la vedo, voluminosa,
anelo alla nuvola.



Fede


Provvidenza


Abdicare
al destino
è atto
co-atto,
è
fede
assoluta.


Eva


Soffro di una
malattia spinale, uno
sradicamento midollare.
Divelta e sbarbicata,
estirpata
da un Eden sconosciuto
di cui ho un ricordo:
odori.



Minima moralia


Attivazioni


Circuiti all’aria frizionano.
Ossigeno sensitivo
frizza
sulla pelle
innervata, esposta.
L’interno diventa esterno.
Tutto mi tocca;
scorticata.


Sogno


Stanotte ho sognato
baci intermittenti, ferrosi.
Un filo di ferro tagliava le labbra molli.
Un cortile familiare e senza nome
e pelle, al tatto, indurita.


Red light


Luce mattutina magenta
brucia ogni pensiero.
A sopravvivere solo
malinconie fenici.


Rari momenti di lucidità


Mera terra arsa;
farsa di pezzi
ed essenza, disorganica e
concettuale.
Ricomponendo il pulviscolo
discolo e fecondo
noto bene
l’immondo accaparrarsi
di riarsi momenti
che sempre ho rincorso.
Cosa sembra il passato
in un germoglio, nel deserto,
appena nato.
Diserto le aspettative
scoprendo che
le cose sono vive.


Fiordaliso


I fiordalisi del mio balcone stanno
verticali sugli steli lunghi,
diligenti alunni, schiene alle spalliere.
Nessuna gobba del tempo,
ritti e dignitosi.
Convivono nello stesso vaso
boccioli blu-violetti, bozzoli,
raccolti nella promessa di una schiusa.
E corolle aperte, slabbrate, arse di sole.
Di tanti fiori, solo due
sono già aperti, tinte vive:
né passato, né futuro.


Ingegneristica


Nella vaghezza
certa in modo sconosciuto.
Come bussola,
bacino e base
di voli basculanti
di sogni spiccati
tentati miraggi, falliti.
Non so le misure
ma la direzione.
Icaro fortunato
trionfo e gloria di
inclinazioni approssimative.


Anatomia di una fissazione


Oggi è come se
ogni ansa del cervello
fosse una fossa.
Anatomicamente
avviene questo:
le scissure, sature
di briciole sfuggenti,
inghiottono frammenti
e partoriscono ossessioni.


La tavolata


Spianati su una tovaglia stirata,
rivolti al cielo in preghiera silenziosa
vuoti e puliti, intonsi,
stanno i piatti,
in attesa di senso.
La purezza
è inutilizzo
ed oblio.


Galateo dell’infanzia


Mi piace dei bambini
che ti salgono sopra
ti guardano nelle pupille
ti prendono la mano
ti girano la faccia
ti tappano la bocca
toccano, urlano, si sbellicano.
Mi piace dei bambini
l’esagerazione discolpata
dei gesti,
il contatto fisico
istintivo, superficiale, manesco.
Connessione scimmiesca con i corpi
comunicazione limpida e
contenuti primordiali.

Ho un ricordo
allo specchio
d’iridi cangianti e
mani sempre sporche.


Mezzo cuore


Me l’ha portato via
una marea silenziosa
di fede cieca e
amore assoluto.
Senza lotta, scivolando,
mi ha strappato via
mezzo cuore,
ventricolo spompato:
da tempo
non sento più
una parte
della vita.