Sono nato tra l’Adriatico e l’Ossiriand, nel novembre del 1991 della Terza Era. Scorpione; ascendente Vergine, Bilancia o Scorpione – ancora non so. Scoprirlo è tra i miei interessi, insieme a molti altri. Sono cresciuto sul limitare nord-ovest delle Murge, tra il mar Ionio e le Falas. A diciott’anni mi sono trasferito presso i discendenti degli Etruschi, vivendo in due polis comprese tra le valli del Bisenzio e del Sirion. Mi occupo di biblioteche, archivi, testi, pubblicazioni, partiture, composizioni. Mi preoccupo di musica, poesia, teatro, linguaggio, pensiero, magia, simbolismo, fantasia. Se oggi creo e scrivo lo devo principalmente ai miei genitori e alle poetesse e ai poeti del Movimento per l’Emancipazione della Poesia. A loro devo tanto, forse tutto.
Il porto tra il crepuscolo e l’aurora
Cosa c’è tra il crepuscolo e l’aurora?
Il lettore che vorrebbe trovare la notte tra gli estremi di questa intitolazione potrebbe invece trovarsi sperduto. Tra il crepuscolo e l’aurora c’è infatti un porto.
Molte di queste poesie hanno peregrinato a lungo su rotte e percorsi non banali, animate di una vita la cui pienezza raramente appartiene alla poesia nella nostra contemporaneità: hanno frequentato i cassetti, le unità di archiviazione, il mare del web, le voci recitanti e – il più raro tra i luoghi – i muri delle città. Così viaggiando hanno infine trovato un approdo comune. Incontrandosi, si sono riconosciute e si sono tessute insieme dando vita ad uno spazio: il porto, appunto, transitorio destino di ogni navigante che non sia impegnato a naufragare. Ci hanno insegnato – i poeti e gli antichi – che talvolta il porto della poesia è, se non proprio sepolto, almeno difficile da abitare. Inoltre, ovunque sia, la parola non è esente al dovere del tempo lineare, perciò quelle stesse poesie erano ripartite per esplorare anche oltre l’aurora. Non tutte sarebbero poi tornate al crepuscolo, ma alcune sono tornate al porto. Natante dopo natante, il porto si è ricostruito in una baia che è nota a chi affida ai versi lo specchio dell’arte. La raccolta ha ritrovato infine questa veste, dopo una rinascita che è durata un giro; uno solo, perché il secondo è già aritmetica e non serve scriverne se non per gratificare la prosa. Il giro però è quello della vite, che non torna davvero sulla stessa posizione se non per ingannare chi ignora la profondità.
Che anche la verticalità invocata possa essere circolare, lo suggerisce la poesia che apre la raccolta: La terra / la volta che si vive / nel cielo. che risuona nel distico finale Volta / la terra. Il porto è il punto d’osservazione scelto, nella sua quiete notturna, per spingere un intemerato sguardo in tutte le direzioni: dal crepuscolo all’aurora, dall’arco terrestre alla volta celeste. Tra loro c’è il mare, quantomeno l’acqua di mare. E l’acqua, salata, è quasi terra, e terra sicura è il porto, per definizione. Il cielo sopra il porto, lo vedrà il lettore, è quasi sempre stellato: anche nell’oscurità più profonda le luci brillano nella distanza e dischiudono i loro canti. Talvolta gravi, zavorre per discendere, talaltra sottili, per le ascensioni e il respiro. Nella raccolta, la poesia non è pressoché mai davvero leggera, anche quando il verso si amplia e raccoglie strutture ariose sembra rispondere al principio dell’ala. E, tra le acrobatiche penne dei versi lunghi, c’è spesso qualcosa di rapido: una sentenza che innalza o che, all’opposto, condanna. Gli oggetti non identificati che talvolta affiorano sono generati da scelte lessicali estremamente ricercate, finanche sofisticate, nel tentativo di trovare le parole che servono e, quando serve, di forgiarne di nuove. Resterà forse il dubbio, al lettore, che in queste poesie si combatta una sotterranea crociata contro il logos, nel paradosso che lo vede principale limite al dire di più e, al contempo, origine di ogni possibilità del suo superamento. Alcune sfumature, tra i due estremi del titolo, sono innominabili per impossibilità o per scelta del poeta e, si sa, il poeta ha in questa impresa pochi limiti che non siano autoimposti. Quando il fuoco divampa esplicito, nella poesia quasi omonima, e testimonia la presenza di un faro, come deve esserci in ogni porto amico ai naviganti, il vento torna materiale. È alimento alle fiamme ed è materiale da vela. È il motore che sconfigge la bonaccia: per rompere anche la sola illusione di ritrovarsi alla partenza. Come piegare una spirale per farne cerchio, come approssimare un temperamento perché suoni. Lasciato spazio alle citazioni delle ispirazioni e dei maestri, la raccolta si chiude all’insegna di versi che suggeriscono un rovesciamento o una ripetizione, una rilettura. O, perché no, una rivolta annunciata, in cui la terra si sostituisce al sangue. Capirà il lettore, alle letture successive, che le porte del porto non saranno mai le stesse: non sarà più lo stesso crepuscolo ad accogliere i naviganti, non più la stessa aurora li accompagnerà al nuovo viaggio. Forse il porto manterrà questa forma qui impressa, di carta. Forse, chissà, neanche.
Indiani metropolitani
I visi
nomadi
sporchi di pece
divisi
pallidi
selvatici
i totem
nel cemento delle tue convinzioni
e per strada
le pipe della pace
e nessuna riserva
verso alcuna natura
Verità ci insegna a variare
e serve
alla paura
per morire.
Figli di indiani
più provinciali
più crociati
che indiani.
Bukowski
A Firenze un giorno fa presto
a scivolare dietro i monti.
A quel punto
potrai vedere
Bukowski
fuori, nel parcheggio dei taxi della stazione
parlare con un tossico
bere
Ami e dei
Giocano con le nomenclature,
con il buon umore, le paure,
con esche di diverso colore,
a tua immagine e somiglianza.
Lische di speranza
lasciate a decantare,
a decadere in una sbronza.
Quel che di te non è ancóra.
Il culto del futuro
morirà e già muore
come ogni altro dio
senza carne, senza cuore.
Gli archi dei monti
e i fiati dei venti
intonano un’aria all’ora:
pubblico gli astanti.
Solista il sole.
Le nuvole
ritmica nel cielo.
A Fiesole
gli orizzonti
tendono al verticale –
all’armonia del visibile,
alla pace dell’invisibile.
F.05
E mi confidasti amico mio
la verità condivisa
che allora rifiutavo
vivere, per me già vera:
che i versi vivono forti
solo se vivi la morte;
che se la Poesia è ascoltare
l’amore ovatta l’intenzione.
E in una poesia
forte e condivisa
e viva e vera
e mentre amavi
smentivi tale primavera.
Mea culpa
Avete solo
lasciato parole di uomini
quantomeno disumane.
Tutt’al più spetta solo a me
e al mio pallido maggio.
Eppure so
che è solo
l’eco di un uomo,
un attimo.
Una nota
eternità.
Innaturale il ritmo degli uomini
definisce il contesto,
favorisce il contrasto:
defluisce la tua volontà.
Naviga agile, stringa di tempo,
estensione del cielo al di fuori,
nella memoria aliena
di un’alienata natura.
Sola qui nella stanza ghermita
dal Vuoto
difendi il Verbo, il testo,
segui il ritmo delle nuvole,
ne porti il tempo.
Sei temporale.
Lassù in quella casa in collina
non ci ho mai visto qualcosa di bello,
se non di cui la posso privare il lusso.
È nel mondo che tu dici da presso
che vivo come me stesso, come prima
della dipartita, della maschera
pago volentieri il prezzo.
Sire, nonostante le scure lenti,
sono pronto a giurare su questo verso.
Di questo, invece, ne capisco l’intento,
ma questa giustizia non è la mia.
M.01
vuoi mettere? –
Essere Re tra i poeti
che dei mortali.
Ma il piacere più grande
– questa vecchia, bellissima puttana –
te lo darà su uno dei suoi ponti
le spalle al Vecchio
fumando e guardando
oltre lei, i monti.
Forti uomini certi
guardano negl’occhi.
Ridono in faccia alla morte.
Certe altre donne
le guardi
danzarci, cantare per lei
e tutta la sua corte
– amarla, nella notte.
Una poesia per aspettare le parole,
il suono, il silenzio.
Parole accese
nelle mani
il suono. In silenzio,
una poesia ad aspettare le parole.
Calda lacrima
lungo la guancia sinistra d’Italia
colo inesorabile verso
lo stretto solco del seno
asciutto tra due lacrime,
roccia
– si sfalda nel senso
nel percorso del treno.
Piante dal petto – cascate –
piante dalla terra – madre!
Non ricordo più il tuo aspetto,
non ricordo più la nostra guerra.
Firenze ha un ché di Parigi.
Certamente non le cromie:
quelle che Parigi condivide
in parte
con Torino la bianca;
con la nera Den Haag.
Un ché di Bologna avevano
l’Isolotto e le Cascine
freschi d’incontro
in un principio di secolo e millennio
distratto.
Ha un ché di Zurigo
Salon-de-Provence,
certi angoli di Parigi.
Certamente non le cromie.
Bologna dei portici rimanda
Padova che rimanda Vicenza,
che apre e riporta al di fuori.
Alle ville comunali di sapore risorgimentale.
I borghi e i centri medievali:
mai diversi,
mai uguali.
Livorno, scarto di terra,
scalpo dei flutti.
Napoli, mucchio di gesta
e di ossa ritorte.
Genova, torrione di aria.
Arrocco dei monti e dei mari.
I porti e le città portuali:
mai di fretta,
sempre da fare.
Milano, Berlino, Parigi e Valencia
a tratti
si assomigliano tutte.
I quartieri nuovi del potere.
Roma è unica.
Se non fosse per Teramo.
Non, forse, per Napoli.
La Provenza profuma
del Meridione d’Italia.
Purtroppo la Francia
ha vinto una guerra
che non meritava:
così la fragranza
si perde nei pressi
dei sopravvalutati Pirenei.
Venezia è unica.
Finché della piccola Milano
non appaiano i mai bagnati canali.
Finché il Maestro non canta
Bisanzio.
L’infraterra di Spagna,
da Valencia a Girona,
a volte
riaffiora come San Paolo del Brasile.
Le periferie.
Passi, guardi i passi,
e sei in un paese qualsiasi
della Terra di Bari.
Certamente non in una
delle sue bianche cittadelle.
Il lungomare di Bahia
non si discosta
dalla ionica costa che
dalle Torri giunge ai Due Mari.
Dai cori di Taras di Sparta
ai turchi e saraceni pirati.
– una faccia, una razza –
Dai cores da tarde a Tarde,
su qualche scoglio di macchia
sale, dal mare.
Al fondale.
– una storia, una faccia –
I paesi e i posti di mare:
sempre rimane
l’artiglio del sale.
Roma è unica.
Non fosse per me
e i tuoi occhi.
– unn’è storiə, unn’aà facc’ –
Quelli con cui vedrai
di Napoli
uno scorcio
passare.
MCM
Sentire il viaggiare, come binari,
del treno che ha sempre ben conosciuto
i paesaggi passanti, accanto
ma non i passeggeri
che siedono nei suoi vagoni.
Io, linea dimenticata
sugli Appennini tosco-emiliani
o al limite l’adriatica,
storica, Brennero-Lecce
sempre in ritardo
senza il giusto nerbo.
Tu, moderna ed efficiente
linea TAV
colleghi simultaneamente
tre continenti
tre città
New York, Osaka. Norba.
Ricordando
i tempi in cui s’era
il vagone di testa
della stessa vettura
dalla parte opposta
nel verso opposto
e viceversa.
Non ho memoria della vita
e poca di quelle che ad essa si sono intersecate
certe date
qualche via
il vento lo sa
e a volte
per capriccio o virtù
si veste di ricordi
ma quando indossa la tua sciarpa,
sì, quella che tu hai tessuto e io perso,
Carla
non biasimarlo
vigliacco
prima segugio
e subito preda
la dissolvenza che segue
fa scivolar via
quel che resta del cuore.
Scegli di perderti
e inevitabilmente le trame dei nostri destini
si perdono in arabeschi, damascati, buta
complicatissimi,
mai uguali,
mai vicini,
ispirati dai moti dell’universo,
forme, rune,
equilibri ancestrali
che si affacciano alla mente per un attimo
pur restando nelle natie regioni astrali.
Il disegno finito,
comunque vada,
sarà bellissimo
e infinito.
Cheta, scuoti l’esistenza,
diapason involontario.
Distante riverberi, frequenza.
Tra le fronde del silenzio
disteso sul muschio.
Nessuna lapide,
niente dedica.
Non è necessario.
Resta l’edera
per sudario.
Un ciglio
cristallina valchiria
pelle di sclera di marmo
volge a nord-ovest.
L’altro occhio
delicata geisha
stagno nero nella neve
guarda ad est.
E un mio sguardo
non basterà mai
a contenere la tua vastità.
Eppure
a volte
così ti ricordo.
La dermatite, amore
era l’universo
che tentava di avvisare.
Lui, universo lei.
Le poesie per te
sono ormai universali.
Altre vi hanno scorto
un’illusione di singolarità.
E quella che tra queste
risuona profezia passata
resa presente
a me si è arresa.
E se accende
e nevica il volto,
se il cuore batte forte
e non solo per amore,
io so perché:
sordo all’universo,
ho tradito me.
MCV
La decompressione,
o lutto – che dir si voglia –,
oramai la inizio a vivere prima
anche solo di fantasticare sulla tua forma.
È una questione di tempo
e necessità: l’anima
non ha nozione di quanto
ne è concesso al corpo –
provaci te a misurare l’inesistenza.
L’abisso che si apre nel cuore dei poeti.
Quindi non chiedermi perché taccio,
perché scorgi pensieri tristi a transitarmi sulla faccia
e del non pensare a me.
Se lo faccio è per la parte in comune più profonda di noi.
Tu forse non lo contempli, lo capirei:
alla tua antica anima non importa;
riflette piuttosto sul proprio viaggio
– forse l’unica cosa sensata da fare.
(Così antica che nel venire al mondo
si stava portando appresso il fare dei più saggi).
Dalla battigia rendi bonaccia,
risacca e tempesta.
Con te sono oltremodo in ritardo.
Mi perdonerai: incredulità,
traslochi e poca fiducia.
Lei, poi, l’hai lasciata al di là dell’Atlantico;
ma non temere: se hai il cuore ancora stanco,
vado io a riprenderla.
Non che il mio non lo sia – stanco –,
ma l’infracassabile nucleo notturno
del reattore generante l’energia
che alimenta il portale adibito al passaggio
tra ciò che ancora non sai e ciò che ancora non sai di non aver bisogno
è a pieno regime
da quando ci sei e non.
Intanto recupero tempo:
fibra dopo fibra,
ti scucchiaio via dal muscolo torto a spirale
per ritrovarti lì dov’eri:
disillune di divina reverenza
sull’uscio del sapere musicale.
Eppure quella rimpianta casa dispersa
– che chissà dove sono quei cocci di vita
– no, non i libri, la biancheria…
– ma la fiducia e il cuore –
guardava l’Atlantico
e oltreoceano
me.
E tu
chissà come lo guardavi.
Prima eri solo distante
Le anime che ci abitano
non hanno esperienza del tempo.
‘Prima’ era solo ‘Distante’.
Le nostre due anime
hanno danzato all’istante.
I corpi, gravi
più lenti, avevano bisogno di piedi,
ritmiche e riferimenti.
Prima ero solo distante.
Ché ci abitiamo
come parole di una solita lingua;
come significati e canti condivisi
di un uguale linguaggio,
di una stessa semantica;
come incisi
a memoria andiamo.
Come Venere a sera
di Vespro e aurora stella
– sai che c’è molto di più
della luce.
Prima come ultima
dei miei cieli
la notte.
Prossima, irraggiungibile.
Prossima, sistemica, contesa.
Sei de-[flagra- – o qualsiasi altro verbo –]-ta
Composta
Ora il buio è solo
una sfumatura, una gradazione
delle tue cromie.
Non ti chiederei mai se l’hai dimenticato
– certo, vorrei –
ma non voglio reprimere la violenza dei ricordi
che non ci educa e ci rammenta.
Ma come si rammenda questo lembo di cuore?
Con le parole, forse… che mi furono negate
e che tu – Poesia – mi concedi.
Ma chi congederà la nostra stanca memoria?
Forse un morbo… un giorno…
Forse la fine di ogni storia.
Ma quella del corpo, cara, quella no:
quella del tuo corpo contro il mio,
non è un rimorso solo tuo
non è un ricordo solo mio.
Non ti chiederei mai se l’hai dimenticato
– certo, vorrei –
ma non oso violentare quel che resta dei tuoi sogni
di notte è questa vita.
Anche rotti come sono
li scambierei volentieri con i miei
che credo siano gli stessi:
quasi impossibili, ma intatti.
Ma quelli delle dita a sera, quelli no:
quelli delle tue dita tra le mie –
le tue così corte eppure così forti;
le mie così strane, così storte.
MCV
Mille
cento
cinque
vecchie canzoni,
da quando sei stata
– legata
a vecchi ricordi –,
legate a nuovi ricordi.
Stringhe intercettano,
sorpassano il tempo.
Non scrivo parole,
tesoro
per canzoni.
Non sguardi innamorati,
ma sogni infranti.
Una remora:
la bonaccia della memoria
lascia navigare sui sensi
ricordi nel farsi tempesta
e note
correnti a favore, mulinelli,
inondare scafi e sguardi,
indovinare le stelle,
solcare gl’intenti.
Musica talmente incisa
da lanciare onde nell’etere,
senza trasmissione,
aste o persone.
Glifo e anno,
coordinata di tutti i sistemi.
Calendario lunare
d’infero incedere
e ctonio presagio.
Suonare e solàre gli altri.
Del loro scarso interesse,
del loro penoso calore
pascersi e adornarsi.
In una caccia sparsa nel tempo,
di preda che lascia la vita
e l’orma,
sei impegno e rispetto.
L’ascia non incontri legno,
la freccia non taccia.
Non freccia che muro ferma,
ma goccia di voce di cielo,
dal cielo la terra e presso i di lei
abitare.
Trapassa, fino alle articolazioni
e ai significati.
In una ballata a ritroso
ti ho seguita nel bosco.
Aprire gli occhi non oso:
spalanco la bocca, piuttosto.
Il primo lustro
passato silente.
Ti chiedo,
faccio finta che non so.
Tuttavia so:
eri ancora ferma
a guardarci dalla spelonca
che si apre tra la morte
e la vita – affatto convinta
di tornare – perché pronta.
O quasi: e quindi nel suono
incessante generare.
Ancora una volta.
Gli occhi al cielo:
ancora una volta!
D’altronde,
lungo la scia del tramonto
il buio è ancora presso le cose.
Perché scegliere
un luminoso avvenire
per un sonoro futuro?
L’ambizione non risponde,
figlia, com’è, del presente.
Credi forte in ciò che fai:
è ciò che ci compone.
Schierarsi per respirare,
in solitarie fazioni:
farle apparire affollate,
per non sentirsi soli.
Da lontano,
quel tanto che basta
ad annullare i confini
tra due vicini,
assumiamo la forma
di un tamburo a clessidra.
Restituiamo a noi le schiene,
o uno alla Madre e una al Padre,
le membra oramai membrane.
Di pelle le bocche e col tuono
fiatare.
Tamburi parlanti lingue lontane.
Le volte
ricordarti.
Le volte
accordare.
Un inganno
lungo ottantotto bianchi e neri tasti.
Lungo di essi
(dentro di essi)
mille, cento volte,
provare lo stesso passaggio.
Mille, cento volte
mirare e rimirare
lo stesso paesaggio.
Non rimane
che riaccordare.
L’unica ultima,
legittima, domanda:
per cosa proviamo?
Non che abbia importanza.
Dal mio canto
è l’unico spunto
da cui percepisco l’anello
– il perpetuo incedere del pendolo,
il suo eterno arrendersi –
come qualcosa di onesto
e bello.
Orme come note:
per ricordare il passo.
Quel che è stato.
Che sarà.
Onde lontane, remote:
lenti ritmi di eterni istanti.
Sulle loro spalle
o dappresso appaiono
grosse, invalicabili;
ma sono solo spesso
e tanti.
Modula il tono
e il tempo. Uno
dei due, a volte,
se ne rende conto.
A questo, me.
Musica talmente incisa
da lasciare orme nell’acqua.
Nel suono incessante mutare.
IL PORTO TRA IL CREPUSCOLO E L’AURORA
La terra
La volta che si vive
Nel cielo
Maledico i giorni, i mesi e gl’anni
il loro ritmo tetro
che mai rispecchia
la misura o il metro
dei miei pensieri, dei silenzi, gl’affanni.
Nel poeta
creatore di stelle
compositore di balli
pensiero e intuizione
favellano per oscuro vernacolo
mirano un identico cielo
“un infracassabile nucleo notturno”
illune se non illuminabile
fonte di radiazioni stabili
indecadibili
Per i guerrieri della luce
qualche sole o presunto tale
ha redatto un manuale.
(il virgolettato dall’Introduzione di André Breton a Contes Bizarres di Achim d’Arnim)
Ogni uomo è un’isola:
atolli vulcanici e scogliere.
E nel mare che circonda e pervade questo sconfinato arcipelago:
barche a vela,
transatlantici,
yacht, zattere arrangiate,
sottomarini, catamarani,
piroscafi e bandiere.
In un modo o nell’altro, salpare, approdare,
superare la barriera corallina delle inibizioni e delle paure.
Come straniero,
volgare turista,
corsaro,
pirata,
trafficante di tratte,
marcante di rotte,
lupo di mare.
Come naufrago.
Come pescatore di corpi e relitti.
Perdersi nell’oceano delle probabilità e del caso;
venirne inghiottiti, restare a galla.
E su lidi pallidi
rughe come scie d’orme.
E in porti malfamati, splendenti,
quando la voce del mare dorme,
mille domande da porti.
Mossi i primi passi nelle lande del pensiero
principiai con un adorabile errore
– se guardo con occhi d’infante,
ma poco si presta al gioco preferito
da chi ormai distante –
che ancora perpetuo
quando non so di non volermi prestare
al desiderio più imperante:
da che ricordo confondo
l’immaginazione più audace
con le più rosee aspettative
e vivo di delusione ignorante.
Tra il Despota agghiacciato
e il ghetto dell’Eremita
c’è un sentiero stretto
(ad alcuni apparirà lungo –
ottimisticamente fuori scala
una volta che ti scopri
nel ritorno all’eterno):
porta sul porto.
Se non avrai più gli occhi
e memoria del ritorno,
scorgerai una nave
ormeggiata a largo.
Nel cuore alberga la rotta
e non per questo nella bocca –
rotta la voce tra i marinai
che sognano il mare.
Giorni duri e magri
attendono il ramingo dei mari.
Giornate buie e amate
chi distingue la nave dal mare,
che esangue non distingue
sentiero, monte, né borgo
e langue.
Parlami con voce di canto
e pensami spento.
Scordane le parole, il sapore.
Parlami di sirene e del loro pianto,
della bruma tra i colli che appare d’incanto
quando meriggio è già esploso tramonto.
Parlami quando tra i monti le stelle
si contendono il cielo per specchiarsi nel mare
come di spuma – le valli baie lontane.
Così, vestito di onirica umidità
ti ascolto:
sono di terra – un porto.
Avrei voluto solo
meno gente intorno.
Non un pretesto,
ma limpido cielo notturno
e la neve
ad accendere i monti
e i tuoi sguardi d’inverno.
La romantica pretesa
– l’Inferno –
di un esteta fuori tempo.
Se non conosco altro amore che il mio
che non conosce oltre se stesso
come potrei pensare il tuo da meno
e se così fosse come potrei amare
chi traversa il mare
per meno
di esso.
Contesto i contesti
apparentemente necessari
alla giustifica del sé,
eppure mi scopro
goffo nel cercarli
fuori dall’intenzione.
Nel tradire la mia natura
anticonformista per vocazione
sono critica e adesione.
Chi pensa che non sia già tardi
direbbe che, diviso, soffro.
Peso
II
Torna ad avere paura del buio,
affinché “le ore degli spaventi”
non siano “ridotte al sordo continuo misurato dolore
che stilla sotto a tutte le cose”.
Torna a sognare,
da morto e da sveglio,
il peggior incubo vivente:
sei niente nel nulla.
Vivi “ogni attimo il dolore della morte”,
con serena impotenza socratica.
Ridi in faccia al “ghigno sarcastico”,
perché “la fantasia distruggerà il potere
e una risata vi seppellirà”.
Come in uno specchio l’infinito.
Persuadi “te stesso”,
oppure avrai obbedito,
seppur alla vita,
solo per aver ignorato la morte.
“Ma la sorda voce
dell’oscuro dolore non però tace, e più volte essa domina
sola e terribile
nel pavido cuore degli uomini.”
(da La Persuasione, di Carlo Michelstaedter)
Ilde
Agli spiriti di fuoco
arsi da ciò che sono.
Dalla loro fiamma
che, flebile, talaltri mantiene vivi
o che, viva, taluni fa brillare
e consumare antetempo.
Ma non restate loro dappresso…
Da Fëanor e da Prometeo,
da Giordano Bruno,
da Caino, da Nietzsche,
dai partigiani del libero arbitrio,
da coloro che donano linguaggio.
Da figli di eroi e dei
che non temono il giudizio dei padri
e in gran conto tengono
quello dei propri, innati.
Per luce riflessa
Senza cercarlo, ma cercandoti, appare
nella nebbia un fioco bagliore.
Con te, senza cercare per non trovare,
per lasciare tutti i ricordi stesi ad asciugare sul filo del silenzio,
il bagliore si scopre aura.
Riesco quasi a sentire
mentre mi trapassa
per luce riflessa.
Sono linguaggio
nel principio
mitopoiesi arresa
nell’eco delle parole
suono testo e teso
parli con l’alfabeto
senza decifrare
la paura della fine
la resa alla memoria
nel nome dal padre dato
alla gabbia della prole
che evade e viva
ispira la prossima storia
che parla di volte
voci senza tempo
che meritano più aria
ma molto meno fiato
divengono vaso
– alfega –
parlano attraverso
un idioma aspro
musicale
solo
per chi preferisce ascoltare
crea
Peso
I
Ultimo baluardo,
contro il moto infinito e contrario, l’acquisire velocità e sostanza,
se non forma, nella testa,
se non senso, per il cuore,
di quel mio cuore grave,
di quella testa che crede,
cerca, e perde.
Persuade colui che un Maestro, scrivendo di me,
ebbe a definire “sé stesso”.
“Così [l’uomo] si muove
a differenza delle cose diverse da lui
diverso egli stesso da sé stesso: continuando nel tempo.”
(da La Persuasione, di Carlo Michelstaedter)
Costretti a fissare specchi
troppo luminosi per riflettere
il mistero degli occhi.
Troppo luminosi per far riflettere.
Troppo poco per specchiarvisi.
Peso
III
“Tutto dare e niente chiedere:
questo è il dovere
– dove sono i doveri e i diritti io non so.”
Creato il deserto,
sarai predone e oasi,
sete e viandante.
Sarai libero nella tempesta,
persuaso dal peso
di ogni singolo grano.
Sarai atto, attivo e attore,
e mai più spettatore.
“Non dar loro la vita illusoria
e i mezzi a che sempre ancora la chiedano,
ma dar loro la vita,
ora, qui, tutta,
perché non chiedano.”
Persuado, panico eremita,
eroe anacronistico,
maestro del “me stesso”,
critico, del peso delle cose mai persuaso.
(da La Persuasione, di Carlo Michelstaedter)
La semina dei pretesti.
Frutti egoisti e prudenti.
Ricordi, cacciatore?
Fruscio di chiome estive
e luce dal negativo del cielo.
Lo senti il peso della scelta?
Un mattino fresco di vento.
Di me nave pirata,
vascello fantasma
come su rotte stellari,
sei vento – cielo notturno, siderale.
Mare.
Hekáte, crocevia delle strade,
incanto per loro,
i cani della notte.
Per noi e per me:
e me lasci guardare,
ascoltare – tra le mani,
gli occhi e il canto –
il domani, le parole dei morti.
Ancella e amante della Notte;
di Ipno, di Kore, di Aurora.
Selene, Luna,
che sole
al contrario
si lascia guardare.
Il vento come materiale
Nomare per domare,
per aggrapparsi ai crini,
alle cime con le mani
e con le vele a calcolare
il metro, il ritmo e il piede,
lo scalpitio dei ferri
per terra e mare, arpe eolie
e perpetue trombe marine,
trombe di mare.
E scure parole.
Catalogos
quindi sezionare, tranciare dall’alto
fino al fondale
a scalare
contare con la scure della parola
e la picca di chi non s’invola
in un goffo divide et impera a mal celare
lo sgomento dinanzi all’incomprensibile migrare
al poligenerato, multidiretto e universo migrare
allo spassionato mitigare.
Mi dolgo,
intenso amante per le fiamme
nel flamenco di mille congelati istanti.
Un alito, un anelito.
Un rogo doloso.
Una penna, una foglia
vola;
a tratti percorrendo
tratte tra spirali,
o per diagonali,
assi trasversali
respinta come attratta.
La ricerca è chiamarsi.
Analogos
Una mano e poi l’altra,
contare a salire.
Col pensiero
il pensiero a sfiorare.
Col linguaggio
nel vento spirare.
Dall’altro lato
sparire.
Analogos
Chioma di piuma.
Spaccato di spira.
Crine d’arco d’animale.
Analogos
La ricerca è chiamarsi
– Poesia –
in codesto materiale.
Una foglia, sola, non può affondare.
E l’albero si muove,
(–) i vivi, gli spiriti
– fa parlare – e i morti (–)
e parla.
Eucatastrofe
Drammi, fiabe, mezze emozioni.
Se tendi ad esagerare
o sei troppo vecchio per non credere alla sofferenza –
Se tendi al radicale,
all’apoteosi
di tutto ciò che hai in testa e fra le mani –
riuscirà a rapirti
solo qualcosa come una tragedia
o la sua antitesi
“una fugace visione della Gioia
Gioia al di là delle mura del mondo
acuta come il dolore”.
Nessuna sconfitta universale
nessun lieto fine.
Solo la fine
di una storia.
(da On Fairy-Stories, in Tree and Leaf di J. R. R. Tolkien)
Alla musica e all’amore,
alla vita, alla poesia
ho sempre pensato
come fenomeni speciali,
estranei, contestuali,
a cui poter, al più, pensare:
la mia più fastosa celebrazione,
la mia più silenziosa preghiera.
Stolto, non avrei mai pensato
di coniugare i miei sostantivi
(alla prima persona poi)
ma sempre e solo i vostri verbi
e al più alla terza;
così impersonale, riflessivo.
Complici anche voi
del fatal fraintendere.
Ma ora ho inteso bene
e diverrò tutto questo
nel divenir altro ancora.
E diverrò tutto questo e
nel divenir
altro ancora.
E diverrò altro da questo e
nel divenir
tutto ancora.
Figlia d’Italia
Ancóra non uniti.
Non ancóra nata.
Nome
proprio di donna improbabile.
Figlia di taglio.
(Ai parafrasatori e ai commentatori:
questi versi non sono per la madre
dell’antico comando delle schiere angeliche,
della “stella” dell’alba,
del tramonto e del mare.
La madre di mia madre, né sua sorella,
per la madre
della madre di mia madre:
Maria Stella della notte di Natale.)
Massi e primi passi
bagnati da visioni,
attorniati dai dirupi.
Da un buco nella roccia
finemente detonata
– bei modi, ben temperati.
Canti canti un poco mossi.
Cantano le pietre,
gli uomini, gli animali
e gl’astri.
Quinte di lupe e lupi,
a beneficio, sacrificio
e omicidio
– che sia questo essere umani? –,
di schiavi negli anelli
– ché nell’eterno vorticare
pochi tengono il passo.
Poesia a versi cinta
di rami e fogli,
di rupi e capoversi.
Radici dai capelli dirami
e di crini t’intendi.
Agognata Maestra pietra del Cantone.
Almeno cinque ragni al centro
del palmo e del falso cerchio:
Pentagramma d’Italia.
Nostra Sibilla dei crinali.
Nella bara una lira;
viola, tra il cielo
la terra che la separa.
Anni di nomade sciamana.
Domandi da anni
del peso delle cose.
Pretendi risposte, sapere;
ma ottieni solo profezie
non corrisposte.
Ribelle ai cieli imposti,
tra stralci di tesi,
calchi di teste.
Al mio, al tuo cospetto
si accalcano crani;
inermi ai cicli esposti,
restano in pochi:
vermi, inumani.
Tra le regali saline
e i Sassi, raccatti
quel che trovi.
Divelti ai futuri disposti
sui palmi delle mani
e tra le stelle e i corpi,
umani e celesti.
Caschi il cielo,
si sposti la terra
– nel tempo che spira,
spira e spira.
Tempi tanto avversi
da fermarsi
e scorrere all’indietro.
Come rimedio ricalchi
gli antichi testi,
verghi a memoria.
Inspira brezza,
sale dalla terra,
invade le cave
e si ritira.
Scovi corvi di fianco
e rovi nelle sale.
Cova strani intenti,
risale. Tira indietro.
Dispera sul sale della terra
versato.
Ispira divisioni e sezioni
di quell’infinito vorticare
in cui muoviamo i primi
e ultimi passi
montani.
Da Metaponto a Miramare,
tombe di musici diversi.
Agognare prematura
la loro condizione
per non voler farsi bastare
un futuro da riserve
– ma non ingannarti…
confondi la pena con la condanna.
Polvere di terra carsica,
diverbi, tra le mani disfarsi.
Difendi bastioni e roccaforti
di verbi e tradite locuzioni
da barbare spade, incursioni –
dolce Crusca da guerra. Cresci
in mezzo a questa terra,
sì disfatta e parca. Patria,
meta e ponte sul mare.
Sogni da una vita,
da una terrazza-svista-mare.
Un tumulo, nel cui fondo
inumare i tuoi sogni.
Fa male, eppure lì scavi.
Appare il profilo del solco,
il lento tratto che, hic et nunc,
lungo i tuoi occhi
si apparecchia.
Appare su questa terra bianca:
dentro magma, fuori lava.
Lava e cola.
A pochi soltanto
il Mago del Lago della memoria
consente di affiorare
– perché ogni fantasia,
ogni invenzione è reminiscenza
di altre vite. Incedere al punto,
alla corona: una presa di coscienza.
Tracciare, impostare la rotta
– flautando in legno tratto.
Stracciare le carte
e coprire la tratta
con una calda coperta.
Poesia: una landa mai vista
ricordare.
Mal comune: «zero gaudio»,
mi suggerisci.
Canto e accanto lo sento:
giunge dalla terra, la cattedrale,
la bara. Tavola, facciata,
sempre un rosone. Caduceo,
due spirali d’oro,
due pendoli, due serpenti
aggrovigliati in controfase.
Frattale, il codice della vita
sorvolato.
Certe frequenze l’acqua racconta
e tavole di bare, di voci dotate.
Le caverne, i cori,
sconosciute voci nelle voci
– e, al di sopra, le voci dorate.
L’eco dal cielo
di parole meco abitate.
Perdonerai la speranza
di codesto mio fare: propongo
mal comune: mezzo gladio
per uno, a farci strada.
Tralci, tesi
in nodi robusti,
arsi, cenere farsi.
Nati alla fine della fine
della Comune
e delle sue premature figlie.
Nati, che il Muro è caduto.
Nasce e nasci Desdemona
che muore ogni Moro.
La breccia nella porta.
La bara, muta lungo la schiena,
risuona tra l’arco e le braccia.
Al silenzio cedi il passo:
la bara muta nella scocca.
Tra le cineree pieghe
più alcun passo.
«Il lupo,
stringi le gambe intorno ai fianchi,
e se ne va».
L’animale frequenta i cimiteri.
L’anima i calanchi.
A voi che leggete
– a voi che potete sciogliere i versi
in codesta lingua di terra, e terra
che vi è madre –
dico:
inganna, sì, la comune favella
– spiraglio d’altrettanta visione.
Tali – dico, italiani –
non siete mai nati.
Diritto di sangue?
Rovescio di terra.
Primi e soli.
Io. Lei.
Prole d’annata.
– Senti come inganna?
Eppure il suono mantiene
laddove il segno dipana.
Vedi? Vedi come inganna?
Parole dannate: riverse,
che scordi
quando versi
gli sguardi.
Da onde sorgono codesti spiragli?
Neri astri sulla volta,
lacerazioni della veste,
nèi sul volto della dea
inerte.
Sigilli mistici,
iterazioni di formule
per tenere lontani dai morti
i morsi di serpi e scorpioni.
Megalitici fossili
– fino a ridestarsi voci –
incroci arsi dai tuoni.
A voi che scrivete
– a voi che potete scegliere i versi
in codesta terra di lingue, e lingua
che vi è madre –
scrivo:
a voi la forza per resistere l’impatto
dell’assalto dei demoni non paghi.
Di loro i loro, i vostri di tutto.
I maghi, gli astri… il contratto.
Poesia per persi, vinta,
di rime e foglie
cadere e autunno farsi.
Pendici: duelli dirimi
e infine t’arrendi.
Dalla faglia
espirano fumo
e parole.
Presto o tardi
ci e renderemo
conto che presto è tardi.
Dalla terra al piede.
Dal piede al pensiero,
al ritmo, al respiro,
al lineare tuono di voci,
sorto dal suolo.
Un cantus firmus
nel tumulto, fango
per i vicoli, le strade.
Invece, in silenzio
cedi il passo.
Incide la pietra
e la terra l’umanità
che per sé spera,
spera e spera.
Unici figli del sogno precedente,
e ottocentesco infine;
della ‘terra del bel canto’,
nel tempo in cui s’infrange
e frana.
Io e lei.
Arsi e tesi.
Primi e non soli.
Terrà, questa nostra terra
di mezzo al Mare Nostro
– che ti è porto.
Primi italiani.
Ultimi, tra voi,
umani.
Volta
la terra.
